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    Michele Caraglia

    Michele Caraglia

    Responsabile del laboratorio di Oncologia Molecolare e di Precisione, Michele Caraglia, professore ordinario presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, è anche il coordinatore dell’area COVID19, istituita a Biogem grazie alle sue riconosciute competenze in materia. Un’esperienza, questa, destinata, purtroppo a proseguire, visto il prolungarsi dell’emergenza pandemica, ma che ha ormai alle spalle molti mesi di proficuo lavoro. Con l’anno nuovo, a monte di una inevitabile riprogrammazione, si impone, quindi, un’approfondita analisi su quanto fatto finora.

    Professore, può raccontarci i primi passi?

    Il direttore scientifico di Biogem, Giovambattista Capasso, conoscendo il mio specifico profilo professionale, ha subito pensato di schierarmi in prima linea. In effetti mi occupo da sempre di diagnostica molecolare oncologica, che è molto più complessa di quella virale, e, quindi, l’azzardo mi è parso, tutto sommato, contenuto. La determinazione del presidente Zecchino ha poi fatto il resto. Agli inizi intorno a noi campeggiava lo scetticismo. Si pensava, infatti, a un rischio troppo alto per un centro come il nostro, generalmente orientato solo alla ricerca, sia pur traslazionale. Si temeva l’impatto diretto e violento dell’attualità più drammatica e un’inedita sovraesposizione sociale e mediatica. In questo senso, trasformarci così repentinamente in un laboratorio clinico-diagnostico presentava, effettivamente, non pochi rischi, anche in considerazione di una dotazione strutturale all’epoca non proprio ottimale. Siamo infatti partiti con una sola macchina per test Real time’ PCR e non disponevamo di un estrattore automatico di acidi nucleici virali. Le nostre previsioni operative si aggiravano sempre intorno ai 200 tamponi al giorno.

    E adesso?

    Abbiamo da tempo un estrattore automatico, mentre le ‘real time’ sono diventate tre, più un’altra utilizzata sporadicamente. Riusciamo quindi ad analizzare da 800  a quasi 2mila tamponi al giorno, per un totale, fino ad oggi, che sfiora i 140mila. Lavoriamo senza intoppi e a ritmo continuo, anche la domenica.

    Cosa può dirci del suo staff?

    Sono colleghi competenti e motivati. Si deve soprattutto a loro il successo operativo. Tutti bravissimi, ma non posso non citare le coordinatrici del progetto Marianna Scrima e Alessandra Fucci e i dottori Luca D’Andrea e Alessia Cossu. A me, naturalmente tocca un non trascurabile stress da responsabilità.

    Risultati raggiunti?

    Non pochi e forse inaspettati. Partirei da uno studio di genotipizzazione con il professore Alessandro Weisz dell’Università di Salerno che porta a valutare le mutazioni virali tra i vari territori campani (Avellino e Benevento in primis, ma in misura minore anche le altre tre province). In collaborazione con Paolo Maggi dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli stiamo invece studiando le differenze nei parametri clinico-laboratoristici tra prima e seconda ondata. Stiamo inoltre individuando alcune varianti virali presenti sul nostro territorio. Speriamo infine di poter dimostrare l’esistenza  di un’immunità naturale al virus (come si può, talvolta, empiricamente evincere dalla compresenza, nella stessa famiglia, di soggetti lungamente infetti e di altri, con loro conviventi, stabilmente immuni).

    Quali i riscontri presso la comunità scientifica e non?

    La risposta del territorio mi sembra molto favorevole. Ad Ariano e in Irpinia, in particolare, credo si sia rafforzata la consapevolezza dell’utilità di un centro di ricerca come Biogem, anche e soprattutto in momenti duri come questo. Tra l’altro, è nata una start up, chiamata Testami, che ci consente di analizzare, in tempi rapidissimi, tamponi self-service direttamente a beneficio di privati richiedenti, senza passare attraverso le Asl. Anche quest’esperienza darà vita a un’apposita ricerca.

    Le attività  del laboratorio di Oncologia Molecolare e di Precisione sono state condizionate da questa emergenza?

    Certamente non in senso negativo. I tanti studi in stretto coordinamento con l’area Covid19 rappresentano una marcia in più per noi, ma si sono solo aggiunti a quelli ‘storici’, che dopo una prima fase di comprensibile rallentamento, hanno ripreso il giusto slancio. Siamo ad esempio impegnati da tempo, in collaborazione con Gaetano Facchini, attualmente primario di Oncologia all’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, e al nostro direttore Giovambattista Capasso, nel sequenziamento di geni coinvolti nella responsività del carcinoma renale a farmaci anti-tumorali. Il progetto, risalente al 2017, è ormai  in fase avanzata.
    Molto ci coinvolge uno studio sul carcinoma della laringe, generalmente relegato a tumore di serie b, quindi poco frequentato dalla ricerca, e, non a caso, capace di accrescere la propria mortalità (fortunatamente in controtendenza con la gran parte delle altre neoplasie). In quest’ambito lavoriamo su micro-RNA (piccolissimi frammenti di Rna che regolano l’espressione genica delle proteine), per identificare micro-metastasi. Lo studio, ormai in fase avanzata, riguarda anche i tumori sarcomatoidi della laringe e punta alla scoperta di micro-Rna predittivi di metastasi linfonodali.

    Un altro progetto in corso, finanziato dalla Regione Campania, in collaborazione con la Rete nazionale dei nefrologi e trapiantologi, consiste, invece, nell’analisi di sieri e urine che hanno sviluppato tumori renali.

    Siamo infine quasi al capolinea per un altro progetto che punta all’utilizzo di un nano-sensore per rilevare micro-Rna nel siero dei pazienti, di nuovo con riferimento ai tumori della laringe.

    Per lo scienziato e per l’uomo Caraglia cosa ha significato questo nuovo percorso?

    Una nuova sfida, nella speranza di essere utile alla comunità.

    E per Biogem?

    Altrettanto.

    Un nuovo rapporto scienza-territorio?
    Certamente si. Basti pensare alla novità di un dialogo continuo e diretto con le Asl. Ancor più rilevante, tuttavia, mi appare l’avvicinamento, quanto mai opportuno, tra mondo della ricerca e mondo della clinica.

    E il futuro?

    Proprio volendo mettere a frutto un know how ormai acquisito, speriamo di istituire un pool di diagnostica genetica, con attività ad ampio raggio, partendo dalle malattie oncologiche, ma non limitandoci a queste. Nascerebbe un nuovo laboratorio, con una mission più clinica, chiamato a interfacciarsi direttamente con il Servizio sanitario nazionale. Parliamo di diagnostica molecolare, necessaria premessa delle tanto attese cure personalizzate. Speranza coltivabile grazie alla cosiddetta medicina di precisione, capace di individuare determinate alterazioni molecolari, predittive di risposte a farmaci.
    Dalla diagnostica genetica virale alla diagnostica genetica umana, fino alla ricerca di predisposizioni genetiche il passo può essere davvero breve. Ancor più breve in un centro come Biogem, da sempre incubatore di saperi diversi, con un approccio costantemente multidisciplinare. Un progetto del genere, almeno in ambito campano, sarebbe assolutamente pioneristico.

     


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