I protagonisti delle 2 culture

    Luigi Moio

    Da quasi un anno al vertice dell’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino), a tutti gli effetti l’ONU del settore, Luigi Moio, mondragonese di nascita, italo-francese di studi, è docente ordinario di Enologia presso l’Università di Napoli ‘Federico II’. Autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche, accademico dei Georgofili, è anche un divulgatore di talento e, con il suo ‘Il respiro del vino’, ha raggiunto il grande pubblico, in Italia come in Francia.
    Ideatore e realizzatore, come consulente, di alcune tra le più importanti etichette del Meridione, dal 2001 ha un’azienda tutta sua, a Mirabella Eclano, dove dosa attentamente arte e scienza. Un approccio da ‘Due Culture’ per antonomasia. Al meeting di Biogem il professore Moio ha partecipato nell’edizione del 2017.

    Professore, lei è il terzo italiano alla guida dell’OIV, e porterà questa prestigiosa istituzione a tagliare il traguardo dei suoi primi 100 anni. Ce la può far conoscere meglio?
    L’OIV è il frutto di una lunga storia scientifica e diplomatica. Tutto è cominciato nel 1874, quando, nel corso di un convegno di viticoltori, tenutosi a Montpellier, fu creata una commissione di esperti italiani, francesi, svizzeri, austriaci e tedeschi, chiamati ad individuare soluzioni all’epidemia di fillossera, che stava devastando i vigneti di mezzo mondo. Dopo oltre 30 anni, l’aumento incontrollato della produzione e del commercio del vino rese più facile la sua contraffazione (a inizio secolo non c’era nemmeno una definizione precisa della bevanda).  Nel 1908 a Ginevra, in Svizzera, nasce quindi una prima, embrionale versione dell’OIV, caratterizzata come un baluardo contro le false indicazioni di provenienza dei vini. 
    Nel 1924, a Parigi, evolve in un’organizzazione intergovernativa, l’Office International du Vin, costituto da sette Paesi, tra cui l’Italia.
    Nel 1958, allargatasi, nel frattempo, fino a 29 membri, l’OIV diventa l’Office Internazionale de la Vigna et du Vin.
    Nel 2001, infine, con una modifica dello statuto, i Paesi membri approvano il cambio del nome in: ‘Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino’.
    Oggi l’OIV comprende 48 stati membri, rappresentativi di tutti i continenti, e copre l’88% della produzione di vino mondiale e l’86% del consumo.  Si tratta di un organismo a carattere scientifico, che custodisce i principi di integrità del vino, indicando a priori le misure necessarie all’armonizzazione internazionale delle pratiche produttive e del commercio, in un dialogo costante con altre organizzazioni internazionali.

    Quali obiettivi si prefigge per la sua presidenza e cosa ha già cominciato a realizzare?
    Sono profondamente onorato di essere stato candidato dal Governo italiano per la presidenza del centenario. In questo momento, fra l’altro, l’OIV è riuscita a dotarsi di una sede definitiva, un palazzo settecentesco, a Digione, che sicuramente qualifica ancora di più l’organizzazione. In questa bella città della Borgogna ho completato il mio dottorato di ricerca, nel 1993, e qui è nata anche una mia figlia. Coincidenze biografiche che mi motivano fortemente.
    Come presidente, insieme al direttore generale, lo spagnolo Pau Roca, sto lavorando per allargare il numero degli Stati membri, cercando di far rientrare gli Usa, usciti più di 20 anni fa dall’OIV. Un altro aspetto molto importante è quello di intensificare sempre di più le collaborazioni con le altre organizzazioni intergovernative (FAO e OMS su tutte). Le problematiche odierne necessitano, infatti, di un confronto sui grandi temi, e l’OIV, pur disponendo di una rete propria di circa mille scienziati, non può chiudersi in un recinto. Temi come il cambiamento climatico, lo sviluppo sostenibile, l’enologia a basso impatto e la digitalizzazione dell’intera filiera vitivinicola si gioverebbero molto di un approccio multidisciplinare e della collaborazione delle altre organizzazioni intergovernative.
    Venendo agli ambiti più tradizionali, come le problematiche relative all’etichettatura, alle denominazioni, allo sviluppo di nuovi metodi di analisi, all’armonizzazione delle normative allo scopo di favorire il commercio internazionale, è fondamentale continuare ad animare il dibattito ed il confronto tra gli esperti scientifici dei vari Stati membri, allo scopo di accelerare la definizione e l’approvazione delle risoluzioni. È chiaro che da docente universitario mi sta molto a cuore il rafforzamento dell’Organizzazione come riferimento scientifico mondiale della filiera vitivinicola e la difesa della sua indipendenza scientifica. Non secondaria è infine l’attività in corso per organizzare le celebrazioni del centenario. Un primo atto importante è quello di proclamare l’anno 2024 come anno internazionale della vigna e del vino.

    Da figlio d’arte ci confida i meriti particolari che sente di attribuire a suo padre Michele nella formazione enologica di Luigi Moio?
    Innanzitutto, mi ha spinto agli studi enologici, che hanno gradualmente avuto la meglio sulle mie passioni giovanili per la matematica e per la fisica. Grazie a lui, sono arrivato ad Avellino nel 1973, appena adolescente, per entrare nella prestigiosa scuola enologica intitolata a Francesco De Sanctis (e questo spiega il mio legame fortissimo con l’Irpinia). Più ancora, mio padre, come i migliori genitori di un tempo, mi ha educato con l’esempio diretto delle sue straordinarie virtù, come la determinazione, la passione, la perseveranza e l’abnegazione, soprattutto nel lavoro.

    Cos’era davvero il mitico Falerno della Roma imperiale?
    Il vino ha la grande fortuna di essere una bevanda mono-ingrediente. Quando si è scoperta l’uva come frutto perfetto per ottenere in modo spontaneo una fermentazione alcolica, è iniziata l’epopea del vino. Il problema storico principale è stato sempre quello della sua conservazione. Il Falerno deve la sua fortuna alla provenienza da uve quasi appassite, nei terreni caldi e sabbiosi dell’’Ager Falernus’. Era quindi un vino ad alta gradazione alcolica, maggiormente protetto da deviazioni microbiologiche, e, di conseguenza, con una migliore attitudine alla conservazione (un po’ come i vini delle isole greche, Chio e Lesbo). Oggi ci ricorderebbe un porto, un marsala, uno sherry, pur non essendo fortificato. Trimalcione, nel mitico banchetto, poté quindi brindare, tra storia e leggenda, con un Falerno di 100 anni prima.

    Il vino di oggi è lontanissimo da questi primi ‘esemplari’, e, se di qualità, è ormai una bevanda prodotta con criteri rigorosamente scientifici. Ce li illustra?
    La grande differenza è che prima si vinificava senza conoscere i meccanismi biochimici e chimico-fisici della fermentazione alcolica. L’alcol stesso non si conosceva. Si parlava, genericamente, di spirito, in evidente connessione con gli dei. Da Lavoisier in poi si è sviluppata una conoscenza compiutamente scientifica. Lo stesso processo riusciamo, quindi, a governarlo meglio, e le conoscenze acquisite ci consentono di prevenire e di poter seguire con grande precisione l’intero ciclo produttivo.

    A proposito di scienza, per lei galeotta fu la Borgogna?
    Non proprio. Sono un federiciano di ferro. La mia vita è la ‘Federico II’, che, per inciso, nello stesso 2024, festeggerà i suoi 800 anni. Mi sono formato alla prestigiosa Facoltà di Agraria di Portici. In Francia sono andato, in un secondo momento, per specializzarmi. Lì si è consolidato il mio interesse per gli odori e i profumi del vino. Ho quindi conosciuto l’incanto della Côte-d’Or, in Borgogna. Ho identificato le quattro molecole chiave del profumo del pinot noir (1995, su American Journal of Viticulture and Enology, uno dei miei lavori più citati). Ma anche sullo chardonnay ho realizzato tante ricerche. La Borgogna mi ha inoltre fatto capire in pieno il concetto fondamentale di filiera agricola, come presupposto indispensabile per la produzione di vini di grande qualità.

    Produrre il vino, come abbiamo detto, è una questione a tutti gli effetti scientifica. E la dimensione artistica del vignaiolo?
    Anch’essa è molto presente, come, del resto, in tutta la scienza. Un ricercatore è infatti un visionario, un eterno fanciullo, un individuo che vive nel dubbio e che, comunque, è in una condizione creativa permanente.

    Il suo settore ha ovviamente risentito della pandemia in corso. Ci dice, in concreto, cosa è strutturalmente cambiato?
    È cambiata, in generale, la visione del mondo, forse siamo cambiati tutti.  Mi accontento di sperare che si sia un po’ ridotta la deriva verso un certo delirio di onnipotenza umana, che tanti danni ha prodotto e produce soprattutto nei confronti della natura. Personalmente, durante la fase più dura della pandemia, ho avuto più tempo per immergermi in quella natura agricola che è alla base della mia formazione e del mio essere. In un certo senso, un privilegio.

    Anche il vino è spesso vittima di epidemie di varia portata. Ci descrive le pandemie storiche e le strategie utilizzate dall’uomo per superarle?
    L’infestazione maggiore che si ricordi è stata quella della fillossera, di fine Ottocento, determinata dall’invasione di un insetto, che ha distrutto il vigneto europeo.  Si è risolta mediante la tecnica dell’innesto della vite europea (Vitis vinifera) su un portinnesto ottenuto dalla vite americana, precedentemente colpita dall’insetto e diventata ad esso resistente. Ovviamente, una soluzione offerta dalla scienza.

    Il mutamento climatico rischia di cambiare la geografia del vino. In parte lo ha già fatto, proprio in Europa. Quali contromisure è possibile adottare?
    Probabilmente si pianterà la vite ad altitudini maggiori, o a latitudini un tempo impensabili. Bisogna, tuttavia, preservare a tutti i costi gli areali storici, impedendo la delocalizzazione dei vigneti. Gli areali storici devono continuare ad essere i luoghi di produzione in cui si ottengono i vini di massima qualità. È infatti attraverso questi luoghi che il vino ha esercitato il suo fascino verso i consumatori del mondo intero, imponendosi a livello planetario e dimostrando la sua vocazione universale.
    Contromisure possono sicuramente essercene. Si può, ad esempio, lavorare sui portinnesti, o sulla selezione di cloni capaci di un minore accumulo zuccherino ed un mantenimento di una maggiore acidità, quindi, in grado di sfidare temperature più elevate. Insomma, sarà necessario finanziare programmi di ricerca che puntino a tutelare un patrimonio identitario irrinunciabile per il vino.

