I protagonisti delle due culture

    Cosimo Risi

    Laureato in Scienze Politiche all’Università di Napoli Federico II, è in carriera diplomatica fino al 2016. Copre vari incarichi alla Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione Europea, a Bruxelles. Da ultimo è Ambasciatore e Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra e Ambasciatore presso la Confederazione Elvetica e il Principato di Lichtenstein, a Berna. Insegna Relazioni internazionali al Diploma Alti Studi Europei presso il Collegio Europeo di Parma e Politiche europee per la ricerca e l’innovazione presso l’Università di Napoli Federico II. Professore ospite in vari atenei, è Commendatore al merito della Repubblica italiana e commentatore di affari esteri per varie testate.

    Ambasciatore, come è iniziato il 2023 in politica internazionale?
    Come è finito il precedente. La guerra in Ucraina si avvia a compiere il  primo anno di vita e non sembra destinata a un epilogo immediato. Al momento, per dirla tutta, la mediazione in campo più significativa è quella turca, ma i contendenti sembrano bloccati su posizioni intransigenti.
    Una novità importante si segnala in Israele, con Benjamin Netanyahu rieletto a capo di un Governo spostato più a destra, con presenze, al suo interno, di partiti rientranti nella galassia dell’estremismo religioso.
    Non meno preoccupante è la crescita della repressione in Iran, dove, proprio in queste prime settimane dell’anno, sono aumentati i processi sommari e le esecuzioni senza possibilità di appello. Sorte toccata anche a un ex Sottosegretario alla Difesa, cittadino iraniano e britannico.
    Complessivamente,  il panorama non è dei migliori.

    E cosa si prospetta di importante nei prossimi mesi?

    Si spera nel decollo di un negoziato serio per la guerra in Ucraina. Al momento Kiev chiede di tornare ai confini antecedenti febbraio 2022. I Russi ammoniscono di tenere conto dei nuovi assetti determinati dal conflitto. La diplomazia è impegnata a trovare una soluzione di compromesso, mentre la politica si biforca nel presenzialismo sempre più spinto di Volodymyr Zelens'ky e Signora e l’enigmatica chiusura, in un ostentato isolamento, di Vladimir Putin.

    Quale ruolo potrà e/o dovrà avere il nostro Paese?

    Il Governo, accreditato di una tendenza filo-russa, si mostra invece in linea con il precedente, continuando a sostenere la resistenza ucraina, nel quadro di una politica comune dell’Occidente.
    Il nostro ruolo in ambito internazionale si caratterizza prevalentemente nel quadro europeo, dove cerchiamo di far avanzare alcuni nostri interessi in materia energetica e industriale. Dobbiamo puntare, ad esempio, a rendere il modello di Next Generation EU un caso non isolato. Senza dimenticare i problemi tutt’altro che risolti, di una immigrazione incontrollata verso le nostre coste. Una ragione in più per provare a recitare un ruolo da co-protagonista, in passato spesso avuto, nell’area mediterranea.

    Il mondo verde, tema principale delle Due Culture 2023, è sempre più in pericolo. Crede che azioni in sua difesa, già in agenda nei programmi delle principali istituzioni internazionali, siano concretamente possibili nei prossimi mesi?

    Sono possibili e soprattutto doverose. Bene fa Biogem a dedicare il meeting le ‘Due Culture’ del 2023 indirettamente anche a questo tema. La situazione generale è tra l’altro peggiorata ulteriormente proprio a causa della guerra in Ucraina, che ha determinato il ritorno, sia pure parziale, al carbone, come conseguenza della crisi energetica in corso, aggravata dalla riduzione e dal blocco delle forniture di gas provenienti dalla Russia di Putin.

    E riguardo alla pandemia, non del tutto sganciata dal grande tema della tutela dell’ambiente, quali contromisure significative sta approntando l’Organizzazione Mondiale della Sanità?

    L’OMS sta evidenziando che la pandemia ha una coda lunga, soprattutto nei luoghi da dove è partita (Cina), e che, quindi, non va minimamente sottovalutata. Un secondo allarme riguarda la previsione di nuove pandemie nel futuro più o meno prossimo. Su tutte, quella generata dalla crescente resistenza batterica agli antibiotici.

    Ritiene che l’OMS debba cambiare assetto? E, in ogni caso, quale giudizio si sente di esprimere sul suo operato in era pandemica?

    Non sono un esperto della materia e quindi non azzardo giudizi netti. Inizialmente l’Organizzazione Mondiale della Sanità è stata tacciata di partigianeria nei confronti della Cina e su questo non sono in grado di pronunciarmi. Direi comunque che l’OMS ha un organigramma insufficiente e grandi difficoltà operative. Il suo ruolo, attualmente, è soprattutto quello di dare direttive e indicazioni agli Stati membri e ad altre organizzazioni internazionali.

    Quali Stati hanno reagito meglio all’aggressione del COVID-19?
    Sul fronte europeo, l’Italia si è mossa con una certa tempestività nell’attuare misure precauzionali e, successivamente, nel portare avanti campagne vaccinali di successo. Altri Paesi hanno inizialmente sottovalutato il problema. Basti ricordare il discorso, poi rettificato, del Premier britannico Boris Johnson, sull’inevitabilità di una immunità di gregge da raggiungere con un certo numero di vittime sul campo.
    Ha reagito bene l’Unione Europea, soprattutto grazie all’intuizione di centralizzare l’acquisto e la distribuzione dei vaccini.

