Focus

    Luigi Marvasi

    Veterinario bio-tecnologo, dedito alla ricerca sperimentale eseguita secondo le Buone Pratiche di Laboratorio (BPL), Luigi Marvasi è bolognese di nascita e formazione, anche accademica. Nella città felsinea è stato socio fondatore del primo Spin-off dell’Alma Mater certificato GLP, e vanta numerose e prolungate esperienze anche in Toscana. Già veterano nella consulenza e direzione di Centri di Saggio, in questa veste è appena diventato parte della squadra di Biogem.
    Negli ultimi anni ha orientato le sue attività in ambito immunologico, con particolari approfondimenti sullo sviluppo di vaccini e anticorpi monoclonali e policlonali ad uso diagnostico e terapeutico.

     

    Dottore Marvasi, cosa l’ha spinta ad accettare questa nuova sfida a Biogem?
    Lavorare nella ricerca applicata di tipo regolatorio è sempre stata la mia più autentica passione e il progetto di Biogem mi ha convinto per la sua qualità complessiva e per i programmi e le prospettive concordati.
    Ci confida le primissime impressioni sulla struttura e sul territorio?
    La struttura è molto ben pensata e studiata, non solo da un punto di vista infrastrutturale. Mi ha inoltre subito colpito la tenacia e la forza di volontà degli irpini, una popolazione appenninica evidentemente forgiata da non poche vicissitudini storico-geografiche. In questo senso, mi ricordano molto le genti della mia Emilia. Mia nonna era originaria di Montese, un paesino di montagna, e mio nonno di Bentivoglio, nella pianura bolognese.

    E, in particolare, sullo stabulario?

    Lo stabulario è il cuore pulsante di un Centro di Saggio, e quello di Biogem può contare su importanti strutture. Credo, tuttavia, che vadano ottimizzate. Molte procedure sono infatti ridondanti e complessivamente rallentano il lavoro.
    Conosce la realtà delle ‘Due Culture’?

    Ho partecipato all’edizione del 2021 e mi è molto piaciuta l’idea alla base di questo ormai storico meeting. Credo, infatti, che la vera cultura nasca proprio dall’incontro tra questi due mondi.

    In parole semplici, cos’è un Centro di Saggio?

    Un insieme di persone, strutture, strumenti, spazi e competenze, che consentono di generare dati sperimentali affidabili e robusti in ambito farmaceutico.

    Quante strutture di questo tipo sono presenti in Italia e quali sono le più prestigiose?

    All’incirca sono meno di una decina, almeno quelle con certificazione GLP (Good Laboratory Practices). Di particolare rilievo si possono considerare i Centri di Saggio di Pomezia (ERBC), di Verona (Aptuit) e di Ivrea (Merck-Serono).
    Come intende ‘organizzare’ il suo lavoro a Biogem?

    In questa prima fase, trascorrendo una buona parte delle mie ore di attività affiancando fisicamente i ricercatori, per capire fino in fondo le loro esigenze e i loro punti di vista. In seguito, semplificando tutte le procedure operative fino ad ora sviluppate.
    Da veterinario, quale attenzione ritiene si debba avere con gli animali da laboratorio?

    Il mondo degli animali da laboratorio richiede competenze estremamente specialistiche, che presuppongono molta formazione e una curva di apprendimento lunga nel tempo. D’altra parte, se possiamo considerare relativamente difficile fare un prelievo di sangue ad un uomo di 50 chili, figuriamoci a un topino di 20 grammi! Lo stesso vale per la somministrazione di un farmaco per via venosa, oppure per l’esecuzione di una ecografia. Dobbiamo fare in modo che gli animali siano mantenuti nelle migliori condizioni ambientali possibili. Prima di iniziare ogni studio, ad esempio, è necessario passare attraverso fasi anche lunghe di training, per aiutare l’animale a rapportarsi nel modo migliore con gli operatori e abituarsi alle manualità alle quali sarà sottoposto. L’animale non deve essere sottoposto  a stress inutili, non solo per ovvi motivi etici, ma anche per una ottimale riuscita dell’esperimento a cui è sottoposto, che si traduce in dati affidabili e predittivi.
    Quali specie possono aiutare maggiormente la ricerca?

    Roditori a parte, in senso generale credo che un nuovo modello animale  da incrementare sia quello suino.
    E lo zebrafish?
    Si tratta di un modello sperimentale molto interessante, che presenta notevoli vantaggi in termini di costi e di cui esistono moltissime linee transgeniche, funzionali ai tanti innovativi studi di tipo tossicologico nel campo della genetica (basti pensare al settore dei contaminanti), dello sviluppo embrionale e dello sviluppo dei tumori.
    Si intravede, almeno in alcune branche, la possibilità di farne a meno?