    Per creare un grande vino bisogna averlo in qualche modo già nella propria testa, cercando poi il terroir adatto per realizzarlo.  Ci parla un po’ del suo sogno realizzato di ‘Quintodecimo’?
    Effettivamente, sono riuscito a realizzare, grazie all’indispensabile collaborazione di mia moglie Laura, ciò che ho sempre studiato e che ho sempre insegnato nelle aule universitarie. Volevo farlo in Irpinia, sia perché sono legato a questa terra meravigliosa, sia per la sua elevata vocazione nella produzione di vini di qualità. Mirabella Eclano, sede della mia azienda e abitazione, dista pochi chilometri da Taurasi, area d’elezione per l’aglianico. Per questo vitigno, ma anche per la falanghina, volevo tenermi sui 400 metri, realizzando una viticoltura collinare, che rispondesse in pieno alle caratteristiche dei terreni della mia tenuta di Quintodecimo. Per i due bianchi, gli areali di Lapio e Tufo raggiungono altitudini maggiori, più adatte, a certe condizioni, al fiano e al greco. In tutti questi casi, il vino è figlio naturale dell’areale in cui è prodotto. Tutto questo, d’altra parte, è l’esito logico della mia intera parabola professionale. E, in fondo, ho semplicemente fatto quello che dovevo fare. Un autentico sogno di libertà.

    Il vino, bevanda contadina per eccellenza, è comunque un prodotto di lusso. Non rischia di essere considerato un po’ ‘snob’?
    Storicamente è stata una bevanda contadina perché per millenni ha periodicamente rappresentato un’alternativa sicura all’acqua, spesso contaminata dal punto di vista microbiologico. Una bevanda, quindi, utilizzata anche per non disidratarsi. Di qui la celebre frase di Louis Pasteur: “Il vino è la più sana ed igienica delle bevande”, garantita dalla sua componente alcolica e dalla sua acidità. Oggi è invece affiorata un’estetica dell’olfatto e dei profumi e il vino è diventato un ambasciatore del territorio che lo esprime, creando un legame culturale con la comunità, che in qualche modo rappresenta.  L’intensità di questo rapporto rende il vino una bevanda unica al mondo.

    Quali competenze scientifiche specifiche occorrono per produrre un buon vino?
    Tutte quelle agronomiche, alla base di un corso di laurea in viticoltura ed enologia. La conoscenza profonda delle scienze agrarie che, ovviamente, presuppone approfondite conoscenze delle materie di base, come la matematica, la fisica, la chimica generale, la chimica organica e la biochimica, solo per citare le principali.

    Dalla scienza all’arte, gli incroci con il vino possono essere innumerevoli. Siamo curiosi di conoscere i suoi accostamenti con letteratura, cinema, arti figurative, musica, filosofia, o altro ancora.
    Una bottiglia di vino per me è un po’ come un libro. Ho una grande passione per le arti figurative. Per questo, ho omaggiato Vincent Van Gogh, il mio pittore preferito, chiamando ‘Giallo d’Arles’ il mio Greco di Tufo, capace di sviluppare, grazie alla ricchezza dei suoi composti coloranti, quell’intensità di giallo, virante al rosso, che è tra i marchi più noti del geniale olandese. In cantina, inoltre, mi circondo di quadri. Suono la chitarra, e la falanghina ‘Via del Campo’ è un omaggio a Fabrizio De André. A proposito, ho sempre pensato che i tempi fossero maturi per un pieno riscatto della falanghina, un vitigno spesso bistrattato, ma, a mio parere, straordinario, anche in Irpinia.
    Nel mio libro, ‘Il respiro del vino’, mi sono divertito a citare film a tema, come il suggestivo ‘French Kiss’, di Lawrence Kasdan, e l’appassionato ‘Il profumo del mosto selvatico’, di Alfonso Arau.

    Il primo miracolo di Gesù citato dai Vangeli, fu quello alle nozze di Cana. Il simbolismo del vino è fortissimo nell’eucaristia. La classicità greco-romana lo collegava a una divinità maggiore dell’Olimpo. Siamo al cospetto di una bevanda spirituale?
    Certamente una bevanda simbolo di vita e di relazione con la divinità. ‘’Io sono la vite e voi i tralci’’, diceva Gesù, confermando che il vino è vita. Non è un caso che l’etimologia dei due termini sia la stessa. E non è un caso che Adamo, nudo, in molte raffigurazioni è coperto con una foglia di vite.

    Il vino, è proprio la Bibbia a decretarlo, ma la scienza a confermarlo, può essere un autentico veleno, pure a dosi non particolarmente elevate. Senza contare i gravissimi effetti collaterali ‘sociali’ di un eccesso anche occasionale. Non crede che i messaggi sulle sue virtù nutraceutiche siano un po’ troppo ottimistici?
    Certamente sì. Questa bevanda dovrebbe concorrere a uno stile di vita sano, di cui noi mediterranei potremmo essere la migliore espressione. Il vino non è certamente un medicinale. Non bisogna infatti dimenticare che agli antiossidanti, di cui è ricco, si accompagna sempre l’alcol.

    Da esperto di aromi del vino, non teme di scivolare, talvolta, nelle insidie sottili della suggestione?
    No, perché la degustazione, se professionale, deve essere pienamente analitica, tecnica.

    Le è mai capitato di sbagliare grossolanamente in una degustazione alla cieca?
    Molto, molto raramente.

    Quella del sommelier è un’attitudine estremamente affascinante, ma anche un po’ modaiola. Si può godere del vino, pur non cogliendo una buona parte dei sentori descritti su un’etichetta?
    Il ruolo del sommelier è stato straordinario, soprattutto in Italia, dove ha concorso in maniera decisiva al grande rilancio dell’intero comparto vinicolo. Il suo approccio al vino, legittimamente, prevede anche una componente emozionale, in grado di suscitare empatia e trasporto nel consumatore. Quanto a quest’ultimo, pur non cedendo mai alla frustrazione, dovrebbe sempre tentare di esercitare la propria memoria olfattiva. Magari, annusando una economica cassettina degli odori, come Kevin Kline riuscì a far fare, con notevoli risultati, a Meg Ryan, nel già citato ‘French Kiss’.

     

    Ettore Zecchino








     

     
    Mario De Felice

    Direttore dell’Istituto per l’Endocrinologia e l’Oncologia Sperimentale (IEOS) del CNR di Napoli, Mario De Felice è professore ordinario di Genetica Medica presso l’Università ‘Federico II’, sempre nel capoluogo campano. Immunologo e patologo generale per formazione, ha successivamente allargato i suoi studi alla medicina molecolare e alle biotecnologie mediche.
    Direttore Scientifico di Biogem dal 2007 al 2014, è tra i fondatori del meeting ‘Le Due Culture’, del quale continua ad essere uno dei più affezionati protagonisti.

    Professore, ci racconta questo suo ‘passaggio’ dalla patologia generale alla genetica e alle biotecnologie mediche?
    La patologia generale è una disciplina con alcune caratteristiche peculiari, presente solo in Italia. In particolare, approfondisce le basi biologiche delle malattie, includendo lo studio della genetica, applicata alla medicina. Quanto alle biotecnologie, nel nostro settore sono da tempo indispensabili. La ricerca, in ogni campo, non può prescindere dall’evoluzione tecnologica, come pioneristicamente ha dimostrato Galileo, con il suo telescopio. In ambito medico, non casualmente, molti Nobel sono stati assegnati ad altrettanti innovatori biotecnologici.

    Da Biogem allo IEOS, sempre nel segno del professore Gaetano Salvatore?
    IEOS, uno dei più antichi istituti del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), fu letteralmente inventato da Gaetano Salvatore, che intuì la necessità di strutture dedicate prevalentemente alla ricerca di base, anche in campo medico. Da allora siamo sempre stati inseriti all’interno di una facoltà di medicina, e tutti i direttori di IEOS sono stati personalità provenienti da questo mondo.

    Il suo percorso di formazione professionale annovera numerosi soggiorni ad Heidelberg. Quali sono i centri di emigrazione scientifica più quotati nell’Unione Europea oggi?
    Attualmente in Italia esistono centri di eccellenza, frequentati anche da stranieri, con rare eccezioni situati prevalentemente al Nord, nell’area lombardo-veneta. In Campania siamo stati i pionieri della disciplina negli anni 80, per poi subire, appunto, una significativa fuga di cervelli verso il Nord o verso altri Paesi. In Europa, considerando il rapporto tra investimenti e dimensione della popolazione, metterei al primo posto la Gran Bretagna, seguita dalla  Germania e dalla Francia.
    La ricerca statunitense continua ad avere una tale forza economica alle spalle da consentire la costante conferma di una ormai storica leadership mondiale.

    La guerra in Ucraina ha fatto venire alla luce l’urgenza di un sistema europeo di difesa comune. E sul fronte della ricerca?
    Direi che una filosofia comune nella ricerca esiste già da molto tempo, almeno nel nostro campo.

    Rimanendo sull’attualità, quale apporto ha dato il suo Istituto alla ricerca sul COVID19?
    Il CNR ha lanciato e sta seguendo un progetto, coordinato da quattro istituti, tra i quali il nostro, su 10mila volontari, finalizzato ad analizzare la risposta al virus o alla vaccinazione per un periodo di 12 mesi. Stiamo anche studiando la costituzione genetica di questi individui, alla ricerca di eventuali interazioni con il COVID-19.

    Più in generale, cosa sappiamo di definitivo a livello genetico su questa pandemia?
    Ancora poco, ma abbiamo imparato a gestire bene la malattia e i pazienti, soprattutto grazie al notevole successo biotecnologico dei vaccini. Da anni la medicina si era concentrata soprattutto sulle patologie cardiovascolari e oncologiche. Abbiamo quindi capito che non si deve mai abbassare la guardia sulle malattie di natura infettiva.

    Secondo lei durerà ancora a lungo?
    Credo che, al momento, nessuno sia in grado di dare una risposta definitiva o sufficientemente autorevole.

    I vaccini sono per il suo gruppo un oggetto di ricerca?
    Direttamente, no.

    Quale giudizio si sente di esprimere sulla gestione della pandemia in Italia e nel Mondo?
    Sono state formulate diverse critiche, spesso ingiuste. L’Italia, come tanti altri Paesi, non era preparata a un evento del genere. E questa è stata, forse, la colpa maggiore. Scoppiata la pandemia, abbiamo invece fatto del nostro meglio, con metodo e intelligenza, pur nell’ambito limitato delle conoscenze scientifiche in materia.