    Per l’Europa sarà più gravido di conseguenze storiche il lungo periodo pandemico o quello bellico, che si avvia ad essere altrettanto duraturo?

    La pandemia ci ha segnato dal punto di vista dei comportamenti. L’Europa si è caratterizzata nella storia recente come il luogo delle libertà individuali e le ripetute chiusure hanno determinato una sorta di shock psicologico, particolarmente significativo per i più giovani.
    La guerra in Ucraina è invece responsabile di uno shock politico e militare, determinato dal fatto che per la prima volta dopo la seconda Guerra Mondiale, l’Europa, non esente in passato da feroci conflitti regionali, è oggi al centro di un conflitto che vede protagonista una superpotenza mondiale. Ne è nato uno scossone all’ordine internazionale, che ha spinto l’Occidente nel suo insieme a reagire. La minaccia all’Ucraina è stata percepita come indirettamente rivolta a noi stessi.

    L’Ucraina entrerà nella NATO e nell’UE?

    Nella NATO mi sembra poco probabile, almeno per ora, come ammesso a mezza bocca dalla stessa Ucraina. Un simile passo sarebbe infatti considerato dalla Russia come una provocazione inaccettabile.
    Per quanto riguarda l’adesione all’Unione Europea, c’è stata indubbiamente un’accelerazione degli eventi. I negoziati di adesione prevedono un percorso che richiede tempi lunghi e l’unanimità dei Ventisette in tutte le fasi, dall’avvio alla conclusione dei negoziati. A Trattato costante, l’Ucraina dovrà ragionevolmente aspettare qualche anno.

    Il primo quarto di millennio, nonostante evidenti arretramenti, può dirsi ancora americano. Sarà così anche per gli altri tre?

    Gli Stati Uniti hanno il potenziale per resistere e prosperare, grazie alla loro inventiva e alla riconosciuta capacità di assorbire il meglio dagli altri Paesi. Direi quindi di si, anche se dovranno  accettare una qualche forma di condominio.

    I problemi maggiori per gli equilibri occidentali arrivano dalla Cina, dalla Russia, dal ‘solito’ Medio Oriente o dall’emergente Africa?

    Per gli Usa il problema numero uno è la Cina, con la quale è in corso una fortissima competizione economica e tecnologica, con preoccupanti momenti di tensione. Si pensi a Taiwan.  Segue quello, attualissimo, della Russia. Poi quello, ‘endemico’, del Medio Oriente, erroneamente circoscritto alle problematiche connesse alla nascita e all’ascesa dello Stato d’Israele, e del Mediterraneo allargato fino al Golfo.
    L’Africa costituisce un serio problema per lo squilibrio tra la sua imponente crescita demografica e il modesto sviluppo economico. Le ricorrenti ondate migratorie che colpiscono l’Europa sono la conseguenza più vistosa di questa situazione.

    E la ‘sonnacchiosa’ India?

    L’India è una sorta di mistero. Ha infatti una popolazione pari a quella della Cina, con prospettive di superamento, ma i grossi problemi che la affliggono la inducono a tenere un profilo basso. Una condizione che potrebbe non durare a lungo.

    Quali doti deve avere un buon diplomatico?

    La principale dote è proprio la diplomazia, intesa come l’attitudine a prestare la giusta attenzione agli argomenti dell’interlocutore. Obiettivo del diplomatico è infatti arrivare a un’intesa per via di compromesso. La capacità di ascolto e, quindi, la comprensione piena degli argomenti e dei livelli di disponibilità alla trattativa della controparte, sono presupposti indispensabili per raggiungere lo scopo. Un diplomatico deve avere una buona cultura generale, un’apertura mentale che lo porti a bandire l’integralismo e il manicheismo.

    Quali Stati possono contare sulle più importanti tradizioni in materia?

    L’Italia, con la Serenissima Repubblica di Venezia, e prima ancora con i Romani, ha ‘inventato’ la diplomazia. Nella mia esperienza ho sempre trovato esemplare, per la sua capillarità, la diplomazia vaticana, capace di ‘leggere’ il mondo, pur non essendo dotata di un numero elevato di diplomatici di professione. Anche quella britannica, erede della lunga stagione imperiale del Regno Unito, mi ha sempre impressionato positivamente. Come, all’opposto, la piccola e giovane, ma determinatissima diplomazia israeliana. Non ho invece una grande opinione di quella americana, pur sorretta da mezzi straordinari.

    Ci può rivelare i nomi di due grandi diplomatici della storia e di un suo personale punto di riferimento professionale?

    Per fermarci al nostro secolo, citerei Paolo Ducci, un diplomatico di grandi visioni e luminosa carriera, tra i protagonisti della stesura dei Trattati di Roma. Un gigante ancora in vita è lo statunitense Henry Kissinger, inizialmente un professore prestato alla diplomazia e alla politica conservatrice, oggi ascoltatissimo anche dai Democratici.
    Quanto alle mie esperienze dirette, ho cominciato la mia carriera con Renato Ruggiero, un diplomatico dalle brillantissime capacità operative e un maestro di grande statura umana e professionale, premiato, a fine carriera, anche con la nomina, da tecnico, a Ministro degli Esteri.

