Focus

    Giovambattista Capasso

    In occasione del conferimento del prestigioso Premio Gabriele Monasterio, conferitogli dalla Società Italiana di Nefrologia (SIN), il professore Capasso rivive con Biogem alcuni momenti salienti della sua vicenda umana e professionale.

    Professore, ci descrive le emozioni provate alla notizia di un riconoscimento così importante per la sua carriera?
    Quando, lo scorso Luglio, il Presidente della Società Italiana di Nefrologia, il professore Piergiorgio Messa, mi ha comunicato che il Consiglio direttivo della SIN, su sua proposta, mi aveva assegnato un premio alla carriera, individuandomi come il migliore nel campo della Nefrologia Innovativa, devo confessare che mi sono  sentito molto gratificato.  Senza alcun dubbio questo riconoscimento mi ripaga dei sacrifici di una vita.

    Ce li racconta?
    Nel momento in cui, tanti anni fa, mi sono approcciato alla nefrologia, questa era una disciplina relativamente giovane. Ho quindi assistito in prima persona alla sua crescita esponenziale, avvenuta nei decenni scorsi grazie alla creatività e curiosità di tanti colleghi che, per rispondere alle esigenze dei pazienti nefropatici, hanno allargato le conoscenze settoriali, contribuendo in modo sostanziale al progresso generale della medicina. Oggi riusciamo a prevenire molte malattie nefrologiche. A titolo di esempio, sappiamo come far rallentare la progressione della insufficienza renale cronica e abbiamo reso la dialisi una valida terapia sostitutiva, per non parlare dei rilevanti successi nel campo dei trapianti. In altre parole, i nefrologi hanno fatto sì che la ricerca si materializzasse in innovazione della prevenzione, diagnosi e terapia delle malattie renali. Queste considerazioni mi hanno riportato indietro di 50 anni, quando, giovane studente di medicina, bravo ma non secchione, ero alla ricerca della risposta a una domanda tipica in quel periodo della vita: cosa fare da grande? Avevo già avuto esperienze di internato in biochimica, patologia generale e farmacologia, ma nessuna di queste branche della medicina mi aveva particolarmente colpito, perché prive del contatto umano con il paziente. La mia grande passione era la neurologia, ma la frequentazione della corsia neurologica non fu per me esaltante, forse perché, a quel tempo, i confini tra la psichiatria e la neurologia non erano ancora ben delineati.

    Quindi, la nefrologia non fu il primo amore?
    Non proprio. Ero comunque attratto ed incuriosito dallo studio del rene (a quel tempo la nefrologia come disciplina clinica non si era ancora affermata) e mi ero interessato soprattutto alla parte fisiologica e al controllo del bilancio idro-elettrolitico ed acido-base. Mi parlarono, quindi, del professore Carmelo Giordano, un giovane assistente del grande fisio-patologo Flaviano Magrassi, che era da poco tornato dagli Stati Uniti e che si interessava di malattie renali. Decisi che dovevo conoscerlo.

    Un incontro, una svolta?
    Ricordo tutto di quella mattina, che, effettivamente, indirizzò tutta la mia vita professionale. Il suo studio era un ‘bugigattolo’ di pochi metri quadri. Per accedervi si passava attraverso una stanza-laboratorio in cui c’erano delle gabbie con dei topolini; in un angolo notai una sorta di frigorifero basso, con coperchio di vetro. Il professore Giordano era impegnato con la sua segretaria (una signora di media età, molto ‘british’) per cui, nell’attesa, scambiai qualche battuta con un collega, che armeggiava intorno ai topolini. Era il mai dimenticato Giuseppe Capodicasa. Domanda ovvia: perché questi ‘animalucci’ qui? Mi spiegò che il professore stava studiando l’effetto dei vari aminoacidi sul sistema immunologico, valutato con l’attecchimento del trapianto di cute. E quell’arnese che sembra un frigorifero? Serviva per studiare il metabolismo azotato delle marmotte durante il loro periodo di letargo. Rimasi affascinato!
    Il successivo, breve colloquio con Carmelo Giordano mi convinse ulteriormente che quella era la mia disciplina: avrei fatto il nefrologo. E così fu.

     
    E poi?
    Gli anni successivi furono sudatissimi, emozionanti, intensi. Tesi di laurea sperimentale con Natale De Santo che, nonostante un malcelato disappunto del professore, avevo scelto come tutor. Primo stage all’estero presso il ‘Max-Planck’ per la Biofisica di Francoforte dove, sotto la direzione di un gigante della fisiologia, il professore Karl Ullrich, imparai la tecnica della micropuntura renale, una metodologia sofisticatissima per lo studio della funzione del tubulo renale e pubblicai il mio primo lavoro scientifico (ancora oggi citato dalla letteratura).
    Segue il ritorno in Italia e l’organizzazione del laboratorio di micropuntura renale, sotto la guida di Natale (siamo stati insieme una vita intera). Poi, a causa della chiusura del Policlinico per il terremoto del 1980, che mi strappò gli affetti più cari, privandomi di gran parte della mia famiglia di origine, avendo vinto alcune delle più prestigiose borse di studio (Fulbright, Fogarty e Nato, scritte in una roulotte!) trascorsi insieme alla mia nascente famiglia un lungo periodo negli USA. 

    La passione per la ricerca l’ha quindi aiutata a superare un momento così tragico?
    Direi proprio di si. A New York frequentai il Dipartimento di Fisiologia e Biofisica dell’’Albert Einstein College of Medicine’, dove, sotto la guida di Rolf Kinne, appresi la metodologia per isolare le membrane delle cellule tubulari renali ed ero di casa al centro di Nefrologia Pediatrica, uno dei primi al mondo. In seguito, mi trasferii a New Haven, presso il Dipartimento di Fisiologia Cellulare e Molecolare della Yale University, dove, accanto ad uno dei più grandi fisiologi renali, Gerhard Giebisch, completai la mia preparazione sui meccanismi molecolari che regolano l’attività tubulare renale. Qui appresi i primi rudimenti della genetica funzionale, che allora stava nascendo, avendo sempre un contatto stretto con i colleghi nefrologi clinici. Alla Yale University ho pubblicato una serie di lavori sull’equilibrio acido-base che stanno resistendo “all’insulto del tempo”, segno inequivocabile che sono ancora validi, un metro di giudizio molto accettato nella comunità scientifica. L’esperienza americana fu arricchita dalla nascita di Anna (Nunu), la mia secondogenita, che portò una carica di gioia ed infinita tenerezza nella mia giovane famiglia.

    Un cervello in fuga?
    Assolutamente no. Al ritorno in Italia ho cercato di applicare nella pratica clinica quello che avevo imparato durante i lunghi anni trascorsi all’estero. Da qui la mia passione per le tubulopatie, un ramo della nefrologia che per molti colleghi è ancora un rompicapo, se non una rottura di scatole. Per me, invece, è sempre stato un impegno quotidiano, soprattutto quando si è trasformata in una compiuta disciplina clinica, grazie alla diagnostica genetica, insostituibile per la diagnosi, ed alla ingegneria genetica, utilissima per riprodurre in modelli animali le patologie umane a carattere ereditario. Questo cocktail tecnologico, traslato in clinica ed applicato a coorti di pazienti, è risultato veramente innovativo.