    Teme il vaiolo delle scimmie?
    Per quello che ho letto, al  momento direi di no.

    COVID a parte, ci fa il punto sugli studi più importanti in corso allo IEOS?
    Siamo molto concentrati nella ricerca sulle malattie metaboliche, il diabete di tipo 2 su tutte. Possiamo inoltre contare su una sezione dedicata allo studio delle malattie di origine infiammatoria. Non abbandoniamo, comunque, gli approfondimenti sulla patologia tiroidea, che hanno caratterizzato l’istituto sin dal suo momento fondativo.

    Un breve riepilogo dei suoi anni a Biogem?
    Sono stati tutti bellissimi. Si respirava aria di novità ed era palpabile lo sforzo di dimostrare la plausibilità di una ricerca di base e insieme traslazionale, in un’area ‘diversamente centrale’. Oggi Biogem è una realtà di assoluto prestigio e non posso non essere compiaciuto, oltre che orgoglioso, per aver contribuito, sia pure in minima parte, al suo successo.

    Ha incontrato particolari difficoltà per la collocazione periferica dell’Istituto rispetto agli altri centri del sapere scientifico?
    Fortunatamente ai nostri giorni la telematica può azzerare le distanze.

    Da appassionato di letteratura e di fantascienza può dirci se, nel suo campo, in qualche caso la realtà ha superato la fantasia?
    Da anni la biotecnologia medica lavora in ambiti mai immaginati dalla fantascienza più seria.

    Quali letture scientifiche si sente di consigliare?
    In primo luogo, i buoni libri sulla metodologia della ricerca, alla scoperta di tanti processi mentali affascinanti. Come quelli emergenti nei ‘Taccuini’ di Charles Darwin.

    Le Due Culture di quest’anno si propongono di indagare i legami tra Scienza e Arte. Qual è il suo rapporto con l’arte?
    L’arte è bella perché è democratica. Il mio rapporto con questo mondo è molto naif. Non sono un lettore di saggi o di opere critiche di settore, ma credo che entrare in un museo regali sensazioni immediate e intense a tutti.

    E con la storia?
    E’ la mia vera passione. Mi limito a dire che dovrebbe essere studiata approfonditamente da tutti, ma soprattutto dai politici.

    Il suo tempo libero?
    La lettura, prevalentemente saggistica storica e scientifica. Amo anche viaggiare, ma il COVID mi ha costretto a rallentare significativamente.

    Debolezze a tavola?
    Tante. E l’Irpinia, con i suoi formaggi e le sue molte delizie, ha contribuito sensibilmente ad allungare l’elenco.

    Da paganese doc avrà partecipato spesso ai festeggiamenti per la Madonna delle Galline. Da uomo di scienza come valuta questa religiosità popolare, oggi sempre meno fervida?
    Mi fa molta ‘tenerezza’. Li considero due campi diversi e non confliggenti.

    Al momento, quali limiti etici sente di porre alla ricerca in campo genetico?
    Naturalmente siamo in un settore molto delicato, ed è particolarmente difficile regolare l’intera materia dall’alto e aprioristicamente. Dovrebbe soccorrerci sempre l’etica individuale.

    C’è una differenza tra mondo occidentale e non?
    Permangono sostanziali differenze, ma altrove si stanno lentamente adeguando agli standard di questa parte del globo.




    Ettore Zecchino

     

    Carmen Lasorella

    Prima giornalista italiana a ricoprire il ruolo di inviata di guerra per la TV e tra le prime a condurre un TG, Carmen Lasorella ha una carriera prestigiosa e poliedrica alle spalle. Orgogliosamente lucana di origine, ma residente da decenni a Roma e cittadina del mondo, è stata per decenni una colonna della televisione pubblica italiana, anche in ruoli dirigenziali, prima di passare, per qualche anno, alla guida dell’emittente nazionale di San Marino. Autrice di celebri reportage, soprattutto di ‘esteri’, è stata anche corrispondente in Germania e nei Paesi dell’Europa orientale, oltre che autrice e conduttrice di programmi e apprezzata saggista e opinionista per la carta stampata.

    Ha moderato alcuni tra i più interessanti dibattiti alle ‘Due Culture’ di Biogem.

    Direttrice, come si vive una guerra a ‘distanza’?

    Direi, male. Le guerre scavano abissi di disumanità, si somigliano, pur essendo diverse. E’ lo stesso orrore, che pure ti sorprende sempre, perché non riesci ad accettare che si arrivi ad una ferocia così inaudita, con un campionario di armi che ignora i divieti, mentre la prevaricazione sui più deboli, diventa la norma. Ho raccontato la guerra a cavallo tra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo. Fino all’ultimo conflitto di Beirut, nel 2006. Ho fatto questo lavoro per 15 anni. In Africa, in Medioriente, nel Vicino Oriente, in Centro America, nei Balcani, in Asia. E’ stato un lavoro duro. Ho vissuto il senso d’impotenza, la rabbia, la frustrazione, ma ogni volta toccavo i fatti: sono stata nei luoghi giusti al momento giusto. Il conto poi lo pagavo a casa, al rientro: ci voleva tempo per recuperare. Il sonno spesso non arrivava o si interrompeva all’improvviso. Oggi, che non sono più sul campo, cerco di fornire un contributo di analisi. Un giornalista non va mai in pensione.

    L’Ucraina è una delle poche realtà da lei non ‘testimoniata’ in prima linea. Quali le analogie e le differenze con i tanti teatri bellici conosciuti in passato?

    E’ un conflitto nel cuore dell’Europa. Non è il primo dalla Seconda Guerra mondiale, ci sono stati il Kosovo, la Bosnia, oramai 30 anni fa. Erano guerre feroci come questa, con aggressori ed aggrediti, ma la guerra in Ucraina, sicuramente, è la più rappresentata dai media, a mia memoria. E’ tutti i giorni nelle nostre case, è uno scenario di prossimità da ogni punto di vista. A molti fa paura. Il rischio nucleare resta sullo sfondo, lontano, ma il pericolo di un allargamento del conflitto potrebbe diventare vicino. Ancora una volta, i territori ospitano le guerre degli altri, come in Siria e in altri contesti, del resto. Ha creato stupore in tutti la resistenza e il coraggio degli ucraini, cui si è aggiunta la capacità di grande comunicatore del Presidente Zelensky. Per un’Europa, diciamo pure infiacchita, è stato uno shock, un richiamo ai valori, all’orgoglio, alla coerenza. E’ evidente che dovranno cambiare le relazioni internazionali, nella prospettiva del multilateralismo. A tale proposito mi auguro che non si insista nell’umiliazione del nemico, preludio alle maggiori tragedie della storia.

    Come pensa se ne possa uscire?
    Con il negoziato, anche se sarà difficile creare le condizioni di una pace duratura.

    E riguardo all’altra ‘guerra’ (al COVID-19) ormai biennale?
    La pandemia, ancora in corso, al di là delle teorie complottiste, ha confermato che nell’era dell’antropocene, l’uomo interviene a modificare la realtà, in tutti i campi, anche in quello della scienza. Con il tempo, forse, saranno resi noti i dettagli su questo virus potenziato, che continua a mutare. Questo momento così critico ci ha cambiato, abbiamo meno certezze. Ralph Dahrendorf rifletteva su come, diventando super uomini, diventiamo disumani. Lo penso anch’io, ma resto ottimista sul potenziale del capitale umano. Quanto al contrasto alla pandemia, non si può che estendere a tutti, su scala mondiale, il diritto alla prevenzione e alla cura, evitando, al tempo stesso, le fughe in avanti di una certa pseudo-scienza irresponsabile.

    Ci parla del ruolo della comunicazione in questi due così diversi conflitti?
    Il tratto comune, a mio avviso, è l’infodemia. Un eccesso di informazione, che non aumenta la conoscenza, ma contribuisce alla confusione. C’è stato un approccio ‘terroristico’, troppe volte, con poca attenzione alla resilienza ed ai diritti soggettivi dei cittadini. Il Covid è diventato un appannaggio del governo e degli esperti, proposti di continuo, nella diversità degli approcci. Per mesi si è parlato solo di Covid, dimenticando che il mondo continuava a girare e con il mondo si è perso il contatto. Un fenomeno quasi tutto italiano, dove il racconto della pandemia è stato inoltre pieno di lacune, costruito sulle veline, sulle conferenze stampa, con i giornalisti, che si limitavano a passare i comunicati ufficiali. Gli inviati, che hanno cercato un riscontro a quanto veniva dichiarato, sono stati davvero pochi. Personalmente, sono molto critica in proposito.
    Anche il racconto sull’Ucraina, come dicevo prima, ha raggiunto livelli mai conosciuti in passato, con riferimento ad una guerra. In questo caso, tuttavia, l’eccesso non dispiace. Meglio avere quanti più occhi e voci pronti a testimoniare quello che accade, piuttosto che silenzi o indifferenza. Conta però la qualità del racconto e l’esperienza. Una volta, sugli scenari internazionali arrivavano in pochi: era la solita sporca dozzina che continuava ad incontrarsi nei punti caldi del mondo. Oggi partono ragazze e ragazzi, che spesso appaiono disorientati dinanzi a quello che incontrano. Nel mestiere dell’inviato servono lucidità, contatti, fonti attendibili, diverse, per non subire la propaganda. La tv generalista italiana ( non parlo delle ‘Tv all news’ ) sta fornendo una copertura quotidiana della guerra incredibile, sicuramente, più di quanto accade in altri Paesi europei, anche nella stessa Germania, che conosco abbastanza, avendoci lavorato.

    La sua luminosa e molto varia carriera ha incrociato solo lateralmente il mondo delle scienze. Quali caratteristiche considera peculiari del giornalismo scientifico?
    Il rigore, la competenza, la preparazione, e, di conseguenza, la capacità di utilizzare un lessico appropriato. In generale, il giornalismo scientifico, pur mantenendo le caratteristiche generali del nostro mestiere, richiede una formazione specifica.

    Le ‘Due Culture’ di quest’anno hanno come tema principale ‘Arte e Scienze’. Questo connubio cosa le fa venire in mente?
    L’arte non ha bisogno di mediazioni. Goderla è un dato immediato. Al tempo stesso, tutti confidiamo nella scienza per la prospettiva di un mondo migliore. Insieme, possono regalarci bellezza e benessere, intesi come capacità di costruire un futuro migliore.

