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    Francesco Trepiccione

    Francesco Trepiccione

    Professore associato presso l’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’, Francesco Trepiccione è responsabile dell’area di Nefrologia Traslazionale di Biogem, sotto la diretta supervisione del direttore scientifico dell’Istituto, Giovambattista Capasso, del quale può dirsi un brillante allievo. Autore di diversi studi sulle malattie renali rare e di lunghi soggiorni in alcuni tra i più importanti centri di ricerca medica del mondo, anche per questo è stato insignito, dalla Società Europea di Nefrologia (ERA), del ‘Young Investigators in Traslational Sciences’ per l’anno 2022, intitolato al celebre nefrologo britannico Stanley Shaldon.

     

    Da giovane associato a giovane nefrologo traslazionale europeo dell’anno (primo italiano della storia). Professore, è il suo momento?

    Questo riconoscimento mi inorgoglisce particolarmente, in quanto nella mia giovane carriera ho sempre cercato di far convivere i due aspetti della clinica e della ricerca di base, in un profilo che oggi si riconosce a livello internazionale come ‘physician scientist’. Nella nostra scuola di Nefrologia, questo modo di approcciare la clinica e la ricerca è cominciato negli anni 70 ed ha resistito, con grande fatica, ai diversi filoni scientifici che in seguito si sono sviluppati. Ricevere oggi un riconoscimento internazionale così autorevole ha un grande significato non solo per me, ma anche per quei pionieri della nefrologia che hanno anticipato questo approccio.

    Quanto lunga e dura è stata la strada percorsa fino ad oggi?

    A guardare indietro è stata dura, ma non faticosa. La forte passione e l’entusiasmo per quello che facevo mi hanno infatti sempre spinto ad andare avanti. Non è sempre stato facile, anzi quasi mai, ma purtroppo in corsa si innesca un meccanismo perverso, per cui fermarsi costa sempre di più e il prezzo da pagare è tutto il lavoro fatto in precedenza. I momenti più tristi sono le rinunce che questo impegno totalizzante ti porta a fare, soprattutto quelle affettive e familiari. Quando salgono alla memoria fanno male.


    E quanto hanno inciso sulla sua crescita professionale Giovambattista Capasso e Biogem?

    Il professore Capasso è il mio mentore, ed è stato l’innesco di tutto il mio viaggio nella ricerca. Da studente di medicina mi ha invitato a seguirlo nell’ambito della fisiologia renale e ancora da studente mi ha spinto alla mia prima esperienza di ricerca in America, nel famoso NIH, a Bethesda. Biogem è l’Istituto che mi ha accolto e che mi ha permesso di esprimermi in autonomia quando sono rientrato dal mio post-doc francese, nel 2016. Ha rappresentato un terreno fertile per le mie idee e per i ragazzi che ho coordinato in questi anni.


    Il più rilevante tra i suoi soggiorni di studio all’estero?

    Tutte le mie esperienze di lavoro all’estero sono state fondamentali, ma credo che il soggiorno in Danimarca sia stato quello più formativo. Qualcuno ha detto che sono partito studente e sono tornato scienziato da lì. Inoltre, è un rapporto che non si è mai interrotto, per i numerosi scambi di dottorandi e post-doc che abbiamo avuto in questi anni in entrambe le direzioni. Ritornerò lì tra qualche mese come visiting-professor. 


    In Italia, e, nello specifico, in Campania, in quale stato di salute è la ricerca nefrologica?

    Il rene è un organo complesso e la sua disfunzione è causa di tanti aspetti clinici rilevanti. Pertanto è oggetto di studio intenso. La ricerca italiana si distingue nel mondo, ma ad oggi pochi sono i laboratori che, nel nostro Paese, si occupano di ricerca di base sul rene. In Campania ci sono senza dubbio degli ottimi istituti.


    I vantaggi e gli inconvenienti della provincia nella sua esperienza professionale e umana?

    La provincia rischia di pagare un certo isolamento e la lontananza dalla multidisciplinarietà, tipica delle grandi aree metropolitane. Tuttavia, se una lezione abbiamo imparato con la recente pandemia, è l’ampio utilizzo delle video-conferenze. Ciò ha ridotto le distanze e ha avvicinato tutti. Infine, le piccole realtà di provincia consentono di sviluppare al meglio il senso di appartenenza.
    In definitiva, più che alle dimensioni di un centro credo si debba guardare all’età media dei suoi ricercatori e al turn-over dei giovani. Basti pensare alle piccole, ma grandi università centro europee, che rappresentano dei punti di eccellenza, pur essendo lontane dalle grandi capitali.