    Risale a quel periodo il primo contatto con l’Istituto che attualmente dirige?
    L’incontro con Biogem non poteva non avvenire in un momento più propizio. Gli spazi, le attrezzature ed il suo straordinario stabulario mi hanno permesso di creare un centro di ricerche in nefrologia di base che, insieme con l’Unità Operativa Complessa di Nefrologia della Vanvitelli, di cui nel frattempo ero diventato responsabile, formano uno straordinario Centro di Ricerca Nefrologico Traslazionale. Questo è provato dal fatto che, quando a livello europeo si è costituita la rete delle malattie rare, immediatamente è stato riconosciuto come centro di riferimento internazionale nel campo delle malattie rare nefrologiche (ERNKnet)

    E intanto si profilava un percorso parallelo?

    Proprio così. Nel 2012 sono stato eletto presidente della SIN (Società Italiana di Nefrologia), altra tappa fondamentale della mia carriera, che accademicamente è stata un po' tribolata e sofferta. In quella veste ho avuto compiti un po' diversi; ho dovuto pensare, in particolare, al ruolo della nefrologia nel rapporto con altre specialità, avendo sempre come obiettivo primario le esigenze del paziente.  Erano anni in cui i colleghi oncologi facevano progressi spettacolari e la malattia tumorale, da patologia d’organo, veniva ripensata come una malattia sistemica. Da qui la proposta che il malato oncologico andava seguito da una equipe di medici, tra i quali doveva esserci, necessariamente, il nefrologo. Del resto, numerosi studi hanno evidenziato come l’insufficienza renale sia un fattore di crescita del tumore. Devo dire, per la precisione, che la SIN è stata una delle prime società a sottolineare questa problematica, ribadita in un innovativo convegno internazionale, da me organizzato a Napoli. Da allora abbiamo cominciato a collaborare con i nostri colleghi oncologi ed abbiamo stipulato un accordo interaziendale con il più grande ospedale oncologico del meridione, la ‘Fondazione Pascale’, che ha istituzionalizzato la presenza, in qualità di consulente, di una collega nefrologa del mio gruppo.

    L’Italia di nuovo le stava stretta?
    Dopo l’esperienza nella SIN, sono stato eletto nel Consiglio direttivo della Società Europea di Nefrologia (ERA). Anche qui discussioni appassionate sui nuovi orizzonti della nefrologia, sempre in cerca di target innovativi clinici e terapeutici. Ho trasmesso ai colleghi dell’ERA Council la mia antica passione per le neuroscienze, convincendoli dell’assoluta necessità di collaborare con i neurologi che, nel frattempo, grazie all’introduzione delle nuove tecnologie di neuro-imaging, erano riusciti ad ‘aprire’ la scatola cranica, rendendo ‘visibili’ le funzioni delle varie circonvoluzioni cerebrali.
    Un dato molto solido, presente in letteratura, è la riduzione della capacità cognitiva dei pazienti nefropatici. Essa diventa generalizzata nei dializzati, anzi si accentua con il prolungarsi della terapia dialitica, portando molte di queste persone alla demenza. Tutto ciò legittima l’ipotesi che il rene sia indispensabile per una corretta capacità cognitiva. Per affrontare in modo scientifico una tematica così complessa bisognava assolutamente creare un gruppo interdisciplinare ed internazionale.


    E siamo alla stretta attualità?

    E già. Per questo abbiamo scritto un progetto, approvato con il massimo score dal programma COST di Horizon 2020. L’acronimo di tale progetto è CONNECT (Cognitive decline in Nephro-Neurology: an European Cooperative Target) e ne sono stato eletto coordinatore.
    Esso vede la partecipazione di oltre 100 ricercatori di varie discipline, provenienti da 27 Paesi europei, più gli Stati Uniti. Abbiamo già pubblicato una considerevole mole di lavori scientifici, generato nuove idee e progetti, organizzato tavole rotonde in diversi convegni per diffondere la problematica nella comunità scientifica.
    Biogem ha ospitato il primo incontro in presenza di questo network; è stato un grande successo, ribadendo il ruolo che questo centro di ricerca ha e potrà avere negli studi preclinici di CONNECT.


    In definitiva, a quali sue attività di ricerca attribuisce il conferimento di questo premio?
    Direi che i progetti in materia di tubulopatie con le malattie rare, quelli nel campo della nefro-oncologia e quelli nella nefro-neurologia probabilmente lo giustificano.

    Vuole ringraziare qualcuno in particolare?
    Queste idee non si sarebbero concretizzate se non fossi stato costantemente alla ricerca, durante la mia vita professionale, di compagni di viaggio, di allievi in grado di aiutarmi a mettere in pratica le intuizioni che ho avuto. Sono stato molto fortunato, e forse bravo. Negli anni ho costituito un gruppo che parla la stessa lingua, ha gli stessi obiettivi, condivide la stessa filosofia di vita: la ricerca alla base di tutto e la voglia di vedere applicate sul paziente quello che stavamo immaginando, sperimentando, studiando in modelli animali.
    E credo che sia un segno del destino se un pellegrinaggio a Lourdes mi abbia tolto la possibilità di ricevere personalmente questo premio, avendo contratto il COVID-19. Sono stato infatti ripagato da una gioia più grande, dal momento che la pergamena è stata ritirata, a nome del mio fantastico gruppo, da una delle mie più brave collaboratrici. Una felice conclusione per un altro capitolo di una vita appassionata ed intensa.

     

    Ettore Zecchino

     
    Erminia Bianchino

    Laureata in Farmacia all’Università degli Studi di Salerno, dove ha conseguito  il dottorato in Chimica farmaceutica, Erminia Bianchino è a Biogem dal lontano 2010, inizialmente nella veste di ricercatrice nell’area di Farmacologia Sperimentale e Biochimica Analitica, e dal 2017 nel settore Marketing, come Senior Sales Specialist. 

    Da pochi mesi è alla guida del laboratorio di Nutraceutica dell’Istituto arianese, che ha già rappresentato, in occasione della 61esima edizione del Simposio AFI (Associazione Farmaceutici Industria Società Scientifica), svoltasi lo scorso giugno a Rimini.

    Dottoressa, dal Marketing alla Nutraceutica, ci racconta il suo primo impatto?

    La maggior parte delle persone confonde il marketing con la pubblicità’, ma quest’ultima è solo uno dei tanti strumenti del marketing, che comprende molte altre attività. Dall’intero processo di ricerca di potenziali clienti, allo studio della modifica dei servizi per andare incontro alle esigenze e ai feedback degli sponsor, dall’individuazione e la comunicazione del punto di forza dell’offerta, alla costruzione dell’identità aziendale, che deve ispirare fiducia e garantire un’altissima qualità scientifica. Per questo, da un punto di vista operativo, le attività di marketing utilizzano un metodo scientifico, che garantisce efficacia, efficienza, affidabilità e rapidità di risultato. In un certo senso si può dire che lavorando al marketing non mi sono mai discostata dalla mia formazione scientifica.