    Ritiene auspicabile che la ‘diplomazia’ diventi materia di insegnamento scolastico?

    Più che la diplomazia auspico che lo diventi lo studio delle relazioni internazionali. Bisogna spiegare agli studenti quanto e come il mondo sia interconnesso. Per suscitare in loro la curiosità per i fatti del mondo.

    Quali margini di autonomia un Ambasciatore ha rispetto al suo Ministro degli Esteri?

    La risposta si deve cercare nella prassi. Ai diplomatici italiani, ad esempio, viene generalmente lasciato un ampio margine di azione, all’interno di parametri ben precisi. A volte la catena di comando è lenta e il diplomatico deve arrangiarsi. La comunicazione tra Governo italiano e ambasciate non sempre è diretta.

    E quale rapporto si ha con il mondo dei servizi segreti?

    Quasi naturale, più o meno intenso in relazione all’importanza strategica della sede diplomatica.

    Preferisce il sistema di reclutamento dei diplomatici statunitense o quello europeo?

    Quello europeo non è esattamente uniforme. Un progetto di riforma in Francia prevede, ad esempio, la nomina politica degli ambasciatori, con le conseguenti proteste dei diplomatici professionali. In Italia abbiamo avuto casi sporadici di ambasciatori non di professione, circoscritti, per lo più, al periodo post-bellico, anche a causa della oggettiva carenza di diplomatici non compromessi con il Regime. Un’eccezione è stata la recente nomina, da parte del Governo Renzi, di Carlo Calenda come Rappresentante Permanente presso l’Unione Europea a Bruxelles. Il suo incarico durò molto poco: a dimostrare quanto la nomina fosse stata frettolosa. Al sistema professionale e al livello di competenza che dovrebbe garantire vanno senza dubbio le mie preferenze.

    L’ambasciata italiana più ambita?
    Quella di Washington, la capitale dell’’Impero’.

    E quella più bella?

    Probabilmente Parigi, anche per la vita spumeggiante che promette.

    Una sua graduatoria delle cucine nelle grandi ambasciate del mondo?

    Bisognerebbe averle provate tutte! In realtà spesso nelle ambasciate si ricorre a una cucina internazionale, fruibile da tutti e perciò standardizzata. La cucina italiana è apprezzatissima ed è una delle carte a nostra disposizione, non sempre viene presentata in tutta la sua tipicità.

    Percentualmente quanti accordi si realizzano a valle di una buona cena?

    La cena, in linguaggio diplomatico si dice pranzo o dineur alla francese, serve a creare un rapporto informale per favorire o corroborare un’intesa. Un accordo non si conclude mai a tavola, necessita di processi più lunghi. Le spese di rappresentanza a favore dei diplomatici in servizio all’estero servono proprio all’attività conviviale.

    Il mestiere della diplomazia è spesso invidiato. Quali inconvenienti presenta?

    Il più significativo è l’essere sempre in viaggio e in trasferimento, anche in Paesi scomodi. I divorzi nel nostro mondo sono percentualmente superiori alla media proprio perché, nella maggioranza dei casi, le famiglie rischiano di sgretolarsi e disunirsi a causa della distanza tra i loro membri. La costante riduzione del bilancio della Farnesina sta causando un vulnus al funzionamento delle sedi, la cui manutenzione è sempre meno efficiente. Stanno quasi scomparendo le spese per le  missioni brevi, si privano i giovani diplomatici di occasioni per formarsi  sul campo.

    Quali opere in tutte le arti hanno meglio descritto la vita in ambasciata?

    Focalizzandoci sulla letteratura e limitandoci alla mia esperienza personale, i romanzi di Roger Peyrefitte, belli ma datati, hanno acceso la mia fantasia. Mi viene infine in mente un romanzo di spionaggio, Il Sarto di Panama di John le Carrè: un graffiante e ironico ritratto della vita in una sede periferica del Regno Unito. Vale come metafora del mondo delle Ambasciate e dell’intreccio, di cui sopra, fra diplomazia e Servizi.

     


    Ettore Zecchino

     

     

     

     
    Aldo Schiavone

    Professore ordinario di Diritto Romano nelle Università di Bari, Firenze, e alla ‘Scuola Normale Superiore', dal dicembre 2016 Aldo Schiavone è docente a contratto presso l'Università di Roma, 'La Sapienza', per la direzione del progetto europeo ERC ‘Advanced Grant Scriptores iuris Romani’. Insignito, nel 2005, della ‘Medaglia d'oro del Presidente della Repubblica’ Carlo Azeglio Ciampi, conferita ai benemeriti della scuola, della cultura, della scienza e dell'arte, dal 2007 è Membro Onorario dell'American Academy of Arts and Sciences.

    Storico del diritto tra i più letti e apprezzati anche all’estero, recentemente Aldo Schiavone ha scritto libri di grande impatto per un pubblico ‘generalista’, come quelli con protagonisti Spartaco e Ponzio Pilato, presto diventati dei piccoli best-seller internazionali.

    Professore, le ‘Due Culture’ del 2023 avranno come tema principale il mondo verde e la salute green del pianeta, con le grandi inquietudini connesse. Quale contributo serio può arrivare dal mondo umanistico?