    Già si utilizzano esclusivamente modelli sperimentali in vitro in settori di rilievo come  quello dei cosmetici (per citare solo il caso più significativo). Anche in ambito farmaceutico diversi modelli sperimentali in vivo sono stati sostituiti da studi effettuati su linee di colture cellulari.
    La sua esperienza sulla produzione di anticorpi monoclonali e policlonali, e soprattutto quella sui vaccini, può essere funzionale a un ruolo ancora più diretto di Biogem nella lotta alla pandemia in corso?

    Direi di si. Abbiamo infatti appena avviato due studi finalizzati alla creazione di un vaccino contro il COVID-19 sviluppato da un’azienda italiana in collaborazione con Vismederi, realtà con la quale collaboro da più di 11 anni. Ci occupiamo, in particolare, degli studi finalizzati alla valutazione della capacità del vaccino di indurre la produzione di anticorpi protettivi, e di verificarne la sicurezza dopo la somministrazione.

    Più in generale, quali prospettive e scenari nuovi possono aprire le ricerche sugli anticorpi monoclonali e sui vaccini?

    Gli anticorpi monoclonali rappresentano la terapia più efficace e mirata che si sta mettendo a punto per l’uomo. In prospettiva, grazie a loro, si punta a creare uno specifico farmaco per ogni singolo malato, anche e soprattutto, in campo oncologico. I vaccini, oltre ad avere una ricaduta estremamente importante in vari settori della medicina, possono anche contribuire a rafforzare la posizione dell’industria farmaceutica italiana. Il tassello mancante è la ricerca preclinica su modelli di infezioni sperimentali su modelli animali.

    Il Sistema Paese, inteso come politica, cosa può fare in questa prospettiva?
    Su due piedi direi che andrebbero semplificati gli iter autorizzativi e le varie procedure a questi collegate. In secondo luogo, si dovrebbero distribuire in maniera più oculata i finanziamenti a disposizione, attualmente elargiti a pioggia, senza una precisa programmazione.
    Ci rivela, infine, il suo sogno scientifico da realizzare a Biogem?

    Contribuire a creare un centro per lo studio e lo sviluppo dei vaccini di rilevanza europea.

    Ettore Zecchino

     



     

     
    Claudio Pisano

    Veterano di Biogem, dove ricopre funzioni di vertice nell’area Servizi dal lontano 2013, attualmente Claudio Pisano coordina le attività di Ricerca Preclinica e Sviluppo dell’istituto irpino. In precedenza aveva diretto, per 14 anni, il Dipartimento di Oncologia della Sigma-Tau, a Pomezia. In questo periodo, il Dr. Pisano ha portato con  successo  alla identificazione e allo sviluppo clinico tre nuovi antitumorali. Uno di questi, denominato Gimatecan, è stato oggetto di accordo con l’azienda farmaceutica Novartis, per il suo completo sviluppo clinico.

    Biologo, con abilitazioni a Professore Ordinario per la Biologia Molecolare e per la Biochimica, riconosciuta dal MIUR nel 2013, vanta esperienze al CNR e alle Università ‘Federico II’ di Napoli ‘e La Sapienza’ di Roma , riversate in una più che ventennale attività di ricerca applicata all’industria farmaceutica.

    Dottore, ci racconta i suoi primi passi a Biogem?

    Ho conosciuto Biogem qualche anno prima di lasciare Sigma-Tau, poiché ero interessato ad esternalizzare alcune attività sperimentali, che in quel periodo erano di interesse di Sigma-Tau. Ciò ha mi ha portato a conoscere meglio le potenzialità che, nell’ambito della Ricerca applicata , Biogem possedeva.

     Per questo motivo, ho accettato volentieri la proposta del Presidente di Biogem di entrare nell’organico dell’Istituto. Nel primo periodo ho riorganizzato quelle che erano le modalità  e le tipologie  sperimentali condotte per sponsor esterni, quali Università e Aziende Farmaceutiche. In quest’ambito, ho guidato il personale afferente ai diversi laboratori da me coordinati ad adottare procedure sperimentali che rispondessero a requisiti di qualità  e tracciabilità del dato scientifico, come richiesto dalle attività sperimentali che mirano a verificare le potenzialità di un nuovo farmaco.

    Inoltre, volendo arricchire le potenzialità delle ricerche condotte in Biogem, sono stati sviluppati nuovi modelli sperimentali nel campo dell’oncologia, dell’infiammazione e delle malattie oculari, solo per citarne alcuni. Nel contempo, mi sono prodigato per la creazione  di nuovi laboratori, quali la ‘Protein Factory’, per la  produzione di proteine ricombinanti , i laboratori a servizio della Tossicologia Preclinica, e laboratori di Nutraceutica per l’isolamento e produzione di principi attivi di origine naturale. 