    Quali progressi nota nel Mezzogiorno in questi ultimi anni?
    Al netto di qualche eccezione, temo che il Mezzogiorno abbia perso il treno dello sviluppo. La classe politica meridionale, che come diceva De Rita, non ha più classe, rimane prigioniera di micro-interessi territoriali, immobile nelle solite logiche clientelari e parassite, incapace di visione, inerte verso il futuro. In Germania, il gap tra Ovest ed Est è stato colmato in 30 anni, in Italia, a 150 anni dall’Unità, il divario si è allargato. Ero a Berlino negli anni successivi all’unificazione ed ho potuto seguire e raccontare quanto stava accadendo. I tedeschi hanno avuto ed hanno messo in pratica un’intuizione geniale: quando si è in ritardo bisogna ricorrere agli acceleratori. Nella Germania dell’Est sono stati dunque creati dei centri di eccellenza, soprattutto poli di ricerca, che hanno fatto miracoli. Colmando i divari sociali, culturali, economici, politici, gli Ossi si sono avvicinati ai Wessi ed hanno dimostrato, che una pianificazione intelligente e lungimirante abbatte gli ostacoli. I tedeschi hanno puntato sugli investimenti nella ricerca scientifica, mettendo al centro l’innovazione e questo approccio ha mosso i cervelli e le tasche, con risorse pubbliche e private. Si sono promosse best practices. Si è realizzato un effetto contagio, in positivo.

    Cosa si può fare per migliorare ulteriormente lo stato delle cose?

    Credo che i cittadini debbano credere di più nei propri diritti , ma anche nei doveri, a cominciare dal momento del voto. E’ indispensabile il rinnovamento politico. L’elettore deve imparare a scegliere. A seguito di ciò, credo, deriverebbe quasi automaticamente la formazione di nuove classi dirigenti, più adeguate alle sfide del presente, per fare futuro.

    Da pioniera dell’emancipazione femminile intellettuale e professionale in Italia, ritiene che il nostro Paese sia ancora indietro nel percorso verso la piena parità?
    Sicuramente. Siamo indietro rispetto a molti Paesi europei. Pensando solo al tema del lavoro, dobbiamo considerare che nel Sud non si arriva al 30% di donne lavoratrici, mentre l’Italia si ferma al 49%. Il famigerato soffitto di cristallo non ha reso possibile, da noi, un percorso in linea con il nostro tempo. Nella crisi del lavoro, si sacrificano con miopia le donne e i giovani. Guardare alle donne, che ce l’hanno fatta va bene e fa bene, ma non basta. Il cambiamento si misura sul pil pro-capite, che sarebbe molto più alto, se si impiegasse doverosamente la risorsa-Donna.

    Cosa pensa delle ‘quote rosa’?
    In passato, ero contraria, non lo sono più. Serve un “radical-shift”. Un sistema declinato al maschile si smonta con la volontà degli uomini e delle donne. Insieme. Dunque, le donne devono essere più numerose nei ruoli che contano per poter pilotare il cambiamento. Grazie alle quote rosa, c’è una possibilità, che accorcia i tempi.

    Recentemente ha ‘lambito’ la politica attiva nella sua Basilicata. Esperienza definitivamente chiusa?
    Mancavo dalla vita lucana dai tempi del liceo. Negli anni, tornando solo per le visite ai miei genitori, avevo continuato a custodire un’immagine romantica di quel territorio. Ho ritenuto che fosse necessario entrare in quella realtà e viverla per provare a capire. Parliamo di un contesto, purtroppo in fondo a tutti gli indicatori sociali ed economici del nostro Paese e dunque dell’Europa. Quello che ho incontrato è stato un mondo legato al passato, indifferente al senso della sfida , prigioniero di una mentalità rassegnata, che giustifica perfino i privilegi, dove si accetta che i diritti vengano concessi dal politico di turno. Le qualità del popolo lucano restano, ma in una società ‘infiacchita’ e purtroppo povera di capitale umano competitivo. Ho capito, che non potevo fare niente in quel momento. Mancavano le condizioni per impegnarsi. Tuttavia, da donna del Sud, sento fortemente le mie radici, non mancherò di dare il mio contributo se servirà, affinché le cose cambino. Ho compreso, però, che bisogna “costruire” il risveglio, bisogna “creare” le condizioni giuste. Serve un lavoro di squadra, con persone preparate e decise, che si impegnino nella “coltivazione” della fiducia. La necessità del cambiamento va condivisa e alimentata.

    Si è mai rivista in qualche ‘inviato al fronte’ della grande letteratura e del grande cinema?
    Ho avuto il privilegio di conoscere Tiziano Terzani ad Hong Kong, nel 1997 in occasione dell’Handover dall’amministrazione britannica a quella cinese. Ho sempre ammirato Terzani, un uomo che ha vissuto e lavorato cercando la verità, un uomo che ha accettato il cambiamento, dovunque e sempre. Un uomo, che quando ha incontrato il cancro, ha indagato anche la trasformazione che stava intervenendo nella sua vita, spostando la ricerca dal mondo all’interno di se stesso.
    Ho amato molto Ernest Hemingway per il suo modo di interpretare l’esistenza in maniera epica, travolgente, perfino eroica, mantenendo però la prospettiva del racconto e della testimonianza.
    L’amico di una vita è stato, invece, il collega Giorgio Torchia, inviato storico de ‘Il Tempo’, con il quale per anni abbiamo ragionato della grande politica internazionale, spesso con opinioni divergenti, fino a volte allo scontro. Un’esperienza vivificante, interrotta dal cancro.
    Quanto al cinema, rimanendo sui temi del giornalismo, mi vengono in mente ‘Quarto Potere’ di e con Orson Wells, penso ad Humphrey Bogart: ‘E’ la stampa, bellezza!’, ma non posso rinunciare ad ‘Urla del Silenzio’, ambientato nella Cambogia di Pol Pot. Lo considero un film bellissimo, mi ha dato forti emozioni. Ha raccontato senza enfasi l’orrore, che porta la guerra e la vita degli inviati sul fronte.

    Un cibo e un vino della memoria capaci di rilassarla?
    Un bicchiere di Aglianico del Vulture da abbinare al Caciocavallo, con la cicoria di campo.

    E un brano musicale?
    Ho studiato pianoforte e amo la musica classica, ma anche il Jazz. In questo momento mi viene in mente la ‘Patetica’ di Beethoven, che è un distillato di armonia, pieno di forza.

    Più in generale, le sue passioni extra-professionali?
    Soprattutto lo sport. Sono stata una campioncina regionale di atletica, ho giocato nella nazionale juniores di pallavolo, poi basket, sci, tennis. Amo andare a cavallo ed ho due motociclette e una bici.

    Progetti per il futuro
    Sto scrivendo un romanzo.

     
     
    Ettore Zecchino
     
     
      
     
     
     
     
     
     

     

    Salvatore Auricchio

    Decano e caposcuola della clinica pediatrica campana, Salvatore Auricchio è tra i massimi esperti mondiali di gastroenterologia, e, in particolare, un pioniere negli studi sulla malattia celiaca. Professore emerito dell’Università di Napoli Federico II, ha a lungo studiato e lavorato a Zurigo, ed è autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche. Medaglia d’oro ai ‘Benemeriti della Scienza e della Cultura’, è stato Presidente della European Society for Pediatric Gastroenterology and Nutrition, che ha contribuito a fondare. Membro di numerose riviste scientifiche internazionali, ha ricevuto attestati prestigiosi in tutto il mondo per la sua lunghissima attività di ricercatore e di clinico.
    Presente in varie edizioni delle ‘Due Culture’, onora di un’antica consuetudine il mondo di Biogem.

        Professore, lei è stato tra i primi medici napoletani a credere in un rapporto di forte interconnessione tra ricerca e clinica, ed è stato anche tra i primi a puntare su un’ampia formazione all’estero. Cosa o chi l’ha spinta in queste direzioni?
    Da studente ho frequentato l’Istituto di Biochimica dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, retto allora dal professore Gaetano Quagliariello, una delle figure storiche della biochimica napoletana ed italiana, e poi dal professore Francesco Cedrangolo. Ritengo fondamentale, per un medico, avere una formazione di ricerca, e la ricerca di base allora era in gran parte una ricerca biochimica. Poi, laureatomi e completati gli studi all’Istituto di Biochimica, andai in Svizzera, dove ho trascorso gli anni cruciali della mia vita e della mia formazione professionale. All’epoca, la scuola di pediatria svizzera era una delle migliori d’Europa, e il suo capo era una figura che aveva grande rilievo nella pediatria internazionale, il professore Guido Fanconi, presso il quale ebbi la fortuna di studiare. Successivamente, sono stato coinvolto in una storia appassionante e perciò sono rimasto al ‘Kinderspital’ (Ospedale dell’infanzia) di Zurigo per svariati anni.

    Perché proprio a Zurigo?
    All’epoca, in alcuni centri europei, come Zurigo, Parigi o Londra, si faceva la vera ricerca clinica, che allora era tutto per la pediatria. Il ricercatore clinico era, in particolare, colui che, partendo dall’osservazione del malato, studiava le novità emergenti in ambito biologico, indirizzando la ricerca di base.
    Ho avuto la fortuna di lavorare in quel periodo con il professore Andrea Prader, che allora era l’aiuto del reparto del ‘Kinderspital’ di Zurigo, nell’ambito di una scuola organizzata dal punto vista strutturale in funzione del malato, nella quale la figura del ricercatore clinico era tutto.

    E poi, gli studi sulla gastroenterologia pediatrica?
    Ho avuto esperienze davvero particolari nel reparto dove lavoravo, come vedere i primi casi clinici di malattie nuove, che poi hanno preso il loro nome dei pediatri che le hanno scoperte. In un secondo momento, durante la mia permanenza in quel reparto, c’è stata la svolta della mia vita. Curavo, infatti, come giovane assistente, un bambino che aveva una forma di diarrea di cui non si riusciva a capire la causa. Fino a quando non comparve su ‘Lancet’ un lavoro del gruppo olandese di Wejers, che descrisse la diarrea da deficit di saccarasi. Il bambino che seguivo aveva, invece, diarrea non solo quando ingeriva lo zucchero (saccarosio), ma anche quando mangiava amido. Furono gli studi su questo paziente che portarono a identificare l’intolleranza all’amido per deficit dell’enzima che degrada i punti di ramificazione dell’amido, la isomaltasi. Da allora, ho iniziato ad occuparmi delle diarree da deficit di disaccaridasi intestinali, che costituirono il mio campo di ricerca per molti anni, e così ho contribuito alla nascita e allo sviluppo della gastroenterologia pediatrica. Il mio interesse per la gastroenterologia nacque, quindi, dall’osservazione clinica.