    Occuparmi per Biogem della promozione dei servizi alla ricerca mi ha dato l’opportunità di studiare più dettagliatamente le attività scientifiche di tutte le unità dell’azienda, compresa quella dedicata ai prodotti naturali. Con l’aiuto dei professori e dei ricercatori sono entrata nel vivo delle attività sperimentali. Questo per me ha avuto un valore esperienziale preziosissimo. Non dimentichiamo che la prima regola per presentare efficacemente un prodotto (nel nostro caso un servizio) è quella di conoscere dettagliatamente ciò che si sta offrendo.

    All’inizio non è stato semplice, anche perché Biogem non fornisce prodotti, ma offre servizi scientifici. Ben presto, l’elevato know-how scientifico e l’eterogeneità delle attività di ricerca sono invece state il punto di forza per costruire le attività del marketing. Per me è stata un esperienza avvincente ed entusiasmante, che mi ha permesso di presentare l’azienda in tre edizioni Bio-Europe, ad Amsterdam, Copenaghen e ad Amburgo. Per i non addetti ai lavori, la Bio-Europe è la più importante convention europea del settore, che fa del partnering il suo elemento distintivo e che riunisce ogni anno i decision-makers del settore biotech e i rappresentanti internazionali del mondo finanziario. Biogem è ormai nota per il suo supporto e la sua elevata professionalità nell’ambito della ricerca preclinica e sanitaria alle aziende farmaceutiche e ospedaliere, alle industrie operanti nel settore delle biotecnologie e ai centri di ricerca universitari. 
    Spero di poter far valere questa esperienza acquisita in passato nella direzione dell’unità di Nutraceutica.

    Quali obiettivi si pone nell’ambito di questo nuovo incarico?

    Mi piacerebbe riuscire ad incrementare le attività sia nell’offerta del service sia nello sviluppo di nuovi progetti di ricerca. Si può lavorare bene non solo all’estrazione e alla liofilizzazione da matrici naturali, ma anche alla caratterizzazione dei principi attivi, mentre, con l’aiuto del nostro Centro di Saggio GLP, possiamo testare sicurezza ed efficacia di sostanze attive di origine naturale. Le competenze e le strumentazioni presenti in Biogem consentono inoltre di acquisire informazioni preliminari sull'effetto e sul meccanismo d'azione di molecole naturali, utilizzando metodologie all’avanguardia. 
    Uno degli obiettivi che mi piacerebbe raggiungere è sicuramente quello di lavorare alla ricerca e  allo sviluppo di un prodotto nutraceutico a marchio Biogem. Forse sarà anche la deformazione acquisita con il marketing, ma trovo che sia avvincente l’esperienza della ricerca finalizzata al prodotto. 

    Ci indica le linee generali del suo impegno in questa veste?

    Mi impegnerò a creare sinergie con altri gruppi di ricerca del settore, lavorando alla finalizzazione di collaborazioni produttive. Sarà importante dialogare con nuove aziende che sviluppano prodotti nutraceutici, nonché consolidare i rapporti con quelli che sono già nostri partner e/o sponsor. In questo momento posso avvalermi del prezioso contributo di una brillante ricercatrice, la dottoressa Simona Giacobbe, con la quale sicuramente condividerò ogni nuova idea progettuale. 
    Come già fatto in passato, seguirò congressi ed eventi di settore, possibilità uniche di ‘cross-contamination’. 

    Intanto, vanta una presenza non solo protocollare al recente meeting riminese dell’AFI?

    Quest’anno il 61° Simposio AFI è tornato in presenza a Rimini, dopo due edizioni digitali alle quali ci aveva costretto la pandemia, ed è stato un grande successo. Biogem ha partecipato come espositore, in un’edizione focalizzata sulla nuova era post-covid per il mondo farmaceutico. Ho riscontrato grande interesse per i servizi da noi offerti nel settore preclinico, soprattutto per l’applicazione in terapie avanzate e nello sviluppo e produzione di proteine ricombinanti e anticorpi monoclonali. Sono stati tanti i contenuti emersi e gli spunti di discussione che abbiamo approfonditi e sviluppati con i gruppi di ricerca di Biogem, una volta rientrati in azienda. Da questa edizione abbiamo tratto un’importante conclusione: l’industria farmaceutica ha saputo affrontare la fase acuta della pandemia ed uscirne a testa alta, dimostrando la capacità di continuare a produrre anche nelle fasi di maggiore criticità. 
    Quanto è stato fatto in maniera straordinaria durante il periodo pandemico dovrebbe diventare, oggi, e nel futuro, l’ordinario.

    In poche parole, cos’è la nutraceutica?

    Parte della risposta è contenuta già nella domanda, perché il termine ‘nutraceutica’ nasce dalla fusione delle parole ‘nutrizione’ e ‘farmaceutica’, per indicare la disciplina che indaga tutti i componenti o i principi attivi degli alimenti con effetti positivi per la salute, come la prevenzione e il trattamento delle malattie. Invece di mangiare e curarsi, la nutraceutica ci suggerisce come curarsi mangiando, approcciando l’argomento con la scientificità e il rigore che merita. 

    Quali sono i percorsi di studio consigliabili per occuparsene professionalmente?

    Sicuramente conseguire una laurea scientifica in Farmacia, Scienze e tecnologie farmaceutiche, Biologia e Biotecnologia è il presupposto per acquisire le competenze formative di base. Ci sono inoltre corsi di laurea specifici in Scienze Nutraceutiche, orientati all'acquisizione di conoscenze, capacità e competenze nell'ambito delle scienze farmaceutiche, con particolare riferimento ai nutraceutici, agli alimenti funzionali, agli alimenti medicali e agli integratori alimentari. Ci si può infine specializzare post laurea con dei master in nutraceutica, attivati da molte università italiane per rispondere alle richieste sempre crescenti di figure professionali qualificate, da impiegare sia nelle industrie alimentari sia nelle industrie farmaceutiche, ma anche in Enti di Ricerca o in organismi di controllo dei prodotti alimentari, oltre che in società di consulenza, comunicazione e marketing.

    Nel suo settore sembrano abbondare i millantatori, o, nella migliore delle ipotesi, i dilettanti. Come affrontare la questione?

    I millantatori sono ubiquitari. Forse nel settore della nutraceutica ve ne sono tanti perché sopravvive in molti l’errata convinzione che ‘il prodotto naturale’ non sia tossico. Nulla di più falso!

    Purtroppo ci sono persone che, pur non conoscendo la materia, esprimono pareri e giudizi totalmente infondati e consigliano integratori alimentari seguendo solo una moda e/o un business. Direi che è ora di affidare la propria salute a professionisti del settore, che studiano e si aggiornano costantemente, e dedicano tutte le loro attenzioni al benessere della persona. E' importante che i consumatori utilizzino questi prodotti nel modo corretto, seguano i consigli di farmacisti e medici e non cadano vittime di ciarlatani e guaritori che, complici palestre e internet, spacciano prodotti inutili e diffondono false convinzioni. Tra l’altro, l’impiego sempre più diffuso di integratori alimentari fa crescere la domanda di informazioni corrette, fondate su evidenze scientifiche. E’ quindi necessaria una divulgazione seria e scientificamente solida, sia verso gli stakeholder, sia verso i consumatori.