    E poi?

    L’impatto di tutte le nuove attività sviluppate ha portato all’assunzione di  nuovo personale, con specifiche competenze nei diversi settori, e ad implementare le  collaborazioni esterne con molte Università Italiane e soprattutto con aziende farmaceutiche, tra le quali Dompé, Treat-U, Inventiva, Bouty,Special Product’s Line, DiogenX e Dante lab.

    A quali successi professionali in Biogem è più legato?

    Penso che nella valutazione di quanto ho fatto durante la mia lunga vita professionale vi siano aspetti tangibili, come pubblicazioni, brevetti, riconoscimenti nazionali e internazionali, e aspetti meno ‘quantificabili’. ma che hanno un altrettanto grande valore a livello personale.

    Tra i primi, sicuramente, pur effettuando una ricerca molto spesso per conto di realtà esterne a Biogem, l’avere sempre interagito con la necessaria professionalità scientifica e competenza, ci ha portato a partecipare alla stesura e pubblicazione di numerosi lavori scientifici che hanno incrementato notevolmente la ‘visibilità’ di Biogem a livello nazionale e internazionale.

    Ancora, l’avere introdotto in Biogem nuovi modelli di mesotelioma, un tumore ad oggi incurabile,  ci ha permesso di aiutare lo sviluppo, a livello preclinico,  di un nuovo possibile approccio terapeutico per questo tumore.  Infatti,  la Company Treat-U con cui abbiamo collaborato, ha avuto quella che si chiama Orphan Designation, dalle agenzie regolatorie di controllo sui nuovi farmaci sperimentali EMA (Europea) e FDA (Stati Uniti), e quindi l’autorizzazione alla Sperimentazione Clinica.

    Infine, penso ai molti validi collaboratori di cui ho promosso l’assunzione in Biogem e che ad oggi rappresentano sicuramente un punto di forza delle ricerche farmacologiche che vengono condotte nella nostra realtà.

    Un maestro che le ha dato tanto?

    Ognuno di noi incontra nella sua vita professionale tantissime persone valide, ma se devo pensare a una persona che più di tutte ha segnato la mia vita professionale, penso a Paolo Carminati, che ho conosciuto in Sigma-tau in qualità di Direttore della Ricerca e Sviluppo. Un farmacologo, cresciuto alla scuola del professore Garattini, e con esperienze in diverse grandi Aziende Farmaceutiche, sempre come Direttore R&D.

    A proposito di collaboratori, ci indica i progetti in corso nel suo settore a Biogem e l’organizzazione interna per realizzarli?

    In questo momento sto seguendo diversi progetti, molti dei quali sono svolti per conto di aziende farmaceutiche, nel campo dei vaccini, nel settore delle molecole antidiabetiche e per il trattamento di patologie oculari.

    I progetti di cui sono in prima persona il Responsabile Scientifico o Principal Investigator, riguardano l’identificazione e lo sviluppo di nuovi antitumorali appartenenti a due classi farmacologiche distinte: Inibitori duali di POLA1/HDAC11; e nuovi inibitori di PARP. Senza entrare in dettagli meccanicistici, per la prima classe, i ‘duali’, abbiamo identificato una molecola molto attiva, chiamata GEM144, che è in fase di sviluppo preclinico. Per quanto riguarda la seconda classe, abbiamo risultati molto promettenti su due nuove molecole, che sembrano possedere un’attività superiore a Olaparib, farmaco approvato per il tumore al seno triplo negativo e con mutazione di BRCA1/2.

    La ricerca viene condotta coinvolgendo, nelle fasi iniziali, laboratori per lo screening in vitro delle nuove molecole, poi, dopo approfondimenti vari che coinvolgono  valutazioni biochimiche/molecolari dell’attività sul target putativo delle molecole in esame, si passa ad una prima valutazione in vivo, su modelli specifici di malattia,  coinvolgendo quindi  l’Animal Facility e la Tossicocinetica.

    Come vede, è dall’interazione di tutte le diverse competenze presenti in Biogem che scaturiscono i risultati che pongono la struttura ‘Service Ricerca’ di Biogem in grado di effettuare una ricerca traslazionale di altissimo livello.

    Quali effetti sta producendo nel suo settore la pandemia in corso?