    Tutti le riconoscono il ruolo indiscusso di caposcuola, a Napoli, di una squadra di grandi pediatri. Quali virtù ha dovuto mettere in campo per ottenere un risultato così straordinario?

    Alla mia venuta a Napoli, da Zurigo, quasi tutti i miei collaboratori, grazie alla loro attività di ricerca e all’interesse suscitato dagli studi nella città svizzera, furono accettati in una serie di scuole prestigiose all’estero: Armido Rubino, Generoso Andria e Annamaria Staiano in America; Luigi Greco, Riccardo Troncone ed Enzo Poggi in Inghilterra; Pietro Vajro in Francia etc……

    In seguito, ebbi la grande fortuna di operare in un momento nel quale l’Università di Napoli doveva arruolare medici per la nascita di una nuova struttura sanitaria, il ‘Secondo Policlinico’. Quando i miei collaboratori tornarono dai loro studi all’estero, nell’ambito delle varie super specialità allora nascenti, furono nelle condizioni di lavorare nell’Università ‘Federico II’. Sono così nate, a Napoli, le super specialità pediatriche, e anche la scuola di specializzazione in pediatria, ancora oggi di ottimo livello. Posso dire che la cosa migliore che sono riuscito a realizzare nella mia vita è stata la formazione di un gruppo di giovani che hanno ben volentieri colto la possibilità di specializzarsi all’estero, nei vari campi delle super specialità pediatriche. E questo all’epoca era una cosa abbastanza inusuale.

    Siamo sempre stati convinti che la ricerca ha un ruolo molto importante nella formazione e nell’attività clinica. Dalla ricerca il clinico impara infatti a ragionare in modo corretto. Ho provato a seguire il modello rappresentato dai miei maestri e questo mi è stato sempre di grande aiuto. Ho quindi cercato di scegliere i collaboratori in base a criteri di merito: solo così si dà fiducia ai giovani e forza alle istituzioni. E ho lavorato con loro, apprezzandoli e valorizzandoli, convinto che tutti hanno sempre degli aspetti positivi, anche se nessuno è ovviamente perfetto. Compito del capo è quello di valorizzare tali virtù, facendo in modo che lo stare insieme rappresenti un continuo scambio culturale, nell’interesse del malato.
    Quando si è molto giovani, si vuole il successo, man mano che ci si invecchia si capisce che la vita vale per quanto si riesce a dare agli altri. E poi è indispensabile che il pediatra impari a farsi carico globale del bambino e della sua famiglia, per quanto possibile.

    Ci dettaglia la sua posizione sui vaccini anti COVID-19 in età pediatrica, in particolare per i più piccoli?
    Va consigliato di praticare le vaccinazioni secondo le raccomandazioni via via formulate dagli organismi ufficiali preposti alla cura e alla ricerca.

    Un celiaco va incontro a rischi supplementari a contatto con questo virus?
    Non credo, ma sul punto si sa ancora molto poco.

    I suoi ultimi studi sono concentrati sull’alimentazione dei bambini in fase di svezzamento e sull’influenza positiva di un approccio precoce alla dieta mediterranea nella loro vita adulta. Ci concede qualche dettaglio?
    Abbiamo completato uno studio, realizzato con i pediatri di famiglia della Campania, nel quale è stato dimostrato che lo svezzamento con alimenti naturali per adulti, tipici della dieta mediterranea, aumenta, nei primi anni di vita, l’aderenza del bambino a questa stessa dieta, influenzando beneficamente la flora batterica intestinale, rispetto allo svezzamento tradizionale con ‘baby foods’. Si potrebbe tentare in tal modo di prevenire o ritardare alcune malattie infiammatorie croniche del bambino e dell’adulto, migliorandone le abitudini alimentari.

    Anche i pediatri, in questi tempi, scontano un certo ‘distacco’ dal paziente, causato non solo dalla pandemia, spesso rimproverato ai medici di base. Ritiene ci sia una differenza sostanziale tra le varie aree del Paese?
    Per avere un quadro attuale del problema delle differenze nel campo dell’assistenza pediatrica tra le varie aree del Paese, suggerisco di rivolgersi ad un pediatra napoletano, il professore Paolo Siani, che, proprio per affrontare questi problemi e tentare di correggerli, è fortemente impegnato nel Governo attuale del Paese. Vorrei solo dire che in Campania c’è una buona pediatria di famiglia. Più in generale, la pediatria di famiglia in Italia segue i bambini dalla nascita e rappresenta quindi una garanzia importante per la corretta assistenza di questi particolari pazienti.

    Ci parla del suo sogno di unire sempre di più clinica e ricerca?

    Credo che la ricerca sia necessaria non solo per la formazione, ma anche per l’attività clinica del medico. Si potrebbe perciò immaginare che in un prossimo futuro si possa potenziare la ricerca pediatrica in Campania, fra l’altro dando la possibilità anche ai pediatri di famiglia, formati in tal senso dalle scuole di specializzazione, di svolgere ricerca clinica nella loro attività. La ricerca clinica è infatti il migliore collante che si possa immaginare per integrare l’attività assistenziale dei centri di riferimento universitari e ospedalieri con la pediatria sul territorio.

    Il suo maggiore successo clinico e il suo studio più brillante?
    Vorrei solo ricordare i nostri studi riguardanti l’identificazione della ipolattasia di tipo adulto e quelli sui meccanismi dell’azione lesiva del glutine nella celiachia.

    Quali sono gli svaghi intellettuali e i momenti di relax del professore Auricchio?
    Seguire, sulle più importanti riviste di ricerca clinica e di ricerca di base, le ultime acquisizioni di interesse per la salute del bambino. Fuori dalla medicina, mi rilasso molto con la musica sinfonica, sia a casa sia a teatro. Ho sempre amato le nuotate a mare, soprattutto ad Anacapri, e le passeggiate in montagna. Sono, inoltre, un appassionato della cucina tipica napoletana, e, più in generale, un convinto sostenitore delle tradizioni enogastronomiche, generalmente un buon compromesso tra gusto e salute.

    L’edizione di quest’anno delle ‘Due Culture’ avrà come tema principale ‘Arte e Scienze’. Quale rapporto lega lo scienziato Auricchio all’arte?

    L’arte e le scienze, sia pure con linguaggi molto diversi, nascono dalla necessità di comunicare con gli altri e, nelle loro esperienze più significative, hanno suscitato il mio più vivo interesse, aiutandomi a capire che il senso profondo della vita sta proprio in questi rapporti con la comunità umana.

    E il suo rapporto con Napoli?

    Ho investito tutte le mie capacità e le mie forze per migliorare lo studio e la cura del bambino a Napoli, scegliendo di vivere e lavorare in questa città, anche quando si sono aperte le porte di una promettente carriera accademica in Svizzera.

    Per concludere, vorrei dire che il ‘sistema’ messo su nella Pediatria della ‘Federico II’ produce cultura, della quale ciascuno si avvantaggia. Sono profondamente riconoscente al Signore Dio per avermi dato la possibilità di incontrare tanti ottimi collaboratori nella mia vita. Il sentimento prevalente che ho verso di loro è la riconoscenza per quello che abbiamo imparato insieme. Il sistema messo su in clinica pediatrica è eccellente, ma per farlo funzionare bisogna essere umili e disciplinati, avendo cura del metodo, nella consapevolezza che lavorare insieme è utile per tutti.

     

    Ettore Zecchino

    Francesco Di Donato

    Professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche, Francesco Di Donato attualmente insegna presso l’Università di Napoli Federico II, Dipartimento di Scienze Politiche. Specialista del conflitto tra i poteri dello Stato, è autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche, in diverse lingue, su temi che spaziano dalla storia costituzionale alla storia delle idee e delle esperienze politiche e giuridiche. Componente di diverse accademie e associazioni scientifiche europee, ha fondato e dirige la Società Internazionale di Studi sulla Statualità.
    Grande ‘amico’ di Biogem, ha partecipato da ospite o moderatore, ma sempre da protagonista, a tutte le edizioni delle “Due Culture”.

    Professore, perché a 18 anni si è messo “a colloquiare con un cartaginese”?

    In realtà scrissi questo libro (A colloquio con un cartaginese) tra i 14 e 17 anni, anche se fu poi pubblicato quando ne avevo quasi 18, nel 1982. La sua genesi, a pensarci oggi, è stata alquanto singolare. Una mattina, appena sveglio, sulla soglia del bagno di casa incrociai mio padre e gli dissi, così ex abrupto, di voler scrivere un libro. Lui non batté ciglio e mi incoraggiò, senza poi stressarmi, nei giorni successivi, con la curiosità morbosa tipica di alcuni genitori. Così potei far crescere in me l’idea in tutta tranquillità e assoluta libertà (condizione ideale per ogni impresa di studio e di ricerca). Pensai che la passione per Annibale, e tramite lui, per la storia romana, non sarebbe certo bastata a far considerare il mio un contributo plausibilmente originale sul piano storico. Ipotizzai, quindi, di scrivere un agile volumetto, in grado di conciliare storia e letteratura, due tra le mie più grandi passioni. Del resto, quello era il periodo in cui cominciavo a interessarmi al romanzo storico. Se il realismo, inteso come indagine e comprensione del mondo reale, ha sempre connotato la mia personalità, sono stato nel contempo molto attratto anche dalla dimensione del fantastico. Già in quegli anni, nei quali non avevo ancora letto Hobbes, consideravo l’uomo un essere per metà ancorato al mondo biologico e animale e per l’altra metà caratterizzato dalla tensione del divino. E all’interno dell’essere umano, la fantasia genera una tensione che tende al piano del soprannaturale e proietta l’uomo fuori del suo spazio biologico e del suo tempo storico, facendolo viaggiare in una dimensione che non si appiattisce e immiserisce  sul quotidiano (ricordo, al riguardo, il modo in cui questo tema fu trattato, grosso modo in quegli anni, in un bel libro, ancora valido, di Franco Ferrarotti intitolato appunto La storia e il quotidiano, uscito nel 1986).