    La rivoluzione tecnologica in atto ci fa capire che sempre maggiori risorse planetarie dovranno appartenere al ‘comune umano’. Un concetto che possiamo riferire soprattutto al contesto ambientale, per il quale abbiamo ancora bisogno di elaborare un quadro di categorie – etiche, giuridiche, politiche – adeguate. A questo importante compito sono chiamati tutti gli studiosi di scienze umane, a qualunque disciplina essi appartengano.

    Uno storico deve occuparsi anche di futuro?

    Credo sempre di più. Non nel vecchio senso della ‘storia maestra di vita’, ma perché la conoscenza del passato ci consente di individuare degli elementi di prevedibilità nel futuro, grazie alle intrinseche regolarità che si possono rintracciare in ogni processo storico.  Oggi noi siamo  immersi nella più importante rivoluzione tecnologica della nostra storia: e, per esempio, il confronto con la rivoluzione industriale di più di due secoli fa ci consente, pur tra tante differenze, di individuare alcuni elementi che tendono a ripetersi, utili alla comprensione del nostro presente.

    Che cosa significa oggi assumere un atteggiamento green?

    Il progresso tecnologico rende sempre più l’insieme dell’ecosistema non un presupposto immodificabile delle nostre vite, bensì un risultato delle nostre azioni. Assumere un atteggiamento di protezione e di valorizzazione della fascia di natura ‘umanizzata’ che ci circonda è quindi per tutti noi una scelta cui non si può sfuggire.

     

    Il dibattito scientifico in corso non ci consente di accertare al di là di ogni ragionevole dubbio la diretta origine antropica dei grandi cambiamenti climatici sotto gli occhi di tutti. Un umanista può almeno invitare alla prudenza?

    Deve certamente farlo. L’aumento di potenza dell’umano rende le nostre responsabilità sempre maggiori e meglio definite. Se non sapremo orientare al bene comune il nostro potere ci troveremo di fronte a pericoli enormi.

    Quale peso reale ha il mondo umanistico nel ‘governo’ mondiale del verde?

    Credo molto poco, almeno per ora. Le scelte di cui stiamo parlando coinvolgono, in larga misura, una rete di poteri tecno-economici sovra-nazionale, non adeguatamente fronteggiata dalla politica e dalla democrazia, che restano per lo più chiuse in una dimensione solo nazionale.  E questo dislivello di scale è un grande problema irrisolto della globalizzazione.

     

    E la politica, allora?

    Il nostro obiettivo dovrà essere quello di riequilibrare questa ‘governance’ tecno-capitalistica mondiale con quella della politica democratica, da costruire oltre la cornice degli Stati, che non hanno da soli, singolarmente presi  (tranne forse, per alcuni aspetti, gli Stati Uniti) la forza per contrastare  il potere del sistema tecno-capitalistico che sta dettando oggi la forma del mondo.

     

    I diritti del mondo verde come sono tutelati da un punto di vista strettamente giuridico?

    Si tratta di forme di tutela nascenti, per quanto possa saperne. Ancora una volta si palesa  l’inadeguatezza di risposte prevalentemente nazionali (e quindi locali), nonostante la crescente esigenza di un diritto globale che non riguardi solo i mercati, ma anche l’ambiente, il lavoro, la fiscalità, la cittadinanza.
     

    Come mai in Italia i movimenti ambientalisti sono stati esclusivamente di sinistra e sempre estremamente minoritari?

    La connessione generale di questi movimenti con le politiche di sinistra mi sembra un dato riscontrabile un po’ ovunque nel mondo. Quello che invece sorprende è il carattere fortemente minoritario di questi movimenti in Italia, che non accenna peraltro a mutare.
    Tra le cause di questa singolarità, indicherei per un verso l’esistenza di un deficit culturale nella nostra sensibilità collettiva, rispetto a quella di altri Paesi. Basta pensare, per esempio, a fenomeni come l’abusivismo edilizio: una parola che nemmeno esiste in altre lingue.
    In secondo luogo, pesa, io credo, il carattere fondamentalmente antimoderno e antitecnologico di questi movimenti, che confondono la tutela della natura con il rifiuto tout court della tecnica e dell’innovazione e troppo spesso sanno dire solo dei no.

    Può la sensibilità ambientalista spiegare da sola le ragioni dell’appartenenza a un partito?

    Forse sì, in un momento come questo, soprattutto in Occidente. Anche se, in una prospettiva più generale, troverei auspicabile che le tematiche ambientali fossero assorbite in modo adeguato nelle piattaforme programmatiche e nel background culturale dei nuovi partiti della sinistra, a cominciare dall’Italia.

    Venendo ai suoi studi ultimi, tra le cause della ‘decadenza’ italiana inserisce anche i temi ambientali?

    L’incuria per il nostro territorio, tanto bello quanto delicato e fragile, è certamente una delle cause oggettive, forse tra le più sottovalutate, del declino italiano. Un progetto di rinascita del Paese non potrebbe certo prescindere da questo tema.

    In senso lato il cambiamento climatico e le questioni ambientali non hanno inciso sulla fine dell’Impero Romano e della civiltà classica, oggetto frequente dei suoi approfondimenti storico-letterari?