    Purtroppo, per diverse ragioni, l’impatto nel primo periodo di lockdown è stato un rallentamento importante di diverse attività sperimentali, dovuto alla difficoltà di approvvigionamento di materiali per la ricerca, unitamente alla impossibilità di essere tutti fisicamente presenti in laboratorio. Nell’ultimo anno, con la possibilità di vaccinarsi e quindi di non contingentare il numero di persone presenti nello steso momento in un laboratorio, le attività sono riprese a pieno ritmo. 
    In aggiunta, ricordo che, proprio in relazione alla Pandemia da Sars-CoV-2, vi è stato un maggiore interessamento a nuovi approcci terapeutici contro questo virus, e attualmente Biogem ha firmato un contratto di Ricerca con l’azienda SPL, per l’identificazione di nuovi farmaci che possano superare il problema delle diverse varianti virali di Sars-CoV-2.

     

    Ettore Zecchino

    Michele Farisco

    Responsabile dell’Unità di Filosofia ed Etica della Scienza di Biogem, Michele Farisco è Dottore di Ricerca in ‘Etica e Antropologia. Storia e Fondazione’ presso l’Università del Salento, e in ‘Filosofia e Neuroscienze’ presso l’Università di Uppsala (Svezia), dove sta sviluppando una ricerca multidisciplinare sugli aspetti neuroscientifici ed etici della coscienza e sulla filosofia dell’Intelligenza Artificiale. Ha scritto quattro monografie e decine di articoli, anche in inglese, sui temi del postumanesimo, del rapporto filosofia‐neuroscienze, della neuroetica, della coscienza.

    Dottore Farisco, in Biogem è una sentinella delle scienze umane. Cosa vede da questa prospettiva?

    Vedo un orizzonte di crescente sintonia tra i due poli in cui tradizionalmente il sapere umano è stato diviso, ossia scienze cosiddette esatte e science umane. Le ricerche condotte a Biogem, e la scienza contemporanea in generale, sono intrinsecamente rilevanti per la riflessione umanistica, e in particolare per quella filosofica, che nel mio piccolo, coltivo. Come, d´altra parte, le scienze umane, la filosofia in primis, possono affiancare le scienze nella definizione delle questioni da affrontare e nella ricerca delle relative risposte. Chiarire i problemi è il primo e più importante passo per poterli risolvere (o, per meglio dire, provare a farlo).

    Come è nato il suo rapporto con un centro di ricerca di bio-genetica?

    Dopo aver assistito all´inaugurazione del centro alla presenza del Premio Nobel Montalcini, non avrei mai immaginato che un giorno sarebbe diventato un posto così rilevante nella mia vita. Poi, casualmente, venni a conoscenza di un master in Biogiuridica organizzato da Biogem: avevo appena finito il mio primo Dottorato di Ricerca, avevo iniziato le mie ricerche in ambito bioetico, e quindi colsi al volo l´opportunità. Così ebbi modo di conoscere il Presidente Ortensio Zecchino, la cui lungimiranza ha fatto il resto.

    Ci racconta il suo percorso?

    Mi sono avvicinato alla Filosofia per ragioni, diciamo così, esistenziali. Successivamente è divenuta, oltreché una professione, il mio stile di vita. Dopo la laurea con il prof. Roberto Esposito a Napoli, ho svolto un Dottorato di Ricerca in Filosofia Morale presso l´Università del Salento, con la supervisione del compianto prof. Mario Signore e del prof. Pasquale Giustiniani. La mia ricerca era relativa al cosiddetto post-umano, e mi ha consentito di gettare un ponte con le scienze (in particolare, scienze computazionali e biologia evoluzionistica). Successivamente, con il Master in Biogiuridica organizzato da Biogem, mi sono avvicinato alle neuroscienze grazie all´intuizione della prof.ssa Laura Palazzani. Quindi, casualmente, ho iniziato un altro Dottorato presso l´Università di Uppsala, in Svezia, sotto la supervisione della prof.ssa Kathinka Evers, nell´ambito del progetto Europeo, 'The Human Brain Project', che mi ha consentito di sviluppare una rete di rapporti internazionali piuttosto vasta.

    Quali scambi fecondi registra tra la sua attività di Responsabile dell’Unità di Filosofia ed Etica della Scienza di Biogem e quella di ricercatore nella prestigiosa Università svedese di Uppsala?

    La mia attività in Biogem, a stretto contatto con il mondo della ricerca, mi consente di conoscere cosa c`è dietro le quinte, per così dire. Questo è importante per capire come la ricerca scientifica procede, quali sono le sue necessità e le sue priorità. In questo modo Biogem mi ha aiutato ad orientarmi nella mia attività internazionale. D´altra parte, dall`esperienza in Svezia ricevo costanti conferme della necessità e del valore di una riflessione filosofica ed etica sulla scienza.