    Di Annibale mi piaceva l’intraprendenza, il coraggio di sfidare l’impossibile e nello stesso tempo il glaciale realismo. Un po’ come il David biblico. Il generale cartaginese sfidò una potenza già affermata, come Roma, e pretese di farlo attraversando le Alpi con mezzi precari e in condizioni assurde. Necessariamente m’interessai alle vicende militari, ma ciò che mi colpì moltissimo del personaggio fu l’incontro, in lui portato al massimo livello di espressione, tra la logica stringente, tesa a comprendere i fenomeni reali, e la creatività, diretta a proiettare la mente in un mondo immaginario, che però fa emergere, ancor più dello sguardo reale, aspetti nascosti ed eclissati della stessa realtà. Annibale era rigorosissimo, eppure creativamente imprevedibile. Lo studio della sua personalità mi permise di comprendere una cosa che mi sarebbe molto servita negli anni (e negli studi) a seguire: per comprendere a fondo la realtà occorre tanto l’osservazione empirico-fenomenica razionale, quanto la creatività fantastica.

    Pochi anni dopo lei diventò amico dello scrittore Riccardo Bacchelli, uno dei grandi incontri della sua vita. E poi, da giovane studioso, il salto in Francia, con l’insuperato maestro François Furet. Quanta intraprendenza per un giovane di provincia!

    Considero l’essere un ‘provinciale’ una qualità di grande pregio della mia vita. Provinciali furono Montaigne, Montesquieu, Rousseau e Napoleone, solo per fare qualche esempio. Tutti autentici geni, con i quali mi sono sempre confrontato. La conoscenza di Bacchelli la devo esclusivamente a mio padre, che a 14-15 anni, mi mise tra le mani Il diavolo al Pontelungo, uno dei romanzi più belli del grande scrittore bolognese. Di Bacchelli mi piacevano due cose soprattutto: il talento per il romanzo storico, nel quale la fantasia assumeva un ruolo centrale; e l’assoluta, ineguagliabile padronanza della lingua italiana. Decisi di conoscerlo. Avevo 16 anni. Feci una ricerca alla SIP (all’epoca non esistevano i mezzi tecnologici di cui disponiamo oggi), consultando con pazienza gli elenchi telefonici di tutta Italia, e, finalmente, dopo molte telefonate a vuoto, m’imbattei in una sua nipote romana, Susanna Bacchelli, che mi diede il numero del maestro, già quasi novantenne. Con mia sorpresa m’invitò subito a casa sua a Milano. Abitava con la moglie Ada Fochessati in via Borgonuovo 20. Non avevano figli (Ada ne aveva avuto uno dal suo primo matrimonio) e in breve si affezionarono molto a me e in pratica mi ‘adottarono’. In breve tempo divenni un habitué di casa loro, un bellissimo doppio appartamento che, nel cuore di Milano, dava su un ampio giardino, che lo rendeva verde e silenziosissimo: l’ambiente ideale per concentrarsi e scrivere. Quando, dopo poco, m’iscrissi all’università, studiai alcuni esami a casa loro. Fui letteralmente inondato di un amore filiale e feci la mia prima, forte conoscenza, dell’affetto extra-familiare. Quando il maestro si ammalò, Ada mi presentò il filologo Maurizio Vitale, all’epoca ordinario di Storia della lingua italiana alla ‘Statale’ di Milano. Insieme, decidemmo di aiutare il grande scrittore, dal momento che il sindaco di Milano, (in quegli anni era Carlo Tognoli) non aveva più i fondi per pagare la costosissima degenza in clinica. Bacchelli era afflitto dai postumi di una grave trombosi, era paralizzato alle gambe e non era più autonomo. Partimmo quindi per Roma con un aereo alle 7 di mattina e fummo ricevuti dal senatore Learco Saporito, Presidente della Commissione Cultura, che ci promise l’approvazione, entro la fine dell’estate (eravamo a maggio del 1985), di una legge che prevedesse un congruo sostegno finanziario (di 100 milioni di lire) ai grandi artisti che avevano illustrato la patria e che si trovavano in una condizione di grave indigenza. Mantenne la parola: il provvedimento arrivò all’inizio dell’autunno e prese il nome di «Legge Bacchelli», ma, per beffarda ironia della sorte, entrò in vigore proprio in coincidenza con la sua scomparsa, avvenuta nei giorni del sequestro dell’Achille Lauro. Un evento che, per la sua enorme portata politica, oscurò quasi completamente la fine del maestro, meritevole di ben altra attenzione. D’altra parte, Bacchelli mi aveva sempre detto che l’inseguimento del successo è un chiaro indice di volgarità. E a questo aveva ispirato tutta la sua vita. E al medesimo principio, grazie a lui, ho ispirato la mia.

    Tre anni dopo mi laureai in giurisprudenza, vinsi quasi subito il dottorato di ricerca e, contemporaneamente, una delle tre borse di studio che il Governo francese aveva messo a disposizione dell’Italia per il bicentenario della Rivoluzione (1789-1989). Arrivai quindi in Francia in treno – lo ricordo nitidamente come fosse ieri – la mattina del 2 ottobre del 1990. All’École des Hautes Études en Sciences Sociales, con la presentazione di Maurice Aymard che dirigeva la Maison des Sciences de l’Homme e sovrintendeva a tutti gli scambi con l’Italia, incontrai Francois Furet e m’iscrissi al suo seminario che si teneva in rue Calvin, nel quartiere latino, proprio sotto il Panthéon. Quell’esperienza rappresentò l’accensione di un faro nella mia vita. Furet era un genio. Nei seminari universitari il suo eloquio brillava come una stella luminosa in un universo costellato di idee, una più originale e suggestiva dell’altra, aprendo nuovi percorsi del sapere e inedite piste di ricerca. Ogni seduta, che si teneva in genere il mercoledì mattina dalle 11 alle 13 una volta ogni due settimane, traboccava di storia e di attualità, di rimandi coltissimi ai maggiori uomini di pensiero tra Settecento e Novecento, d’intuizioni nel contempo folgoranti e profondissime, di collegamenti concettuali e creatività euristica a iosa. Quando si usciva di lì era come se ti si fosse acceso un fuoco dentro. Meditavo per giornate intere e aprivo nella mia mente decine di percorsi ulteriori. Insomma, mi divertivo da morire e crescevo tangibilmente di mese in mese. In quelle circostanze riuscii a dare forma e sostanza a un insegnamento che Domenico Rea mi aveva impartito, a margine della presentazione di A colloquio con un cartaginese, alcuni anni prima. Lo scrittore nocerino mi aveva invitato a «entrare sempre dalla porta grande e non dalla porta piccola», poiché – diceva – «dalla porta grande entri nella stanza grande, mentre dalla porta piccola entri nella stanza piccola». Ciò che intendeva dire – cosa che iniziai a comprendere appieno solo nell’esperienza parigina – era che bisogna sempre cimentarsi con le difficoltà maggiori e osare, non rassegnarsi e accontentarsi del successo spicciolo, e della redditività immediata. Furet trattava dei grandi temi e non, come fanno gli studiosi ordinari o mediocri, di piccole tesserine di pensiero. Da raffinato intellettuale apriva la mente, invitando a entrare nelle grandi questioni del mondo moderno e contemporaneo. Grazie a Furet sperimentai esattamente quanto fosse giusto il consiglio di don Mimì. Iniziai così a confrontarmi con il pensiero di alcuni tra i maggiori spiriti dell’umanità (da Montesquieu a Tocqueville). Fu allora che capii, ad esempio, perché la Rivoluzione Francese debba considerarsi l’evento più importante della storia umana. Quello dal quale è dipesa l’organizzazione delle società contemporanee e i loro valori politici.

    Quali altri incontri hanno segnato in profondità i suoi anni giovanili?

    In quegli anni vi fu anche un’altra fondamentale presenza, che divenne protagonista assoluta della mia vita, quella del padre gesuita Angelo Arpa, ispiratore, consigliere e confidente di personaggi come Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André (per citarne solo alcuni tra i maggiori). Ci conoscemmo l’11 luglio del 1985, ad Avellino, in una circostanza per entrambi del tutto casuale: ci trovammo a un matrimonio dove né lui né io avremmo dovuto essere presenti. Fin da quel giorno ho sempre considerato quell’incontro il più bel regalo che il destino mi abbia fatto. Da allora, fino alla sua morte, Angelo Arpa ha illuminato il mio cammino, dandomi la forza, il coraggio e la determinazione di affrontare un percorso difficilissimo, ma anche colmo di soddisfazioni come quello universitario, che, com’è noto a tutti, in Italia è “via greca”, ossia tragica, per chi non ha santi nel paradiso accademico. La mia scelta  d’intraprendere la “carriera universitaria” fu molto contrastata nella mia famiglia, soprattutto dalla mia mamma, una donna di straordinario realismo e dotata di una istintiva e acutissima intelligenza pragmatica. Oltre all’inconveniente, per nulla marginale, di rinunciare a una posizione comoda, sicura e di tutto rilievo nel panorama sociale, sistemandomi nell’accorsato studio professionale di mio padre, stimato avvocato del Foro di Benevento, mia mamma paventava le più che sicure ed enormi difficoltà che l’Università avrebbe presentato. Il sostegno di Angelo Arpa fu decisivo.

    Questi racconti – da Bacchelli ad Arpa – mi portano a una considerazione conclusiva di carattere più generale: quasi tutto quello che ho fatto di buono nella mia vita lo devo alla frequentazione di “grandi vecchi”. Sulla base di questa esperienza diretta, e non solo per convinzioni astratte, consiglio sempre ai giovani di fare lo stesso, di cercare cioè di dialogare con chi ha esperienza e cultura ed è molto avanti negli anni. Il rapporto tra vecchi e giovani è il collante essenziale di una società. L’aver attenuato o smarrito del tutto questo valore è, a mio avviso, una delle principali cause della crisi che stiamo attraversando.

    Quando è nata in lei la passione per lo studio, e, in particolare, per la storia delle istituzioni, che continua a entusiasmarla dopo tanti anni?

    Eravamo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Due grandi personalità hanno contribuito a far sorgere in me questo interesse divenuto poi una vera e propria passione per le istituzioni e la loro storia (e ancora una volta due “grandi vecchi”): il mio maestro alla 'Federico II', Raffaele Ajello, e lo storico francese Roland Mousnier, il più grande studioso istituzionalista di tutti i tempi. Mousnier mi ricevé la prima volta alla Sorbona, mi fece sedere su una poltrona 'chester' verde inglese e mi rivolse numerose domande per più di due lunghe ore, che ricordo come tra le più intense e profonde della mia vita. Poi pronunciò una breve frase, con tono gentile e nel contempo ieratico: «Studi Le Paige alla Biblioteca di Port-Royal. Vale una carriera». È stato esattamente così.