    Direi proprio di no. Dobbiamo essere molto attenti a non proiettare nel passato problematiche che appartengono solo al nostro tempo.  Certo, la geografia ha sempre condizionato e tal volta determinato la forma dei processi storici, ma questo non vuol dire immaginare contiguità inesistenti tra passato e presente.

    Il Cristianesimo può assorbire all’interno del suo sistema culturale e valoriale una generalizzata e accresciuta sensibilità green?

    Un Cristianesimo moderno potrebbe certamente farlo, credo, anche sulla scia di alcune grandi tradizioni del suo passato. L’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco mi sembra un bell’esempio in questa direzione.

    Al concetto generico di religione si è sempre legato un rispetto per la natura?

    Direi di no. Bisogna sempre evitare eccessive generalizzazioni.

    Il mondo dell’economia è in grado di riconvertirsi in tempi utili, favorendo l’emersione di nuove politiche energetiche a impatto limitato sull’ambiente?

    Lo potrebbe essere, ma solo se adeguatamente spronato da una politica all’altezza dei tempi. Torniamo così al discorso precedente, e alla necessità di affrancare lo stesso mondo dell’economia dal dominio incontrastato di una governance tecno-capitalista globale, capace di agire solo sulla spinta della massimizzazione dei profitti.

    Le piante sono intelligenti?

    Preferirei riservare la parola ‘intelligenza’ alla specie umana: non per marcare un primato, ma per segnare una differenza.  Il vivente non umano ha senza dubbio delle forme di adattabilità e plasticità rispetto al mondo esterno, che variano da specie a specie, e che riguardano, credo, anche quello che chiamiamo in modo approssimativo il mondo vegetale.

    Storicamente l’agricoltura ha maggiormente danneggiato o migliorato l’ambiente?

    Fino alla metà circa del secolo scorso, l’impatto delle coltivazioni sull’insieme dell’ecosistema è stato minimo. Le trasformazioni tecnologiche dell’ultimo secolo hanno cambiato molte cose, purtroppo non sempre in meglio. Non dobbiamo tuttavia mai dimenticare che le attuali tecniche agricole consentono la sopravvivenza di circa 8 miliardi di persone nel mondo; e, se adottassimo forme più razionali ed eque di distribuzione, e sprecassimo di meno, si potrebbe fare ancora molto meglio. Mentre soltanto pochi secoli fa l’agricoltura spesso non riusciva a sfamare neppure solo qualche centinaio di milioni di donne e di uomini.  Attenzione, quindi, prima di mettere sempre sotto accusa il progresso tecnologico.

    Dopo Spartaco e Ponzio Pilato quale altro grande ‘paradigma’ umano ha messo nel mirino delle sue  ricerche?

    Sto completando questa piccola serie con la figura di una donna,  Cleopatra. Una specie di trittico che comprende personaggi molto diversi tra loro, ma  che sono appartenuti più o meno alla stessa epoca – quella fra gli anni centrali del primo secolo a.C. e i primi decenni del primo secolo d.C.: un’età cruciale per il destino dell’Occidente e dunque dell’intero pianeta.


    Ettore Zecchino

     

    Ettore De Conciliis

    Divenuto famoso nel 1965, a soli 24 anni, grazie al Murale della Pace, innovativo affresco realizzato per la chiesa di San Francesco, ad Avellino, ha consolidato definitivamente la sua notorietà internazionale nel 1980. Risale infatti a quell’epoca l’esecuzione del Memoriale di Portella della Ginestra, opera di Land Art, inserita nello scenario naturale di Piana degli Albanesi, luogo del famigerato eccidio commesso dal bandito Salvatore Giuliano il primo maggio 1947. Negli ultimi 30 anni si è concentrato prevalentemente sulla pittura di paesaggio, ispirata principalmente dalla valle del Tevere, a nord di Roma. La sua intensa attività è stata presentata con mostre personali in alcuni importanti musei d’arte italiani e stranieri, come il Museo di Palazzo Braschi a Roma, il Museo dell’Accademia di Belle Arti a San Pietroburgo, e il Museo d’arte internazionale Ca’ Pesaro a Venezia.

    Maestro de Conciliis, dalle grandi opere di impegno politico della gioventù all’intimismo dei paesaggi su tela della tarda maturità artistica. Ci racconta il suo percorso?

    Le mie opere di impegno civile sono iniziate in un luogo di culto con il Murale della Pace (Chiesa di San Francesco, Avellino, 1965). Da allora mi sono sempre espresso ispirandomi contemporaneamente alla natura ambientale e a quella umana con i suoi problemi sociali.

    Un’evoluzione simile è toccata al suo collega e amico, coautore di molte opere giovanili, Rocco Falciano. Quanto ha contato per lei questo rapporto e questa collaborazione?

    Sono stati molto importanti. Ho conosciuto Rocco Falciano nello studio del mio maestro Marino Mazzacurati. Con lui ho avuto una collaborazione artistica cessata solo con la fine della sua vita, pochi anni fa. Provo molta gratitudine per lui.

    Si sente parte di una scuola?

    La mia formazione artistica è stata per molti versi una formazione da autodidatta. Ho studiato architettura e non belle arti. Si può dire che mi sono formato nei musei, osservando e poi copiando i capolavori di grandi artisti, a partire da quelli esposti al museo di Capodimonte a Napoli, e qualche anno dopo, quelli della Galleria Doria Pamphilij a Roma. Li, in particolare, ho eseguito studi sul ritratto di Innocenzo X di Diego Velazquez. La mia formazione universitaria di architetto, avviata a Napoli e terminata a Roma, ha in un certo senso completato quella di autodidatta in pittura.