    A quali studi del suo passato è più legato?
    C’è un’osservazione, che abbiamo fatto quasi per caso, proprio in Danimarca, durante una giornata al microscopio, quando abbiamo identificato un nuovo tipo cellulare, con caratteristiche intermedie tra due cellule ben note. La sua presenza suggeriva l’esistenza di uno stato intermedio, risultato della inter-conversione dei due tipi cellulari. La pubblicazione di questo risultato non ha avuto all’inizio molto seguito (nel 2013), ma adesso è risultata essere una grande intuizione, confermata da solidi esperimenti e molto citata nel nostro campo. Questo ci inorgoglisce e spero sia di stimolo a non autocensurarsi quando non si concorda con le opinioni dominanti.

    E oggi?
    Sono molto fiero di un lavoro, realizzato a Biogem, che sta per uscire e che credo sarà di grande impatto per alcuni pazienti affetti da una rara malattia sistemica, la glicogenosi 1b. In questo studio chiariamo infatti l’efficacia di un nuovo trattamento per questi stessi pazienti, al momento orfani di terapie mirate.


    In cosa consiste l’approccio traslazionale che così fortemente caratterizza la sua attività di ricerca in Biogem?

    L’approccio traslazionale che impronta la nostra ricerca si basa sulla stretta collaborazione tra il nostro reparto di Nefrologia dell’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ e il laboratorio di ricerca di Nefrologia Traslazionale di Biogem. Siamo un centro di riferimento europeo per le malattie renali rare e questo ci consente di approfondire alcuni aspetti fondamentali direttamente nei pazienti. È infatti al letto del paziente che sorgono le domande cliniche e diagnostiche a cui cerchiamo di dare risposta in laboratorio. Riprodurre modelli di malattia e cercare di guarirli ci consente di verificare ipotesi terapeutiche efficaci.
    Quando questo lavoro riguarda farmaci o trattamenti già approvati e disponibili per altre indicazioni (riposizionamento) il beneficio per il paziente è quasi immediato. Questa è la strada che stiamo percorrendo per due malattie renali rare, attualmente sottoposte a un processo di revisione tra pari.


    Trova sensata una differenziazione marcata tra ricerca di base e ricerca clinica?

    Sono ambiti diversi che spesso vanno in parallelo. La ricerca traslazionale fa in modo che queste strade si incrocino e genera innovazione.


    Personalmente, per quale propende?

    La nostra attività di ricerca è incentrata sullo studio dei meccanismi molecolari alla base delle patologie renali e sullo studio della fisiologia renale, ovvero del funzionamento dell’organo. È questa la mia passione. Tutto ciò non è necessariamente lontano dai pazienti, ma, al contrario, mette a disposizione tecniche sempre più innovative al servizio dello stesso paziente. Nei prossimi anni si affermeranno sempre di più le applicazioni ‘omiche’ per la diagnosi clinica. Utilizzarle ai fini di ricerca con diversi anni di anticipo offre degli indubbi vantaggi culturali.


    Le sue passioni fuori dal Laboratorio?

    Negli scampoli di tempo leggo libri e mi diverto a comprare e costruire i lego con mio figlio.


    Le è mai capitato di coniugare arte e scienze?

    L’arte è fonte di ispirazione, perché mostra aspetti della vita che non tutti sono in grado di vedere. In alcuni interventi informali mi piace trasmettere messaggi scientifici modificando immagini di quadri o sculture famose. Un metodo di grande effetto e capace di trasmettere facilmente il concetto.


    Il suo rapporto con il meeting ‘ Le Due Culture’?

    Devo dire che il meeting annuale che si tiene a Biogem sugli aspetti scientifici e umanistici della cultura è davvero di alto impatto. Sono mondi che hanno bisogno di dialogare e che possono beneficiare l’uno dell’altro. All’inizio mi sentivo un pesce fuor d’acqua assistendo ad alcuni interventi di filosofia o di etica, ma poi ho capito che alcune metodologie di pensiero sono parte integrante delle scelte comuni quotidiane anche nella ricerca scientifica più tecnologicamente avanzata.

     

    Ci racconta qualcosa di Francesco Trepiccione fuori dal laboratorio?
    Credo di svolgere una vita tranquilla in famiglia, qualche volta viaggiando, e godendo sempre della compagnia di amici storici. Provo ad essere un buon padre.


    Le sue passioni più ‘resistenti’ nel tempo?

    Quando posso, leggo ancora del mondo romano antico, che mi affascina dai tempi del liceo. E poi, non ho mai smesso di comprare lego.

    Ettore Zecchino


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