    Qual è il suo giudizio sulla comunicazione nutraceutica degli scienziati ‘veri’ nei grandi network dell’informazione?

    Fortunatamente gli ‘scienziati veri’ esistono, e comunicano benissimo attraverso la produzione di lavori scientifici e review tematiche, report su progetti nazionali e internazionali, relazioni documentate su prodotti e processi innovativi. Trovo particolarmente efficace la comunicazione che si muove nelle due direzioni tra il mondo scientifico e accademico e quello industriale e professionale, per favorire lo scambio tra le acquisizioni e le evidenze scientifiche da un lato e le competenze e il know-how dall’altro.Tutto ciò induce a uno scambio virtuoso dei risultati scientifici da parte dei ricercatori, favorendo lo sviluppo di proposte innovative dall’industria.
    Quali le differenze e quali le affinità tra la dietetica e la nutraceutica?

    La dietetica o dietologia è un settore della scienza dell’alimentazione che si occupa degli effetti della nutrizione sul metabolismo dell’organismo umano, esaminandone le varie implicazioni. E’ una disciplina che studia, nello specifico, la distribuzione e la combinazione degli alimenti più adatti, il numero e il ritmo dei pasti, incluse le modalità di cottura, tenendo conto delle caratteristiche fisiologiche, ma anche eventualmente patologiche del paziente. L'obiettivo della dietologia è quello di salvaguardare il mantenimento del migliore stato di benessere possibile dell'uomo, garantendo una nutrizione equilibrata e soprattutto adeguata al suo fabbisogno. Compito del medico dietologo è dunque quello di valutare lo stato di salute del paziente, andare a cercare le cause dello specifico disequilibrio fisico, che può essere il sovrappeso o l'obesità o, viceversa, l'eccessiva magrezza. 
    La nutraceutica, invece, studia quei principi nutritivi (i nutraceutici) contenuti negli alimenti, che hanno effetti benefici sulla salute. Come dicevo prima, la nutraceutica spazia tra vari settori diversi tra loro, come la biologia, la farmacologia, la chimica e la medicina, e aiuta a comprendere come ciò che assumiamo con l’alimentazione possa influire sulla salute.

    Detta così può sembrare una piccola differenza, ma bisogna tener presente che un prodotto può definirsi nutraceutico solo quando le sostanze attive presenti al suo interno sono derivati alimentari ai quali si attribuiscono, oltre al valore nutrizionale di base, uno o più benefici aggiuntivi, come prevenire malattie croniche, migliorare la salute, ritardare il processo di invecchiamento, favorire la longevità o sostenere alcuni apparati o funzioni corporee. I nutraceutici servono, quindi, a integrare la comune dieta, costituendo una fonte concentrata di sostanze nutritive (es. vitamine, sali minerali, ecc.) e di altre sostanze (es. amminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre e altre sostanze vegetali, ecc.) che hanno un comprovato effetto fisiologico e contribuiscono allo stato di benessere dell’organismo. Questo spiega perché le due scienze sono sicuramente sinergiche nel contribuire al benessere umano attraverso l’alimentazione, ma vanno sostanzialmente distinte per le loro applicazioni.

    Un alimento eccessivamente diffamato?
    Mi sento di dire che non sono tanto i cibi, quanto le loro dosi consumate a fare bene o male. Credo che il burro, per esempio, sia stato demonizzato ingiustamente. Sarebbe invece ora di rivedere la condanna che troppo a lungo lo ha relegato in un angolo buio della nostra alimentazione, facendolo quasi scomparire, a favore di margarine e olio di palma. Questi ultimi, nati da poco più di un secolo, hanno infatti visto crollare la loro immagine salutistica a seguito di recenti ricerche che mettono in luce gli effetti negativi dell’idrogenazione e la creazione di acidi grassi trans, più dannosi, per il sistema circolatorio, di quelli saturi (presenti nel burro). 
    La dieta deve essere equilibrata e varia. Se, ad esempio, si utilizza il burro la mattina a colazione, va bene. Se poi, durante la giornata, si aggiunge prosciutto, carne rossa, tuorlo d’uovo l’equilibrio ‘’va a farsi friggere” e il colesterolo va fuori controllo. In questo caso posso prendermela col burro?
    E uno portato troppo in alto?

    Credo che semi di chia, bacche di goji, tè kombucha siano solo alcuni degli alimenti considerati erroneamente dei superfood. La ricerca dimostra infatti che gli stessi (o anche migliori) benefici possono essere offerti da altri alimenti, più comuni e sicuramente più economici. 
    Il termine superfood, spesso abusato o frainteso e ancora lontano da una definizione scientifica, nel mondo della nutrizione indica un alimento  ricco di nutrienti sani, che aiutano l’organismo a mantenersi in salute. Sono tuttavia moltissimi gli alimenti ‘super’ più comuni e spesso più economici. Per esempio, i sostenitori del consumo di bacche di goji affermano convintamente che questi frutti dovrebbero essere in grado di trattare le infiammazioni, migliorare la fertilità e combattere l’insonnia. Ancora, aiuterebbero a curare diverse malattie, come l’ipertensione, e addirittura il cancro. Peccato che non ci siano prove scientifiche sufficienti a supporto di queste affermazioni, se non studi datati o mai completati o confermati. Alcuni studi, condotti su conigli e ratti, hanno suggerito qualche buon risultato sulla salute del cuore e sulla resistenza all’insulina, ma nessuna ricerca ha dimostrato lo stesso effetto sull’uomo. Ciò che è noto, è che le bacche di goji sono ricche di proprietà nutritive, come vitamine, amminoacidi, carotenoidi, polifenoli, così come tanti altri cibi a noi ben noti. Per lo stesso (se non migliore) effetto, possiamo tuttavia scegliere il nostro caro vecchio pomodoro, ma anche l’arancia, oppure frutti rossi come fragole, mirtilli o lamponi.


    I rapporti con la farmacologia?

    Dopo due decenni d’interesse marginale da parte delle aziende farmaceutiche, le sostanze naturali stanno tornando ad essere una fonte preziosa per la scoperta di nuovi farmaci. Oggi infatti, grazie alle strategie di screening di prodotti naturali che sfruttano i recenti progressi della tecnologia e agli approcci genomici e metabolomici in grado di potenziare i tradizionali metodi di studio, stiamo assistendo a un rinnovato interesse nei loro riguardi. Storicamente, i prodotti naturali derivati dalle piante e dagli animali sono stati la fonte di quasi tutte le preparazioni di medicinali e, più di recente, hanno continuato a entrare in studi clinici o a fornire le basi per composti in sperimentazione, in particolare gli antitumorali e gli agenti antimicrobici. Ci sono molti esempi di prodotti naturali utilizzati nella ricerca di nuovi farmaci, diretti a una vasta gamma di indicazioni, anche oltre i loro punti di forza tradizionali, come l’azione antimicrobica e antitumorale. Recentemente, alcuni farmaci a base di erbe sono stati testati in modelli di malattia di Alzheimer e di neuropatia diabetica. Del resto, i prodotti naturali hanno fornito le basi per la maggior parte delle classi di antibiotici, come i β-lattamici, i macrolidi e le tetracicline. Negli ultimi 30 anni la ricerca sui prodotti naturali ha anche fornito l'unica nuova classe di farmaci antifungini: le echinocandine. Oggi c'è ancora un urgente bisogno di nuovi e migliori anti-infettivi. Il tasso attuale di introduzione di nuovi antimicrobici può infatti non essere sufficiente a far fronte alla comparsa di batteri e funghi resistenti. 
    Anche se i prodotti naturali sono stati ampiamente utilizzati storicamente nella scoperta di nuovi farmaci, ci sono ancora molte risorse che possono essere esplorate nella ricerca moderna. E’ infatti probabile che la stragrande maggioranza delle specie vegetali non siano state sistematicamente studiate, mentre le medicine tradizionali a base di piante utilizzate da culture diverse devono ancora essere indagate a fondo.