    La mia opera viene accostata dalla critica d’arte al movimento del Realismo. In più mi sono appassionato anche all’intervento nella natura, con le realizzazioni di arte ambientale, cioè di Land Art, di cui sono stato un iniziatore in Italia.

    Cos’è la Land Art?

    La Land art è un movimento artistico (letteralmente l’arte della terra), con opere come quelle dell’impressionismo concepite nell’open air, nato negli Stati Uniti verso la fine degli anni Sessanta del Novecento, consistente in un intervento diretto dell’artista nella natura. L’opera più famosa è la Spiral Jetty, di Robert Smithson, realizzata nel 1970 sul Great Salt Lake, nello Utah. Precedenti antichissimi sono considerati il sito neolitico britannico di Stonehenge, le figure del deserto di Nazca in Perù e anche i dolmen in Puglia, Sardegna e altrove in Europa.
    In Italia è noto il mio Memoriale di Portella della Ginestra, realizzato in Sicilia nel 1980. Dopo questa data è stato realizzato, sempre in Sicilia, il Grande Cretto di Alberto Burri, sulle rovine post-sismiche di Gibellina.

    La pittura, e l’arte figurativa in genere, ha rapporti strettissimi con la scienza sin dai tempi del mitico Apelle, ma è con Giotto prima e con il Rinascimento poi che tale contatto assume le forme tutt’oggi in continua elaborazione. Qual è il suo personale rapporto con la scienza?

    Di grande interesse. La ricerca scientifica ci offre una conoscenza sempre migliore di chi siamo. L’artista svolge una ricerca parallela a quella della scienza, più guidata dall’intuito, ma vicina ad essa, per potersi esprimere artisticamente. Leonardo è l’esemplificazione massima di come arte e scienza vivono insieme.

    Quali sono i suoi autori di riferimento nell’ambito scientifico?

    Nella mia attività artistica ho sempre avuto la necessità di interessarmi a personalità e discipline differenti dalla mia. Negli anni universitari napoletani, ad esempio, incontravo spesso il già leggendario matematico Renato Caccioppoli, il quale, per uno strano gioco delle somiglianze, mi sembrava un artista. Più tardi, a Roma e poi a New York, frequentai Edward Spiegle, l’astrofisico che formulò la teoria del caos e della turbolenza.

    Ian McEwan ha visto nell’invito alla meraviglia un punto di contatto tra scienza e letteratura (il discorso può tranquillamente estendersi a tutte le arti). Condivide?

    Assolutamente si. La meraviglia è nella scoperta, che non cade facilmente dal cielo, ma è frutto di sensibilità, studio e ricerca. La creatività ha a che fare col sentimento della meraviglia, la quale raggiunge il fruitore della letteratura e anche dell’arte in generale, cosi come raggiunge chi le crea.

    Il suo esordio fulminante ha avuto come scenario la natia Avellino. Attualmente onora Biogem di frequenti visite ed esposizioni. La patria elettiva è però Fiano Romano. Come mai?

    La mia prima opera fu una Crocifissione per il complesso monastico delle Oblate ad Avellino, rifiutata perché ritenuta non idonea e poi distrutta. Ad essa seguì il Murale della pace, che suscitò un grande interesse in Italia e all’estero, a causa della sua innovazione nell’arte sacra dovuta ai contenuti e al modo in cui furono trattati. Dopo quell’opera oggi torno raramente ad Avellino, dove ho affetti ed amicizie. Ma, nelle vicinanze, in Irpinia, ho eseguito a Paternopoli il Memoriale ad Aldo Moro e la sua scorta. Sempre in Irpinia, quest’anno, mi è stata data generosamente l’occasione di esporre le mie opere di paesaggio nella sede Biogem di Ariano. Il mio posto di lavoro è principalmente lo studio di Fiano Romano, dove già dall’inizio degli anni settanta avevo organizzato il Centro di Arte Popolare, vicino alle valli del Tevere, luoghi che hanno ispirato la maggioranza della mia opera pittorica di paesaggio.

    Come nacque il Murale della Pace?
    Ero molto interessato al nuovo cammino della Chiesa dopo l’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII del 1965, già avviato dal Concilio Vaticano II e ai cambiamenti della società. Incontrai il parroco don Ferdinando Renzulli, che mi diede l’occasione di esprimere liberamente quello che sentivo. Di qui l’esordio ad Avellino, con un’opera per l’epoca molto audace per la sua novità iconografica rispetto all’arte sacra tradizionale. Fu infatti molto avversata, ma altrettanto apprezzata. In ogni caso, anche grazie al dibattito critico che suscitò, fu presto conosciuta in tutto il mondo, in Europa, negli Usa, e nell’America Latina.

    La nostalgia in pittura ha lo stesso peso che in letteratura?

    In pittura la nostalgia, sentimento profondamente umano, può servire come anche in letteratura. Personalmente ho un carattere orientato più al presente e al futuro che al passato; e forse, per questo, sono meno legato a momenti nostalgici nel mio lavoro.