     

    A proposito di questo specifico interesse per le istituzioni, quali sentimenti prova nell’analizzare lo stato di salute attuale delle istituzioni italiane?

    Provo una sensazione di sconforto, perché le istituzioni francesi (e anche quelle inglesi e americane) sono snelle, prive di retorica e molto efficienti. Le nostre, invece, dietro le apparenze eleganti e sontuose dei palazzi del potere e del loro ridondante sfarzo, nascondono l’incapacità di realizzare i fini per i quali sono nate, se non, addirittura, una sistematica tendenza all’imbroglio. Il rapporto istituzioni-società è ormai completamente mediatizzato. E ciò va a innestarsi su un eccentrico paradosso, che si determina nel rapporto tra cittadini e istituzioni: all’emotività, cui spesso corrisponde un vero e proprio atteggiamento di sacra sudditanza imposta al cittadino dalla dimensione sacrale del ‘Palazzo’, corrisponde un atteggiamento di sostanziale e permanente spregio delle istituzioni. In Italia un finto rispetto si sovrappone a una sostanziale derisione delle istituzioni.

     

    Una delle istituzioni più importanti in uno Stato di diritto è la magistratura. Dai suoi studi emerge un giudizio sull’evoluzione storica del potere giudiziario in Occidente, e in particolare in Italia, che sembra implacabile. Ci fa una sintesi di brevità ‘pascaliana’ della sua visione?

    Molto semplicemente, direi che in Italia il potere giudiziario non è stato incanalato nella funzione pubblica. Nessuna istituzione, invero, lo è stata nei territori al di qua delle Alpi. Ma questo problema emerge con una forza maggiore a proposito dell’istituzione la cui ragion d’essere è proprio la tutela dei diritti violati, che è tema nel quale l’interesse pubblico dovrebbe emergere maggiormente. La magistratura in Italia agisce perciò, alla stregua di tutte le altre istituzioni, come un potere corporativo, autoctono, slegato dall’interesse generale obiettivo, con l’aggravante di presentarsi come un potere terzo, super partes. L’ideologia giuridica, che sta alla base dell’azione della magistratura, è ancora intrisa dello spirito microfeudale, che essa stessa ha del resto contribuito a creare nel Medioevo italiano. In tal modo diventa più ingannevole e difficile individuare l’effettiva sostanzialità e direzionalità dell’azione giurisdizionale e della funzione inquirente che nell’ordinamento italiano è – caso pressoché unico – con essa confusa. Il possesso degli strumenti tecnico-giuridici, che già i romani chiamavano peritia legum e che noi definiamo, da Raffaele Ajello in poi, arcana juris, configurano un potere occulto d’incalcolabile portata, una potestas terribilis che  consente ai giuristi-magistrati di far parlare la legge come meglio loro aggrada, concentrando così nelle loro mani un potere assoluto e privo di qualsiasi forma di controllo e di bilanciamento. Di per sé il potere giurisdizionale tende, per sua natura, a sconfinare nel potere politico, senza portare tuttavia le responsabilità tipiche dell’esercizio della sovranità politica. Proprio partendo da questa osservazione, verificata in una lunga esperienza storica, alcuni sistemi statuali si sono proposti di (e sono riusciti a) evitare che la giurisdizione si converta occultamente e surrettiziamente in sovranità politica. Nel caso italiano, dove è mancata completamente l’erezione dello Stato (faccio sommessamente notare che il verbo che Hobbes utilizza quando parla della fondazione dello Stato è testualmente «to erect», mentre il modus operandi della magistratura, modellato su quello della Chiesa, è tipicamente femminile), il potere dei magistrati è invece divenuto pressoché arbitrario e tendenzialmente tirannico.

    Ma il cittadino comune fa fatica a seguire questo complesso discorso. La grande maggioranza ritiene ancora che i giudici non fanno che applicare la legge…

    È del tutto vero. Ma non bisogna mai dimenticare che i magistrati le leggi non solo le ‘applicano’ nei processi, ma le scrivono anche in sede legislativa.

    Scusi, professore, ma nello Stato democratico le leggi non le fa il Parlamento?

    Le approva il Parlamento. Ma chi le scrive? La quasi totalità delle leggi proviene da disegni di legge di iniziativa governativa. E chi dirige e fa parte degli uffici legislativi dei ministeri? I giudici, distaccati dai loro uffici. Sono loro a scrivere le leggi (volutamente astruse e incomprensibili) e sono sempre loro a (fingere di) applicarle. In realtà, in Italia è la legge stessa che prevede (nasconde) in se stessa l’inganno per aggirarla! E questa è una funzione che aumenta a dismisura il potere interpretativo e discrezionale dei giudici. Ogni operatore della giustizia sa perfettamente che ormai i magistrati “fanno quello che vogliono”. In Italia dal punto di vista giuridico l’Antico Regime non è mai tramontato. È ancora attualissima la diagnosi di Gaetano Filangieri (che, non a caso, non è mai neppure nominato nei corsi di laurea in Giurisprudenza).

    L’impero della burocrazia nel nostro Paese è a suo avviso una conseguenza di questa situazione?

    Assolutamente sì. L’autore che ha meglio studiato e compreso questo aspetto è stato Gianfranco Miglio. Un grande talento, con tratti di genialità. L’ideologia giuridica, che diviene arbitrio giurisdizionale quando riveste l’abito talare-togato, costituisce l’ossatura della forma mentis dei giuristi e informa di sé tutte le funzioni della vita giuridica, quindi anche l’amministrazione. Una simile mentalità si è diffusa a 360 gradi, veicolata soprattutto dalle Facoltà (oggi ahimé Dipartimenti) di Giurisprudenza. Non a caso in Italia le strutture di formazione dei legum doctores sono così chiamate, mentre altrove le si appella più propriamente Facoltà di Legge o di Diritto. La spiegazione di questa deformazione è presto trovata.

    Questa posizione interpretativa le ha creato qualche inconveniente nell’àmbito professionale (l’Università) e più genericamente sociale?

    Moltissimi inconvenienti, anzi veri e propri ostacoli insormontabili. È il vero motivo per cui dopo quasi trent’anni d’insegnamento ho deciso di abbandonare Giurisprudenza e passare a Scienze Politiche; una scelta che fu anche di Aldo Moro, che resta il mio punto di riferimento ideologico e politico. Il fatto stesso di rimanere volutamente e decisamente al di qua dei riflettori mediatici dipende soprattutto da queste mie posizioni, che sono molto difficili da spiegare e da far comprendere e accettare all’opinione pubblica, ma anche – anzi persino – nell’àmbito più ristretto degli studi universitari. È diffusissima una sostanziale sudditanza psicologica nei confronti della magistratura e in generale dei giuristi. Ciò è frutto di due componenti: da un lato la paura (i giuristi spaventano per la loro velenosa e subdola capacità di utilizzare il diritto come strumento offensivo contro chiunque e ciò provoca a catena l’effetto gravissimo della generale repulsione verso il diritto, socialmente inteso come un’arte truffaldina per antonomasia e dedita a realizzare non la giustizia ma l’ingiustizia); dall’altro la convinzione – storicamente del tutto erronea – che attribuire più potere alla magistratura significhi di per sé allargare la tutela dei diritti.

     

    Intravede margini di miglioramento? E se sì, quali?

    Purtroppo devo rispondere in maniera lapidaria con uno sconsolato no. La magistratura ha ormai in mano tutte le chiavi del potere – comprese quelle che aprirebbero la porta della propria riforma, il che spiega il motivo della sua impossibilità – e controlla ogni via di fuga, ogni possibile varco del sistema perfezionatissimo che ha messo in atto. È irragionevole pensare (o vanamente sperare) che la situazione cambi. A meno che non si determini uno sconvolgimento di tale portata (l’enorme sfera di ferro che irrompe, all’improvviso e imprevedibilmente, nell’edificio dove i musicisti stanno suonando in Prova d’Orchestra di Fellini) che farebbe però pagare al nostro assetto socioculturale un prezzo d’incommensurabile portata. E non so se sarebbe comunque un buon affare. Non è che se si sostituisce una tirannia a un’altra la condizione sociopolitica, tanto degl’individui, quanto della collettività nel suo complesso, migliora. I giuristi lo sanno e basano su questo fondamento la loro inesauribile forza inerziale.

     

    La sua è stata ed è una vita di appassionati studi e di sterminate letture nelle principali discipline umanistiche e sociali. Come e quando è riuscito a incontrare “l’altra parte del cielo”?

    Fin dai tempi del liceo mi sono sempre molto appassionato alla fisica, il mio tramite iniziale verso le materie scientifiche. Purtroppo, forse anche a causa di docenti non adeguati, nel mio percorso scolastico ho sofferto sempre la matematica, che considero a tutti gli effetti la forma più raffinata e rigorosa della logica classica. Matematica viene dalla parola greca màtesis che significa ‘cognizione’, “attitudine all’apprendimento” e quindi ‘ordine’ di dati sparsi. A sua volta la parola greca deriva da una radice indoeuropea: ‘mndh’, da cui si estrapola successivamente il lemma ‘men’, che dà luogo al ménos greco (impeto, volontà) e al mens latino. La mente ha la funzione basilare di mettere ordine nella realtà esterna per conoscerla. Per questo la matematica è il prototipo di tutte le scienze e non solo di quelle erroneamente dette ‘dure’ (la storiografia e la filosofia, ad esempio, sono a mio avviso, discipline ‘durissime’). Ogni discorso che aspiri a essere scientifico non fa altro che mettere ordine tra dati caotici. Un filosofo nizzardo (Clément Rosset) ha scritto, in un godibile volumetto dal titolo accattivante, Logica del peggio, che la cultura nasce quando si celebra il funerale del caos. La matematica aiuta a ordinare le idee rendendole “chiare e distinte” (da questo punto di vista gli studenti di diritto dovrebbero studiarla come materia obbligatoria!). Ma per assurdo paradosso professori di matematica che siano capaci di essere chiari ce ne sono pochissimi. In assenza di questi il mio interesse per la fisica, pertanto, scemò un poco, quasi per forza di cose (la fisica senza un adeguato supporto della matematica finisce fatalmente con il ridimensionare la sua portata, anche se non tutti sono d’accordo su questo assunto). Negli ultimi anni, il mio rapporto con “l’altra parte del cielo” ha preso la forma della biologia dei sistemi associati animali. Mondi legati alle scienze politiche molto più di quanto si possa credere. Attraverso l’osservazione e lo studio dei sistemi di organizzazione di molte specie animali si possono infatti capire meglio le dinamiche sottostanti agli agglomerati umani. Anche per questo mi sono molto appassionato ai meeting di Biogem. Questo è tra i rarissimi luoghi in Italia dove la cultura non è divisa e divisiva, ma unisce ricerca scientifica (senza compartimenti), gusto per la bellezza, curiosità di sapere e appagamento dello spirito.