    Può determinarci l’impatto ‘psicologico’ nel rafforzare o ridurre l’effetto nutraceutico di un cibo?

    L’efficacia (percepita) di una terapia sicuramente può risentire di un particolare stato psicologico del paziente, come ampiamente descritto per i farmaci. Basti pensare agli effetti ‘placebo’ e ‘nocebo’, con buona approssimazione estendibili ai nutraceutici. Per esempio, è stato dimostrato che specifici aspetti di un trattamento, come la forma e il colore di una compressa, possono indurre delle risposte placebo da condizionamento, se precedentemente associati a ingredienti attivi presenti nella compressa. Allo stesso modo, è possibile indurre una risposta nocebo da condizionamento, associando uno stimolo neutro a un effetto collaterale. Tali effetti sono generati anche dalle aspettative e dalle credenze che il paziente sviluppa durante una terapia, determinate da diversi fattori, quali le interazioni verbali con i terapeuti e gli altri pazienti, le emozioni provate durante il trattamento , le precedenti esperienze di terapia.

    L’argomento è vasto e ricade anche nell’interesse di neuroscienziati e farmacoeconomisti. Non vorrei essere superficiale nella risposta. Credo solo che nel caso dei nutraceutici un fattore importante e psicologicamente condizionante per il consumatore derivi dalla comunicazione che viene fatta sul prodotto. A differenza dei farmaci, i nutraceutici vengono talora utilizzati in terapia anche in assenza di validi studi clinici che ne possano comprovare l’efficacia, e spesso le proprietà salutistiche vengono dedotte da studi di piccola entità o non controllati. La derivazione naturale di un nutraceutico non rappresenta una garanzia di innocuità, oltre che di efficacia terapeutica, a cui si aggiunge anche l’assenza di monitoraggio post-marketing, che non permette di valutare l’insorgenza di effetti avversi, correlati all’utilizzo di questi prodotti. Proprio per ovviare a queste problematiche, nel 2002 è stata istituita l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, assicurando così un alto grado di protezione dei consumatori. Considerato il numero crescente di prodotti alimentari recanti indicazioni nutrizionali e sulla salute, per tutelare ulteriormente il consumatore è stato anche adottato un Regolamento del Parlamento europeo che stabilisce le regole per l’uso delle indicazioni nutrizionali. L’applicazione di tale Regolamento tutela il consumatore, vietando ogni informazione falsa, ambigua o fuorviante, che generi un dubbio circa la sicurezza e/o l’adeguatezza nutrizionale di altri alimenti, che incoraggi o tolleri un consumo eccessivo di un determinato alimento, che affermi, suggerisca o sottintenda che una dieta varia ed equilibrata non possa fornire quantità adeguate di tutte le sostanze nutritive, o che faccia riferimento a variazioni delle funzioni corporee che potrebbero suscitare o sfruttare timori nel consumatore. Rispettare queste indicazioni, non solo nella fase di produzione e commercializzazione di un prodotto nutraceutico, ma soprattutto nella fase di promozione e divulgazione scientifica, potrebbe aiutare un consumo consapevole e la riduzione di effetti terapeutici falsati dall’impatto psicologico. 


    L’uomo è ciò che mangia?

    Se “siamo quello che mangiamo”, come affermava Ludwig Feuerbach, l’alimentazione occupa un ruolo decisivo per il nostro benessere. Spesso però non “sappiamo quello che mangiamo”, e la qualità del nostro vivere ne risente, con gravi conseguenze per l’organismo. L’informazione sul rapporto tra cibo e salute è spesso inesatta o retorica, vittima di luoghi comuni o degli interessi di parte dei produttori. È qui che entra in gioco la nutraceutica, una parola che sarà sempre più sulla bocca di tutti.

     

    Ettore Zecchino

    Francesco Trepiccione

    Professore associato presso l’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’, Francesco Trepiccione è responsabile dell’area di Nefrologia Traslazionale di Biogem, sotto la diretta supervisione del direttore scientifico dell’Istituto, Giovambattista Capasso, del quale può dirsi un brillante allievo. Autore di diversi studi sulle malattie renali rare e di lunghi soggiorni in alcuni tra i più importanti centri di ricerca medica del mondo, anche per questo è stato insignito, dalla Società Europea di Nefrologia (ERA), del ‘Young Investigators in Traslational Sciences’ per l’anno 2022, intitolato al celebre nefrologo britannico Stanley Shaldon.

     

    Da giovane associato a giovane nefrologo traslazionale europeo dell’anno (primo italiano della storia). Professore, è il suo momento?

    Questo riconoscimento mi inorgoglisce particolarmente, in quanto nella mia giovane carriera ho sempre cercato di far convivere i due aspetti della clinica e della ricerca di base, in un profilo che oggi si riconosce a livello internazionale come ‘physician scientist’. Nella nostra scuola di Nefrologia, questo modo di approcciare la clinica e la ricerca è cominciato negli anni 70 ed ha resistito, con grande fatica, ai diversi filoni scientifici che in seguito si sono sviluppati. Ricevere oggi un riconoscimento internazionale così autorevole ha un grande significato non solo per me, ma anche per quei pionieri della nefrologia che hanno anticipato questo approccio.

    Quanto lunga e dura è stata la strada percorsa fino ad oggi?

    A guardare indietro è stata dura, ma non faticosa. La forte passione e l’entusiasmo per quello che facevo mi hanno infatti sempre spinto ad andare avanti. Non è sempre stato facile, anzi quasi mai, ma purtroppo in corsa si innesca un meccanismo perverso, per cui fermarsi costa sempre di più e il prezzo da pagare è tutto il lavoro fatto in precedenza. I momenti più tristi sono le rinunce che questo impegno totalizzante ti porta a fare, soprattutto quelle affettive e familiari. Quando salgono alla memoria fanno male.


    E quanto hanno inciso sulla sua crescita professionale Giovambattista Capasso e Biogem?

    Il professore Capasso è il mio mentore, ed è stato l’innesco di tutto il mio viaggio nella ricerca. Da studente di medicina mi ha invitato a seguirlo nell’ambito della fisiologia renale e ancora da studente mi ha spinto alla mia prima esperienza di ricerca in America, nel famoso NIH, a Bethesda. Biogem è l’Istituto che mi ha accolto e che mi ha permesso di esprimermi in autonomia quando sono rientrato dal mio post-doc francese, nel 2016. Ha rappresentato un terreno fertile per le mie idee e per i ragazzi che ho coordinato in questi anni.