    Michelangelo considerava la scultura una forma di arte più pura della pittura. E lei?

    Non ho approfondito abbastanza questo problema. Vedo le due forme di arte molto vicine. Mi sembra anche che nella stessa opera di Michelangelo, la pittura è scultorea, come nel Giudizio Universale, e viceversa, la scultura è pittorica come nella Pietà Rondanini e nei Prigioni.

    In percentuale, quanto talento e quanta conoscenza è richiesta ad un grande pittore?

    Sono due elementi più vicini tra loro di quanto si è disposti a credere. Un talento non educato solo di rado riesce ad esprimersi artisticamente, come accade nell’arte dei naif. L’arte richiede un’educazione, studi nei musei, nelle accademie e nella vita. Ma, al momento della creazione, l’artista deve cercare di esprimersi in piena libertà.

    Quale atto creativo è il più ‘immediato’ nel mondo delle arti?

    Forse, ma il terreno è scivoloso, quello della creazione musicale. Ma essa può avere anche una gestazione lunga come quella della creazione di un’opera di arte figurativa. L’mmediatezza può essere un’improvvisazione musicale o un semplice veloce sketch. Alla fine però, quello che conta, è il risultato.

    Quanto conta la fantasia in un quadro di realismo pittorico?

    Tantissimo. L’arte del cosidetto realismo in pittura consiste soprattutto nella libertà di saperne considerare i contenuti con l’appropriata fantasia.

    La pittura sta morendo?

    Credo che non morirà mai. Non c’è bambino che nonostante l’invadenza continua di un uso sbagliato di smart-phone, computer, cattivi insegnamenti, non disegni o dipinga spontaneamente. Bisognerebbe saper offrire giusti stimoli e rispetto della sua visione.

    Chi sono i più grandi pittori viventi?

    L’epoca dei giganti, come Pablo Picasso per il Novecento, è alle spalle. L’arte di oggi è caratterizzata da una contemporaneità di molteplici modi espressivi mai vissuta prima. Non so quali sono i più grandi pittori viventi. Ho i miei preferiti, quelli con i quali sono più in sintonia.Tra essi ne cito almeno due: in Italia, Piero Guccione e, in America, Eric Fischl.

    Qualche consiglio per i suoi colleghi debuttanti?

    Cercare di trovare in se stessi quello che sembra più vero e giusto, studiare la natura, votarsi alla ricerca della sua bellezza, che nonostante tutto, esiste.

     

    Ettore Zecchino

    Danilo Breschi

    Professore associato di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), dove insegna Teorie dei conflitti, Fondamenti di politologia ed Elementi di politica internazionale, Danilo Breschi è, tra l’altro, direttore scientifico del semestrale “Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee”. Di recente ha curato e introdotto una nuova edizione della Leggenda del Grande Inquisitore di Fëdor Dostoevskij (2020). Nel 2021 ha pubblicato Ciò che è vivo e ciò che è morto del Dio cristiano, scritto in collaborazione con Flavio Felice, e nel 2022 il saggio Da rivoluzionario a conservatore. Giuseppe Prezzolini nell’America di Truman, nonché curato e introdotto gli scritti giornalistici di Ugo Spirito, raccolti in un’antologia critica dal titolo L’avvenire della globalizzazione.

    Professore, dalla sua partecipazione, lo scorso ottobre, alle ‘Due Culture’ di Biogem, il mondo è profondamente cambiato. Come studioso delle ‘teorie dei conflitti’, ci offre il suo punto di vista generale?

    Se guardiamo da un punto di vista davvero globale, il livello di conflittualità del mondo di oggi non è poi così diverso da quello di dieci, venti o trenta anni fa. Pensiamo solo, andando a ritroso, alla Siria, ad Iraq e Afghanistan, infine alle guerre jugoslave, che hanno marchiato a fuoco l’intero ultimo decennio del secolo scorso. Se però guardiamo da un punto di vista europeo, e segnatamente europeo-occidentale, allora il mondo è diventato enormemente più conflittuale. Dal 24 febbraio 2022 la guerra è arrivata alle porte di casa nostra, ricacciando i Paesi dell’Europa occidentale nella storia intesa in senso pienamente hegeliano, quindi catapultati anche in una sorta di immenso mattatoio. Con la lunga parentesi inaugurata nel 1945 e garantita dalla protezione americana, noi europei ci eravamo illusi di poter fare finanche a meno, in un certo senso, della politica. Pareva non verificarsi più alcun conflitto che fosse tale da non poter essere governato con gli strumenti pacifici del diritto, con i regolamenti e le procedure, più o meno corredate di sanzioni. Si trattava di un’illusoria uscita dalla storia, al riparo dai drammi imperversanti nel resto del mondo, dal Medio all’Estremo Oriente fino all’America Latina, passando attraverso la martoriata Africa. Il risveglio non poteva dunque non essere brusco e drammatico. L’Europa è stata ricacciata a forza nel lato oscuro e tragico della storia.

     

    La sua lezione su Dostoevskij è ancora attuale?