    C’è ancora qualche speranza che il ‘suo’ postumanesimo si risolva in una palingenetica avanzata della tecnologia a vantaggio della libertà ed eguaglianza del genere umano?

    Il postumanesimo come lo vedo io è un processo in larga parte inevitabile i cui esiti, però, dipendono dalle nostre scelte, qui ed ora. Per me post-umanesimo vuol dire un´identità umana in stretta connessione con la tecnologia, “ibridata” con la tecnologia, per usare un termine tecnico. Ma questo non implica di per sè che l´uomo è antiquato, per parafrasare Günther Anders, né che sarà soppiantato da nuove forme di soggetti artificiali: l´uomo è una specie in evoluzione, e continuerà ad evolversi. Ciò che verosimilmente cambierà è la velocità e le modalità di tale evoluzione. Ma la responsabilità etica ricadrà sempre sul soggetto umano, nel bene e nel male. Tuttavia, devo dire, che ci sono molti segnali che suggeriscono che la direzione non è verso una maggiore libertà o uguaglianza: l´utilizzo dell´Intelligenza Artificiale, per esempio, porta con sè delle conseguenze rilevanti sulla privacy delle persone e sulle scelte politiche della nostra società, condizionando, in modo per lo più inconsapevole, i nostri spazi di scelta e di azione.

    Lei ha visto nascere e crescere le ‘Due Culture’, svolgendo un ruolo di primo piano nell’organizzazione e nella realizzazione delle sue 13 edizioni. Quale giudizio sente di poter dare di questa manifestazione? E quali interventi l’hanno maggiormente colpita?

    Devo dire che mi sono affezionato al nostro meeting, non solo intellettualmente, ma anche emotivamente. È cresciuto molto in questi anni, sia come spessore culturale, sia come risonanza mediatica. Ed è indubbiamente profetico il fatto di creare uno spazio di confronto  all´interno di un centro di ricerche di biologia e genetica molecolare. Tra i vari interventi che mi hanno maggiormente colpito voglio ricordarne due in particolare: quello di Jean Pierre Changeux e quello di Oliver Smithies, entrambi nell´ambito del Meeting su ‘La memoria e l´oblio’ del 2014. Changeux, con cui ho l´onore di collaborare, da buon erede dell´Illuminismo francese, incarna lo ‘scienziato filosofo’, il cui pensiero non è mai banale e sempre appassionato. Di Smithies mi ha colpito l`umiltà intellettuale: un Premio Nobel che ringrazia il proprio insegnante delle scuole elementari. Sfido a trovarne un altro.

    Nel 2022 il tema dominante sarà il rapporto tra arte e scienza. Da consumato attore teatrale le fischiano le orecchie?

    Eh, attore è una parola grossa: sono solo un amatore. Mi diverto a giocare con i ruoli e le maschere che le persone intorno a me mi assegnano (e si assegnano). Il teatro per me è uno spazio di libertà: divento Demiurgo di me stesso, e creandomi e ricreandomi sono in grado di ‘toccare’ e condizionare le emozioni del pubblico. È un canale comunicativo privilegiato. Credo che l´arte in generale sia questo. E probabilmente anche la scienza.

    In qualità di arianese doc e di conoscitore del mondo, quale giudizio può esprimere sul rapporto tra Biogem e il territorio circostante?

    Ho viaggiato molto e visitato molti centri di ricerca, in Europa, America e Asia. Posso dire che Biogem non ha nulla da invidiare a nessuno, sia nella “filosofia” che lo sorregge, sia nelle strutture in cui si organizza. È una sentinella per il territorio, una porta aperta verso il futuro. In un certo senso è anche un paradosso, il che spiega, almeno in parte, perchè spesso non è apprezzato come dovrebbe: in un contesto troppo ripiegato su stesso o afflitto da sentimenti di nostalgia per un passato che non c`è più, Biogem è una spinta ad alzare lo sguardo, ad essere parte attiva nella costruzione del nostro destino.

    Può descriverci i progetti realizzati, in corso e in programma nella sua Unità?

    In questo momento sono attivo su tre fronti in particolare: neuroetica; filosofia della coscienza; filosofia dell´Intelligenza Artificiale. In riferimento alla neuroetica, tra le altre cose sto curando un´antologia in lingua inglese su “Neuroetica e diversità culturale”. Sono molto contento perchè sono riuscito a coinvolgere una decina di ricercatori da diversi Paesi, sia europei sia extra-europei (tra gli altri, USA, Canada, Cina, Egitto, Argentina e Cile). Sulla filosofia della coscienza, la mia passione filosofica per eccellenza, sto coordinando, tra l´altro, un articolo multidisciplinare con 18 ricercatori da vari Paesi europei e di diversa formazione disciplinare  (neuroscienziati cognitivi, clinici, computazionali, eticisti, filosofi, e due associazioni di pazienti) su possibili nuove strategie per identificare la coscienza in soggetti comatosi, inclusi i relativi risvolti etici e filosofici. Per la filosofia dell´Intelligenza Artificiale sto coordinando un articolo con esperti del settore sulla cosiddetta ‘brain-inspired AI’, ossia l´Intelligenza Artificiale ispirata al cervello, con particolare riguardo ai possibili, inediti impatti etici.