    Il più rilevante tra i suoi soggiorni di studio all’estero?

    Tutte le mie esperienze di lavoro all’estero sono state fondamentali, ma credo che il soggiorno in Danimarca sia stato quello più formativo. Qualcuno ha detto che sono partito studente e sono tornato scienziato da lì. Inoltre, è un rapporto che non si è mai interrotto, per i numerosi scambi di dottorandi e post-doc che abbiamo avuto in questi anni in entrambe le direzioni. Ritornerò lì tra qualche mese come visiting-professor. 


    In Italia, e, nello specifico, in Campania, in quale stato di salute è la ricerca nefrologica?

    Il rene è un organo complesso e la sua disfunzione è causa di tanti aspetti clinici rilevanti. Pertanto è oggetto di studio intenso. La ricerca italiana si distingue nel mondo, ma ad oggi pochi sono i laboratori che, nel nostro Paese, si occupano di ricerca di base sul rene. In Campania ci sono senza dubbio degli ottimi istituti.


    I vantaggi e gli inconvenienti della provincia nella sua esperienza professionale e umana?

    La provincia rischia di pagare un certo isolamento e la lontananza dalla multidisciplinarietà, tipica delle grandi aree metropolitane. Tuttavia, se una lezione abbiamo imparato con la recente pandemia, è l’ampio utilizzo delle video-conferenze. Ciò ha ridotto le distanze e ha avvicinato tutti. Infine, le piccole realtà di provincia consentono di sviluppare al meglio il senso di appartenenza.
    In definitiva, più che alle dimensioni di un centro credo si debba guardare all’età media dei suoi ricercatori e al turn-over dei giovani. Basti pensare alle piccole, ma grandi università centro europee, che rappresentano dei punti di eccellenza, pur essendo lontane dalle grandi capitali.


    A quali studi del suo passato è più legato?
    C’è un’osservazione, che abbiamo fatto quasi per caso, proprio in Danimarca, durante una giornata al microscopio, quando abbiamo identificato un nuovo tipo cellulare, con caratteristiche intermedie tra due cellule ben note. La sua presenza suggeriva l’esistenza di uno stato intermedio, risultato della inter-conversione dei due tipi cellulari. La pubblicazione di questo risultato non ha avuto all’inizio molto seguito (nel 2013), ma adesso è risultata essere una grande intuizione, confermata da solidi esperimenti e molto citata nel nostro campo. Questo ci inorgoglisce e spero sia di stimolo a non autocensurarsi quando non si concorda con le opinioni dominanti.

    E oggi?
    Sono molto fiero di un lavoro, realizzato a Biogem, che sta per uscire e che credo sarà di grande impatto per alcuni pazienti affetti da una rara malattia sistemica, la glicogenosi 1b. In questo studio chiariamo infatti l’efficacia di un nuovo trattamento per questi stessi pazienti, al momento orfani di terapie mirate.


    In cosa consiste l’approccio traslazionale che così fortemente caratterizza la sua attività di ricerca in Biogem?

    L’approccio traslazionale che impronta la nostra ricerca si basa sulla stretta collaborazione tra il nostro reparto di Nefrologia dell’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ e il laboratorio di ricerca di Nefrologia Traslazionale di Biogem. Siamo un centro di riferimento europeo per le malattie renali rare e questo ci consente di approfondire alcuni aspetti fondamentali direttamente nei pazienti. È infatti al letto del paziente che sorgono le domande cliniche e diagnostiche a cui cerchiamo di dare risposta in laboratorio. Riprodurre modelli di malattia e cercare di guarirli ci consente di verificare ipotesi terapeutiche efficaci.
    Quando questo lavoro riguarda farmaci o trattamenti già approvati e disponibili per altre indicazioni (riposizionamento) il beneficio per il paziente è quasi immediato. Questa è la strada che stiamo percorrendo per due malattie renali rare, attualmente sottoposte a un processo di revisione tra pari.


    Trova sensata una differenziazione marcata tra ricerca di base e ricerca clinica?

    Sono ambiti diversi che spesso vanno in parallelo. La ricerca traslazionale fa in modo che queste strade si incrocino e genera innovazione.


    Personalmente, per quale propende?

    La nostra attività di ricerca è incentrata sullo studio dei meccanismi molecolari alla base delle patologie renali e sullo studio della fisiologia renale, ovvero del funzionamento dell’organo. È questa la mia passione. Tutto ciò non è necessariamente lontano dai pazienti, ma, al contrario, mette a disposizione tecniche sempre più innovative al servizio dello stesso paziente. Nei prossimi anni si affermeranno sempre di più le applicazioni ‘omiche’ per la diagnosi clinica. Utilizzarle ai fini di ricerca con diversi anni di anticipo offre degli indubbi vantaggi culturali.


    Le sue passioni fuori dal Laboratorio?

    Negli scampoli di tempo leggo libri e mi diverto a comprare e costruire i lego con mio figlio.


    Le è mai capitato di coniugare arte e scienze?

    L’arte è fonte di ispirazione, perché mostra aspetti della vita che non tutti sono in grado di vedere. In alcuni interventi informali mi piace trasmettere messaggi scientifici modificando immagini di quadri o sculture famose. Un metodo di grande effetto e capace di trasmettere facilmente il concetto.


    Il suo rapporto con il meeting ‘ Le Due Culture’?

    Devo dire che il meeting annuale che si tiene a Biogem sugli aspetti scientifici e umanistici della cultura è davvero di alto impatto. Sono mondi che hanno bisogno di dialogare e che possono beneficiare l’uno dell’altro. All’inizio mi sentivo un pesce fuor d’acqua assistendo ad alcuni interventi di filosofia o di etica, ma poi ho capito che alcune metodologie di pensiero sono parte integrante delle scelte comuni quotidiane anche nella ricerca scientifica più tecnologicamente avanzata.

     

    Ci racconta qualcosa di Francesco Trepiccione fuori dal laboratorio?
    Credo di svolgere una vita tranquilla in famiglia, qualche volta viaggiando, e godendo sempre della compagnia di amici storici. Provo ad essere un buon padre.


    Le sue passioni più ‘resistenti’ nel tempo?

    Quando posso, leggo ancora del mondo romano antico, che mi affascina dai tempi del liceo. E poi, non ho mai smesso di comprare lego.

    Ettore Zecchino

    Davide Viggiano

    Laureato in Medicina e Chirurgia presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, Davide Viggiano ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Morfologia Umana e Sperimentale e, successivamente, di specialista in Nefrologia. In seguito, è stato ricercatore di Fisiologia umana presso l’Università del Molise. Attualmente, è professore associato di Nefrologia presso l’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’.
    Autore di oltre 90 pubblicazioni su riviste internazionali, è nella lista dei Top Italian Scientists.
    Da qualche mese dirige, insieme al collega Francesco Trepiccione, il Laboratorio di Nefrologia Traslazionale di Biogem.