     

    Tra i tanti ‘incontri’ cruciali della sua vita professionale (ultimo in ordine di tempo quello con il grande teorico del diritto Michel Troper, da lei introdotto nel mondo di Biogem) ne annovera anche qualcuno con eminenti scienziati?

    Rapporti diretti purtroppo no, ma ho colto l’occasione, durante le varie edizioni delle ‘Due Culture’, per approfondire la conoscenza di alcuni importanti relatori. Su tutti, conservo un ricordo straordinario di Oliver Smithies, diventato un altro mio punto di riferimento intellettuale. Da lui ho imparato, tra le altre cose, che l’unica cartina di tornasole per verificare la riuscita di una ricerca è il divertimento che il suo autore prova nel farla. E anche che la riuscita di uno scienziato dipende dai buoni professori che ha avuto. Due punti di fondamentale importanza nella vita universitaria, che in Italia ha invece imboccato, soprattutto per effetto di riforme, una più sbalestrata dell’altra, la via del tutto opposta: burocratizzazione all’estremo e noia mortale dello “scientificamente corretto” (ossia del rassicurante-ripetitivo).

    Il suo ‘rapporto’ con Benedetto Croce è sempre stato di forte opposizione. Si sente di salvare qualcosa nella produzione intellettuale del filosofo abbruzzese-napoletano?

    La monumentale eleganza della sua scrittura e l’aneddotica, intesa come capacità di raccontare storie circoscritte alle quali riesce ad attribuire una dimensione più generale, con una sorta di permanente epifonema in re ipsa. Quando non si erge a maître-à-penser (ma questo accade raramente dato il suo temperamento tendenzialmente autoritario), Croce può essere considerato uno dei più grandi scrittori italiani. Il suo moralismo col dito sempre alzato è insopportabile. Lo scrittore è, a mio avviso, di gran lunga preferibile al filosofo.

    Quali sono stati, contemporanei a parte, i suoi maggiori punti di riferimento?

    Niccolò Machiavelli; Michel de Montaigne; Baruch Spinoza; Jean-Jacques Rousseau, Gaetano Filangieri; Giacomo Leopardi; Francesco De Sanctis; Friederich Nietzsche; Max Weber. Ai quali, però, non posso non aggiungere almeno Montesquieu, Tocqueville e John Dewey. Quasi tutti stroncati o ridimensionati da Croce.

    L’arte è più vicina alla storia o alla scienza?

    L’arte è immersa nella storia, essendo espressione del suo tempo, ma lo trascende. Da questo punto di vista, si apparenta alla scienza, perché è contemporaneamente figlia del suo tempo e madre del tempo futuro.

     

    E per Francesco Di Donato, che cos’è l’arte?

    La più alta forma di espressività umana. La vera arte è sempre innovativa e originale. Non è mai ri-produzione. Non è nemmeno pura intuizione o mero istinto. Ma è sempre creatività, veicolata attraverso l’apprendimento di una tecnica.


    Quali saggi storici e filosofici possono essere considerati indispensabili per comprendere la modernità?

    Il Principe e I discorsi di Niccolò Machiavelli; I Saggi di Montaigne; Il contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau; le Lettere persiane e Lo spirito delle leggi di Montesquieu; La democrazia in America di Alexis de Tocqueville; Economia e Società e La politica e (soprattutto) La scienza come professione di Max Weber. Infine la conferenza Sull’etica [On Ethics] del 1929-1930 di Ludwig Wittgenstein, 14 pagine decisive nella storia del Novecento e dell’umano.

    La storia delle istituzioni è anche una storia delle idee?

    La storia delle istituzioni è una storia non solo ideale delle idee, ma soprattutto una storia pragmatica delle idee. Studia le idee messe in pratica, ossia calate nel flusso delle pratiche istituzionali.


    Quale peso ha il diritto nella nascita di uno Stato?

    Il diritto è decisivo nella costruzione dello Stato, ma ne è solo l’ossatura. Non si può fare la storia solo giuridica dello Stato ovvero non si può tracciare un profilo solo giuridico dello Stato. Se lo si fa, come da alcuni, anche autorevoli studiosi, è stato fatto, si perviene a distorsioni interpretative gravissime, che allontanano la descrizione storiografica dalla realtà.

     

    Come vede il futuro di questa ormai antica istituzione?

    Lo Stato non è un’istituzione come le altre. È piuttosto l’istituzione che istituisce le istituzioni. È una istituzione istituente. Che si fonda, come ha affermato Pierre Bourdieu, su uno «spirito di Stato», ossia sulla matrice di un pensiero statuale, che diventa la struttura precomprensiva della mentalità, tanto individuale quanto sociale. Oggi si registrano segnali di erosione dello Stato. Diverse forze si ‘avventano’ su questa fondamentale istituzione del consorzio umano, forse la più duratura e certamente la forma organizzativa più efficace che si sia mai data. Ma di qui a dire che lo Stato è un’entità ormai morta e superata, ce ne corre. Gli Stati continuano, al momento, a essere i grandi protagonisti delle vicende storiche mondiali e la loro presenza determina, lo si voglia ammettere o no, la più efficace forma di educazione alla civilizzazione che vi sia mai stata. Molti studiosi adottano lo Stato (soprattutto inteso sotto il profilo giuridico) come parametro interpretativo. Ma a mio avviso l’argomento essenziale dovrebbe essere, invece, non solo e non tanto lo Stato quanto la civilizzazione statuale, le politiche di civilizzazione imperniate sullo spirito diffuso delle istituzioni.

    Quale definizione istituzionale utilizzerebbe per l’Unione Europea?
    Un esperimento innovativo, non lontano dal raggiungere il suo bivio cruciale. A quel punto o si coagulerà in una forma di statualità compiuta o imploderà.

    Lo considera un modello destinato a diffondersi nel mondo?

    No, perché le condizioni che ne hanno determinato la nascita non sono storicamente riproducibili e men che meno esportabili.

     

    Quali sono gli elementi irrinunciabili perché si produca un itinerario di civilizzazione statuale?

    L’educazione, che passa attraverso dei fondamenti assiologici comuni, il buon funzionamento della giustizia (senza giustizia materiale, ossia realizzata, tutti i valori politici crollano e diventano un’ipocrita farsa), la difesa del bene comune come presupposto indispensabile della funzione pubblica, l’emersione e la diffusione su larga scala dell’interesse al disinteresse (per usare un’altra formula di Bourdieu). Auspicabile ma non decisiva, è una lingua comune.

    L’intuizione artistica ha mai ispirato la costruzione di una realtà istituzionale?

    Purtroppo sì! Lo Stato, invece, dev’essere weberianamente considerato una categoria razionale, finalizzata all’efficienza organizzativa non slegata da valori politici ispirati a un senso profondo di umanità.

     

    Quali opere letterarie, cinematografiche, e in genere artistiche, hanno meglio descritto la realtà statuale?

    In àmbito letterario citerei Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli; il Frammento di storia futura di Gabriel Tarde, e La bolla di componenda di Andrea Camilleri. In àmbito cinematografico, La presa del potere di Luigi XIV di Roberto Rossellini, e Nirvana di Gabriele Salvatores, premonitore, quest’ultimo, del rapporto distorsivo tra tecnica e politica.  Tra le arti figurative scelgo il Leviathan, la prodigiosa scultura plastica di Anish Kapoor. Lo Stato va visto anche “in controluce” e Mario Sironi mi sembra il pittore che meglio di altri ha saputo rappresentare il rischio di una statualità che porta alla solitudine, all’abbandono non recuperabile, con l’annichilimento e l’atomizzazione che ne conseguono per l’uomo moderno.

     

    Ci indica le caratteristiche specifiche che deve avere una istituzione scientifica internazionale, come l’OMS?

    Non deve invadere il campo della politica e deve applicare sempre rigidissimi parametri meritocratici, oggettivi e verificabili da tutti.

     

    Durante la pandemia in corso ha mai notato l’emersione di squilibri tra i poteri?

    Nemmeno un ipovedente potrebbe evitare di notarli.

    Quale ruolo ha avuto in questa fase la comunità scientifica?

    A mio avviso sono stati commessi vari errori nella comunicazione, con l’aggravio di una indebita invasione del circuito mediatico e di quello politico.

     

    In quali casi nella storia singoli politici hanno intuito e realizzato assetti istituzionali radicalmente innovativi?

    Da un punto di vista strettamente istituzionale citerei Napoleone Bonaparte, con la sua codificazione e con lo straordinario perfezionamento dell’apparato amministrativo, parzialmente ereditato dall’Antico Regime. Da un punto di vista meramente politico, ho un’ammirazione sconfinata per il gesto di Enrico III di Valois, re di Francia che sul letto di morte indicò nel suo nemico Enrico di Borbone il suo successore, per il bene dello Stato. A pensarci bene è proprio a quell’episodio che si deve far risalire la nascita dello Stato moderno e della statualità in Francia e in Europa. E infine, il coraggio del generale Charles de Gaulle nello sperimentare un sistema istituzionale nuovo, che coniugasse la rappresentanza parlamentare con la capacità decisionale del governo. Anche quel sistema mostra tuttavia le sue rughe. Non esistono sistemi istituzionali eterni e perfetti una volta per sempre. Tutto è perfettibile, ma anche regredibile. Altrimenti l’intelligenza non servirebbe. E invece serve eccome ed è tutto ciò che possediamo per progredire nella condizione umana. Non si può coltivare l’illusione che vi sia un sistema istituzionale per definizione migliore in assoluto. Tutto è relativo allo spazio geopolitico e al tempo culturale che si vive. Le istituzioni servono, peraltro, a mitigare questa relatività transeunte delle forme sociali e a dare una stabilità necessaria alla rassicurazione degli esseri umani.

    Ettore Zecchino

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