    Qualche consiglio alla Direzione Scientifica?

    Devo dire che negli ultimi tempi abbiamo avuto modo di conoscerci meglio con il prof. Capasso, con il quale stiamo mettendo in piedi delle iniziative molto interessanti che vanno nella direzione di rinforzare ulteriormente la convergenza tra scienze della vita e scienze umane, già in atto anche in Biogem. Il professore Capasso mi ha infatti coinvolto in un network europeo impegnato nella ricerca sulla connessione tra patologie nefrologiche e patologie neurologiche. Abbiamo, inoltre, sviluppato insieme un ‘proposal’ per un progetto europeo su questi temi. Per cui posso solo compiacermi di questa attenzione verso le scienze umane, con la certezza che continuerà a caratterizzare Biogem.

     

    Ettore Zecchino

    Geppino Falco

    Docente ordinario di Biologia Applicata presso l’Università ‘Federico II’ di Napoli, Geppino Falco è un po’ cresciuto in Biogem, dove è approdato ancora molto giovane, e dove, attualmente, ricopre il ruolo di Capogruppo del Laboratorio di Biologia dello Sviluppo. Sotto i riflettori mediatici per varie attività di ricerca in materia di geni legati all’invecchiamento e alla rigenerazione delle cellule staminali, sta coordinando uno studio letteralmente ‘spaziale’ sugli effetti del resveratrolo, presente nell’uva aglianico, nel contrastare lo stress ossidativo a carico del muscolo scheletrico.

    Recentemente è stato scelto dal Rettore dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, Matteo Lorito, come delegato alla Ricerca.

    Professore, ne ha viste tante a Biogem?

    Ho iniziato in Biogem il percorso di indipendenza scientifica, quindi un momento in cui sei focalizzato principalmente su te stesso, per evitare, o quantomeno, ridurre gli sbagli. Tale condizione, da un lato non mi ha consentito di seguire la vita politica ed amministrativa dell’Istituto, dall’altro mi ha dato l’opportunità di vivere in modo intenso i rapporti con i ragazzi, con l’organizzazione dei laboratori, con le apparecchiature ecc.

    Ho visto un Istituto che ha tanta voglia di crescere e di affermarsi nel panorama nazionale ed internazionale, senza rinunciare alla sua identità territoriale. Ho visto il premio Nobel Mario Capecchi giocare a calcio in un campo sterrato e mangiare podolico con una faccia molto incuriosita.

    Ho assistito ad una metamorfosi tecnologica. A tal proposito, ricordo che nei primissimi anni (2008-2009) insieme alla mia prima tesista allestimmo il laboratorio, raccattando tutti gli strumenti che i gruppi ‘ricchi’ non usavano. Gli strumenti erano così vecchi, ma funzionanti, che battezzammo il laboratorio con il nome di ‘Vintage’. Nella seconda fase di questa metamorfosi, invece, ho potuto contare su apparecchiature e tecnologie all’avanguardia.

    Da Rotondi a Baltimora, per poi tornare, in parte, in Irpinia? Un bel percorso!

    In piccole realtà come la mia provincia alcuni risultati e successi vengono notati maggiormente e forse ricevono più enfasi rispetto ad una grande città, facilitando la propria visibilità scientifica.

    Il percorso non è stato mai semplice e a tratti ha presentato forti difficoltà, ma è ancora in corso. In Irpinia svolgo infatti una parte della mia ricerca, che sarebbe complicato fare altrove. Ho quindi la fortuna di poter unire l’utilità scientifica al piacere personale.

    E poi fino allo spazio! Ci racconta quest’ultima esperienza?

    Si tratta di una sfida scientifica con forti ricadute tecnologiche e con promettenti prospettive nell’ambito della salute umana. Gli astronauti operano in un ambiente estremo, che mette a dura prova la fisiologia del nostro corpo. La permanenza nello spazio comporta un forte stress per alcuni tessuti, in particolare quello muscolo-scheletrico. Non sono ancora note le alterazioni molecolari alla base di tali disfunzioni, perché è difficile riprodurre nei nostri laboratori le stesse condizioni ambientali (microgravità, irraggiamento etc). Abbiamo deciso quindi di portare il nostro laboratorio nello spazio. Per poterlo fare abbiamo ideato una struttura portatile che, senza l’ausilio umano, consente lo svolgimento dell’esperimento per almeno due settimane.