    Professore, cosa può dirci della sua esperienza passata a Biogem?
    Ho sentito parlare per la prima volta di Biogem circa 20 anni fa, durante il mio dottorato di ricerca in Anatomia. Le notizie che giravano nei laboratori che frequentavo facevano sognare ai giovani ricercatori di poter avere un giorno la possibilità di venire a lavorare in questo favoloso centro, super tecnologico e dotato di una delle più grandi ‘animal house’ del Meridione. Non avrei mai immaginato che 20 anni più tardi avrei avuto la opportunità di coronare questo sogno.

    Ci delinea i suoi programmi come coordinatore del Laboratorio di Nefrologia Traslazionale?
    Vorrei in primo luogo spiegare il significato di questa denominazione, che è di per sé un programma di ricerca molto ambizioso.
    ‘Nefrologia’ è lo studio dei reni, delle relative malattie, ma anche di tanti organi il cui funzionamento si altera a seguito di una malattia renale. E, per formazione, io presto attenzione al danno cerebrale a seguito delle malattie renali.
    ‘Traslazionale’ è invece il desiderio di non rimanere fermi al laboratorio, ma di avere un continuo dialogo con il mondo clinico. Tradurre cioè i problemi dei pazienti in esperimenti di laboratorio, e poi tornare a loro con queste nuove informazioni.
    Si tratta di un progetto ambizioso e difficile, ma è ciò che di più completo ha da offrire oggi la scienza.

    In particolare, a chi o a cosa risale questo nuovo approccio ‘neurologico’ alle patologie renali, fortemente seguito da Biogem?
    Questo curioso punto di contatto fra due temi così distanti, il rene e il cervello, nasce per una singolare coincidenza astrale. Più di dieci anni fa, dopo una vita di studi sul cervello, incontrai il professore Capasso, attuale Direttore Scientifico di Biogem, il quale mi fece notare che molti pazienti con malattie renali hanno problemi a ricordare di prendere i farmaci. Da questa osservazione casuale nacque un’interazione forte, che mi ha portato a divenire nefrologo, ma con un costante ‘focus’ sui problemi neurologici di questi pazienti.

    Dovremmo, quindi, dire il contrario?
    Certo, si pone il problema se è il rene a modificare l’attività del cervello o il contrario. In fin dei conti, quale organo non è controllato dal cervello? Io credo, però, che questa ‘cerebralizzazione’ del nostro corpo porti a dimenticare che quasi tutti gli organi finiscono per influenzare l’attività cerebrale. Un banale mal di stomaco, ad esempio, può rendere molto difficile la semplice attività del pensare!

    Tale evoluzione ha a che vedere con l’approccio traslazionale e multidisciplinare alla base della direzione Capasso?
    Precisamente. L’approccio traslazionale è una caratteristica del laboratorio guidato dal professore Capasso. Chi lavora al bancone del laboratorio non deve perdere di vista il paziente. Per questo noi teniamo molto a che tutti i collaboratori vengano anche in clinica, al fine di conoscere meglio la patologia che cercano, successivamente, di studiare in laboratorio. Allo stesso tempo, stimoliamo continuamente i medici a frequentare il laboratorio. Senza questa esperienza bilaterale si ingenerano facilmente distorsioni nella comunicazione tra ricercatori e medici, rischiando che questi ultimi non recepiscano compiutamente i risultati di tali studi.

    Allargando ulteriormente il campo di analisi, crede che la vocazione bi-culturale di Biogem potrà suggerirle nuovi approcci nella ricerca medica?
    Questo è un punto basilare. La scienza non è che una piccola branca della filosofia e la filosofia non è che una parte delle scienze umane. Una società che chiede una tremenda specializzazione agli scienziati, senza offrire loro alcuna possibilità di vedere dove si colloca, in questo ampio panorama culturale, il loro piccolo contributo, non può che avere una falsa impressione di crescita, mentre fallisce nel trovare i bersagli. Senza un approccio storico alla scienza si ripeteranno gli stessi esperimenti e si tornerà di continuo a usare le stesse teorie già scartate nel passato. Senza un approccio umanistico alla conoscenza si perde di vista il senso stesso delle proprie attività in laboratorio.
    Il colloquio con storici, filosofi, artisti, scrittori deve essere strutturale e non lasciato al caso.

    E in un’ottica ‘service’?
    Questo aspetto è altrettanto importante, anche se può ingenerare resistenze. Lo scienziato puro ritiene infatti che quel che fa non è qualcosa da dover vendere o di cui si debba percepire l’utilità immediata. Questo è vero un po’ in tutte le discipline, forse maggiormente nella matematica. Tali posizioni ‘pure’ dimenticano, tuttavia, che qualsiasi cosa si faccia nasconde una motivazione, e quest’ultima è, alla fine, molto vicina a quello che noi chiamiamo lo scopo della ricerca. Avere degli obiettivi chiari, come in un ‘service’, non trasforma la scienza in un processo ingegneristico, ma offre problemi reali da risolvere, puntando a trasformare in applicazioni pratiche le idee teoriche. Alcuni dei più grandi avanzamenti scientifici rispondono a un’ottica service, come l’implementazione del calcolatore, allo scopo di decifrare codici sempre più complessi.
     L’ottica service è molto spesso un punto di motivazione, piuttosto che un freno alla fantasia.

    Ci può fare qualche esempio?
    Certamente. Attualmente, nei nostri laboratori, abbiamo ricercatori impegnati a comprendere quali alterazioni cerebrali avvengono in presenza di una malattia renale. Questo è un approccio ‘puro’, una curiosità intellettuale. Nel dialogo con il clinico è tuttavia emersa la necessità di studiare alcuni sintomi neurologici comuni, come il tremore. Tale problema di tipo pratico, applicativo, ci ha portato a ideare un nuovo macchinario, in corso di brevettazione, che misuri il tremore nei pazienti con malattia renale e che sia di utilità al clinico.

    Quanto crede nella didattica all’interno di un centro di ricerca non universitario?
    E’ fondamentale. Il ricercatore deve imparare a trasferire le sue conoscenze ad altre persone. Che questo avvenga tramite informali incontri diretti, o con formali lezioni, poco importa. L’obbligo di trasferire le informazioni spinge il ricercatore a rivedere i propri dati, a spiegare meglio il motivo per cui fa certi esperimenti e ad interpretarne i risultati in modo critico. Tenere delle lezioni di fronte a una classe di allievi è forse un modo semplice, ben testato nei secoli, per obbligare i ricercatori a condividere, divulgare e criticare le proprie conoscenze e a formalizzare le proprie teorie. Quando insegna, il ricercatore è inoltre spinto ad aggiornarsi su un tema specifico, e questo gli permette di incasellare meglio la propria attività di ricerca.

    Un obiettivo concreto da raggiungere per il suo laboratorio?
    Scoprire come fermare il decadimento cognitivo nei pazienti con danno renale.

    Un limite da superare?
    L’egoismo e la tendenza all’isolamento. La ricerca richiede, invece, un continuo colloquio con altre menti.