    Il progetto si giova di una forte interazione e sinergia tra biologi, fisici ed ingegneri, oltre a partnership con vettori di trasporto spaziali. Diverse sono le sfide da affrontare. La prima, che riguarda l’hardware e il software, è fisica/ingegneristica. Se supereremo tale sfida, nel prossimo futuro cambieremo le modalità con cui effettueremo gli esperimenti di laboratorio. Molte altre sfide sono, invece, di carattere biologico.

    Il progetto in corso prevede che dopo un periodo di circa due settimane la NASA ci consegnerà il campione spaziale, sul quale effettueremo misurazioni di parametri genetici, biochimici e metabolici. I risultati di queste misurazioni ci consentiranno di capire come l’ambiente ‘spaziale’ ha alterato lo sviluppo del tessuto scheletrico e il ruolo dello stress ossidativo nella prevenzione di tali alterazioni. I risultati potrebbero avere un forte impatto sulla produzione di nuovi farmaci, oppure di particolari alimenti, utili per prevenire o trattare l’osteoporosi.

    Lei ha condotto, durante il suo Dottorato a Baltimora (USA), importanti studi sulle cellule staminali. A Biogem, dove ha a disposizione un apprezzato stabulario, sta in parte continuando ad occuparsene?

    A Baltimora ho avuto la fortuna, il piacere e il privilegio di incontrare persone che hanno fortemente influenzato la mia formazione e il mio modus operandi. In Biogem stiamo continuando a studiare gli aspetti che accomunano la biologia delle staminali alla ricerca oncologica.

    Prevede l’opportunità di un più forte coordinamento con il Laboratorio di Epigenetica?

    L’Epigenetica è essenziale per comprendere i processi biologici che studio e richiede una forte esperienza e adeguate metodologie, che caratterizzano il know-how del Laboratorio da poco allestito a Biogem. Si tratta di una opportunità molto importante, che andrà colta quanto prima.

    Quali i progetti in corso?

    Attualmente siamo impegnati a studiare i processi biologici e i meccanismi molecolari che ostacolano l’efficacia delle terapie per trattare e curare il cancro gastrico. La nostra ricerca è infatti rivolta principalmente ai malati oncologici.

    E la squadra in campo?

    La squadra in campo è essenziale. Il nostro gruppo include ragazze e ragazzi, con esperienze maturate sia all’interno di Biogem sia presso altri Istituti. Il team è organizzato in tre aree complementari: biologia cellulare e molecolare in vitro; modelli preclinici in vivo; e modelli preclinici ex vivo. Dovrei ringraziare tanti collaboratori che mi hanno aiutato nel corso degli anni ad allestire un laboratorio competitivo e di ottimo livello. Tra tutti loro, mi fa piacere menzionare il dottore Pellegrino Mazzone, che ha creduto nel mio progetto, si è messo in discussione, e oggi è diventato un punto di riferimento per le attività sperimentali che svolgiamo.

    Suggerimenti alla Direzione Scientifica di Biogem?

    In base alla mia esperienza, ritengo che la parte più importante del nostro lavoro sia il ‘brain storming’. Nei momenti di confronto, spesso anche accesi, emergono le criticità dei progetti, si instaurano sinergie, si propongono e discutono le soluzioni. Adotterei politiche che possano aumentare tali occasioni per l’intera comunità dell’Istituto, partendo dai coordinatori e arrivando ai tesisti.

     

    Ettore Zecchino 

    Lucia Altucci

    Da pochi mesi a capo del Laboratorio di Epigenetica a Biogem, Lucia Altucci ha una prestigiosa carriera nella ricerca e nella didattica alle spalle, sviluppata anche grazie a significative esperienze all’estero. Docente ordinaria di Patologia Generale all’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’, della quale è delegata alla Ricerca, attualmente è Presidente del CNGR (Comitato Nazionale dei Garanti per la Ricerca).

    Si devono a lei innovativi studi in materia epigenetica sulle strategie terapeutiche e farmacologiche contro il cancro.

    Lucia Altucci è co-editor in chief delle riviste internazionali Clinical Epigenetics ed Epigenetics Communications, edite da Springer Nature.

    Professoressa, come è stato il suo primo impatto a Biogem?

    La direzione del Laboratorio di Epigenetica è stato l’esito, da me molto sperato, di una collaborazione pluriennale con un centro di ricerca che ho sempre apprezzato molto. Posso quindi serenamente dire che mi trovo bene e che considero questo passaggio della mia vita professionale come un’occasione importante per intensificare la mia attività di ricerca e per implementare la mia rete di rapporti internazionali.