    I suoi suggerimenti alla Direzione Scientifica?
    Sarebbe motivante per i giovani avere una bacheca in sughero dove appendere l’ultima propria pubblicazione scientifica. Questi ragazzi, infatti, lavorano tanto, e quando scrivono un articolo è giusto che lo condividano e che ne siano orgogliosi.

    Ettore Zecchino

    Luigi Marvasi

    Veterinario bio-tecnologo, dedito alla ricerca sperimentale eseguita secondo le Buone Pratiche di Laboratorio (BPL), Luigi Marvasi è bolognese di nascita e formazione, anche accademica. Nella città felsinea è stato socio fondatore del primo Spin-off dell’Alma Mater certificato GLP, e vanta numerose e prolungate esperienze anche in Toscana. Già veterano nella consulenza e direzione di Centri di Saggio, in questa veste è appena diventato parte della squadra di Biogem.
    Negli ultimi anni ha orientato le sue attività in ambito immunologico, con particolari approfondimenti sullo sviluppo di vaccini e anticorpi monoclonali e policlonali ad uso diagnostico e terapeutico.

     

    Dottore Marvasi, cosa l’ha spinta ad accettare questa nuova sfida a Biogem?
    Lavorare nella ricerca applicata di tipo regolatorio è sempre stata la mia più autentica passione e il progetto di Biogem mi ha convinto per la sua qualità complessiva e per i programmi e le prospettive concordati.

    Ci confida le primissime impressioni sulla struttura e sul territorio?
    La struttura è molto ben pensata e studiata, non solo da un punto di vista infrastrutturale. Mi ha inoltre subito colpito la tenacia e la forza di volontà degli irpini, una popolazione appenninica evidentemente forgiata da non poche vicissitudini storico-geografiche. In questo senso, mi ricordano molto le genti della mia Emilia. Mia nonna era originaria di Montese, un paesino di montagna, e mio nonno di Bentivoglio, nella pianura bolognese.

    E, in particolare, sullo stabulario?

    Lo stabulario è il cuore pulsante di un Centro di Saggio, e quello di Biogem può contare su importanti strutture. Credo, tuttavia, che vadano ottimizzate. Molte procedure sono infatti ridondanti e complessivamente rallentano il lavoro.

    Conosce la realtà delle ‘Due Culture’?

    Ho partecipato all’edizione del 2021 e mi è molto piaciuta l’idea alla base di questo ormai storico meeting. Credo, infatti, che la vera cultura nasca proprio dall’incontro tra questi due mondi.

    In parole semplici, cos’è un Centro di Saggio?

    Un insieme di persone, strutture, strumenti, spazi e competenze, che consentono di generare dati sperimentali affidabili e robusti in ambito farmaceutico.

    Quante strutture di questo tipo sono presenti in Italia e quali sono le più prestigiose?

    All’incirca sono meno di una decina, almeno quelle con certificazione GLP (Good Laboratory Practices). Di particolare rilievo si possono considerare i Centri di Saggio di Pomezia (ERBC), di Verona (Aptuit) e di Ivrea (Merck-Serono).

    Come intende ‘organizzare’ il suo lavoro a Biogem?

    In questa prima fase, trascorrendo una buona parte delle mie ore di attività affiancando fisicamente i ricercatori, per capire fino in fondo le loro esigenze e i loro punti di vista. In seguito, semplificando tutte le procedure operative fino ad ora sviluppate.

    Da veterinario, quale attenzione ritiene si debba avere con gli animali da laboratorio?

    Il mondo degli animali da laboratorio richiede competenze estremamente specialistiche, che presuppongono molta formazione e una curva di apprendimento lunga nel tempo. D’altra parte, se possiamo considerare relativamente difficile fare un prelievo di sangue ad un uomo di 50 chili, figuriamoci a un topino di 20 grammi! Lo stesso vale per la somministrazione di un farmaco per via venosa, oppure per l’esecuzione di una ecografia. Dobbiamo fare in modo che gli animali siano mantenuti nelle migliori condizioni ambientali possibili. Prima di iniziare ogni studio, ad esempio, è necessario passare attraverso fasi anche lunghe di training, per aiutare l’animale a rapportarsi nel modo migliore con gli operatori e abituarsi alle manualità alle quali sarà sottoposto. L’animale non deve essere sottoposto  a stress inutili, non solo per ovvi motivi etici, ma anche per una ottimale riuscita dell’esperimento a cui è sottoposto, che si traduce in dati affidabili e predittivi.

    Quali specie possono aiutare maggiormente la ricerca?

    Roditori a parte, in senso generale credo che un nuovo modello animale  da incrementare sia quello suino.

    E lo zebrafish?
    Si tratta di un modello sperimentale molto interessante, che presenta notevoli vantaggi in termini di costi e di cui esistono moltissime linee transgeniche, funzionali ai tanti innovativi studi di tipo tossicologico nel campo della genetica (basti pensare al settore dei contaminanti), dello sviluppo embrionale e dello sviluppo dei tumori.

    Si intravede, almeno in alcune branche, la possibilità di farne a meno?

    Già si utilizzano esclusivamente modelli sperimentali in vitro in settori di rilievo come  quello dei cosmetici (per citare solo il caso più significativo). Anche in ambito farmaceutico diversi modelli sperimentali in vivo sono stati sostituiti da studi effettuati su linee di colture cellulari.
    La sua esperienza sulla produzione di anticorpi monoclonali e policlonali, e soprattutto quella sui vaccini, può essere funzionale a un ruolo ancora più diretto di Biogem nella lotta alla pandemia in corso?

    Direi di si. Abbiamo infatti appena avviato due studi finalizzati alla creazione di un vaccino contro il COVID-19 sviluppato da un’azienda italiana in collaborazione con Vismederi, realtà con la quale collaboro da più di 11 anni. Ci occupiamo, in particolare, degli studi finalizzati alla valutazione della capacità del vaccino di indurre la produzione di anticorpi protettivi, e di verificarne la sicurezza dopo la somministrazione.

    Più in generale, quali prospettive e scenari nuovi possono aprire le ricerche sugli anticorpi monoclonali e sui vaccini?

    Gli anticorpi monoclonali rappresentano la terapia più efficace e mirata che si sta mettendo a punto per l’uomo. In prospettiva, grazie a loro, si punta a creare uno specifico farmaco per ogni singolo malato, anche e soprattutto, in campo oncologico. I vaccini, oltre ad avere una ricaduta estremamente importante in vari settori della medicina, possono anche contribuire a rafforzare la posizione dell’industria farmaceutica italiana. Il tassello mancante è la ricerca preclinica su modelli di infezioni sperimentali su modelli animali.

    Il Sistema Paese, inteso come politica, cosa può fare in questa prospettiva?
    Su due piedi direi che andrebbero semplificati gli iter autorizzativi e le varie procedure a questi collegate. In secondo luogo, si dovrebbero distribuire in maniera più oculata i finanziamenti a disposizione, attualmente elargiti a pioggia, senza una precisa programmazione.

    Ci rivela, infine, il suo sogno scientifico da realizzare a Biogem?

    Contribuire a creare un centro per lo studio e lo sviluppo dei vaccini di rilevanza europea.

    Ettore Zecchino

     



     

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