    In poche parole, cos’è l’Epigenetica?

    Si può definire come la scienza che studia la regolazione dell’espressione genica, indipendentemente dalla mera sequenza del DNA. Volendo ricorrere ad una similitudine, se paragoniamo il DNA alla musica, l’Epigenetica è il suo direttore d’orchestra.

    Se ne può parlare come di una nuova frontiera della Medicina?

    Certamente si. L’Epigenetica si occupa, infatti, della fisiologia e della patologia in rapporto all’ambiente, seguendo, quindi, un approccio che definirei molto ‘moderno’. Rimodulando il cosiddetto epigenoma, si può, tra l’altro, operare una sorta di reset, come in un computer, da sfruttare a scopo diagnostico e terapeutico.

    E, in particolare, in ambito COVID-19?

    In questo caso l’incidenza può essere notevole. Basti pensare che la regolazione epigenetica di ACE2 ha un impatto sulla replicazione virale del COVID 19, modificando, quindi, il rapporto tra il virus e l’ospite umano.

    Le sue esperienze all’estero, soprattutto inglesi e francesi, cosa le fanno pensare del livello della Ricerca italiana?

    Il livello è spesso ottimo, nonostante un ammontare di finanziamenti mediamente inferiore rispetto a realtà omogenee alla nostra. Servirebbero, quindi, maggiori risorse.

    E dell’equilibrio di genere, al centro di tante sue battaglie?

    Sebbene molti passi siano stati fatti, è ancora necessario lottare, e non solo nel campo della ricerca.

    Grazie a una start-up di successo, messa su all’interno dell’Università ‘Luigi Vanvitelli’, è diventata anche un po’ imprenditrice. Lo ritiene un percorso consigliabile per far crescere la ricerca?

    Si, lo sfruttamento dei risultati della ricerca, ove applicabile, e lo sviluppo delle sue connessioni in ambito applicativo è molto importante, perché porta un vantaggio economico non solo al ricercatore, ma all’intero Sistema Paese. Non a caso, tale approccio è richiesto proprio dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), che prevede ingenti finanziamenti riservati espressamente alla ricerca applicata (mission 4). La ricerca di base, ovviamente, deve sempre essere libera.

    Ci può spiegare in poche parole i compiti del CNGR, da lei attualmente presieduto a livello nazionale?

    Si tratta del Comitato Nazionale di Garanzia della Ricerca, a nomina ministeriale, chiamato a garantire l’equità delle procedure che riguardano la ricerca di base e la competizione tra pari, ma anche la valutazione qualitativa della ricerca. Per essere precisi, da qualche mese il CNGR è diventato CNVR (Comitato Nazionale di Valutazione della Ricerca), e si amplierà fino a raggiungere il numero di 15 esperti. Un’evoluzione finalizzata anche a una valutazione ottimale dei tanti progetti di ricerca, alla base dei finanziamenti del PNRR. Sono presenti i rappresentanti dei tre macrosettori ERC (European Resaerch Council): Scienze umane e sociali; Scienze della vita; e Scienze fisiche, matematiche e ingegneristiche.

    Quali le sue considerazioni sull’approccio integrato e traslazionale Ricerca-Servizi proposto da Biogem?

    Biogem ha già da molto tempo un apprezzabile approccio integrato. Tra le sue caratteristiche è forse quella che mi ha maggiormente spinto a proporre una collaborazione attiva.

    Ci anticipa qualcosa sui progetti in corso e sull’organizzazione interna nel Laboratorio di Epigenetica di Biogem?

    Ci occupiamo, prevalentemente, del ruolo delle alterazioni epigenetiche nei tumori, in funzione di una maggiore capacità diagnostica e di nuove strategie terapeutiche. Valeria Tucci, in particolare, sta cercando di creare modelli zebrafish per studiare il ruolo delle sirtuine nei tumori e in molte patologie gravi, come quelle cardio-vascolari. Federica Donnarumma è invece impegnata in un progetto sul ruolo epigenetico della proteina HAT4, molto importante in alcuni tumori, soprattutto leucemie. E proprio il modello leucemico è quello da noi più studiato.

    Ha qualche suggerimento da dara alla Direzione Scientifica?

    Solo quello di cercare, laddove possibile, di aumentare la visibilità internazionale dell’Istituto, allargando il solco già tracciato dalla densa attività seminariale e dalle prestigiose collaborazioni in corso.

    Ettore Zecchino

     

     
     
     
     
     

     
     
     
     
     
     
     
     

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