    Parliamo non a caso di un classico. Questo grande scrittore russo sarà nostro imprescindibile interlocutore fino a quando ci interrogheremo sui noi stessi, sulla vita e sulla morte, come sul rapporto tra libertà e verità. Insomma, fino a quando esisteremo come esseri umani. Volendola circoscrivere alla politica, la sua opera dovrà essere letta almeno fino a quando l’uomo sarà posto dinanzi ad un bivio capitale, quello tra sicurezza e libertà. Concessa, la prima, dal Grande Inquisitore, con le tre tentazioni dell’autorità, del mistero e del miracolo, l’uomo occidentale potrebbe rivelarsi all’altezza della libertà, per il carico inevitabile di rischi e responsabilità a questa connessi. La stessa crisi innescata dalla pandemia ha rivelato la persistenza di questo dilemma tra sicurezza collettiva, sotto forma di tutela della salute, con contorni di misteri e attesa di miracoli tutti terreni, da una parte, e libertà individuale, intesa come diritto fondamentale alla riunione, associazione e circolazione, dall’altra.

    Eppure, abbiamo temuto la messa al bando di Dostoevskij?

    Il caso ha fatto notizia, anche se, per fortuna, è subito rientrato. Dostoevskij, come tutti i grandi scrittori russi e come tutta la grande letteratura, semina dubbi, che, come tali, sono invisi ad ogni autocrazia. Proprio la loro ininterrotta circolazione apre qualsiasi spazio chiuso e mette tutto o quasi in discussione. Semmai restituisce saldezza a ciò che la moda del momento dichiara precario e fragile. L’opera letteraria di Dostoevskij tocca vette talmente elevate e dimensioni così ampie dell’umana esistenza da sovrastare ed esondare rispetto alle sue stesse convinzioni politiche su ortodossia, autocrazia e nazionalità russa.  

    Il tema centrale di uno dei suoi ultimi libri è la salute di Dio in Occidente, o meglio, del Dio cristiano. La ritiene una questione centrale anche per interpretare correttamente i conflitti militari, politici ed economici in corso?

    Il titolo è volutamente provocatorio e in parte ricalcato su quello crociano riferito a Hegel. In ogni caso, la storia di un popolo ne determina l’identità e il cristianesimo è stato decisivo nella storia dell’Europa, tanto occidentale quanto orientale. Lo è tuttora, pur se ridimensionato. Oggi, più che mai, andrebbe alimentata una logica di incontro tra i due cristianesimi. Per ora sembra prevalere una chiusura della Chiesa ortodossa, e, per altro verso, la Chiesa di Roma sembra non essere dotata di un’influenza politica paragonabile a quella mostrata negli anni ’80, anche grazie al carisma di Giovanni Paolo II. Oggi risuona flebile, a dispetto dell’impegno e degli accorati appelli conciliativi di papa Francesco. Potrebbe trattarsi di un’ulteriore segnale di indebolimento e della sostanziale marginalità verso cui è oramai scivolato il cristianesimo in Europa. Non incide più nella sua storia, nemmeno nel bene. La secolarizzazione parrebbe dunque completata.

     

    Dio va scritto sempre in maiuscolo?

    Direi di si. La trascendenza, anche laicamente, è opportuno portarla con sé, almeno come educazione al senso del limite. C’è qualcosa che mi eccede, precede e succede. Pensando a Biogem, mi viene ad esempio da dire che la scienza come pura applicazione o come pura tecnica, senza un richiamo a qualche forma di trascendenza, rischia di sollecitare l’uomo all’assenza di limiti, all’eccitazione da sconfinamento perpetuo. A quella che gli antichi Greci chiamavano hybris, la tracotanza, la dismisura, appunto.

     

    Quale nuovo ordine mondiale le sembra plausibile oggi?

    Credo si sia già da tempo affermato un duopolio economico e commerciale Usa-Cina. Il primato tecnologico-militare statunitense è ancora evidente e i cinesi per ora si guardano bene dal lanciare una sfida che possa sfociare in uno scontro armato. Fino ad ora è sembrato che la leadership cinese avesse imparato la lezione impartita dall’esperienza del comunismo sovietico. Dopo Tienanmen la prudenza è stata virtù coerentemente perseguita e praticata. Adesso, però, il nazionalismo crescente di Xi Jinping introduce un’incognita. La vicenda ucraina, d’altra parte, ci conferma che non sembra esserci spazio per manomissioni dell’ordine internazionale non avallate dalle due superpotenze. La Russia ha colpevolmente ignorato l’esistenza del duopolio. Ha tentato di alterare a proprio vantaggio gli equilibri ad ovest, ai suoi confini europei, nel mentre erano venuti meno quelli nel sud-est, con il ritiro americano dall’Afghanistan e l’immediata avanzata delle pretese cinesi. Putin ha peccato gravemente provando a indurre Xi alla rottura di un duopolio sino-americano che alla Cina invece conviene assolutamente mantenere e semmai consolidare.

    Dobbiamo quindi aspettarci un nuovo bipolarismo tra due culture completamente distanti l’una dall’altra?

    Proprio così. Il mondo della guerra fredda era totalmente occidentalizzato. Il marxismo era infatti un figlio legittimo dell’Occidente. La situazione attuale registra, invece, una differenza tra due civiltà davvero distinte e distanti. Se, da un lato, il modello sociale e culturale americano esercita una forte capacità di attrazione, il cosiddetto soft power, e sollecita emulazioni in gran parte del globo, dall’altro lato, il modello socio-culturale cinese non pare altrettanto allettante e catalizzatore di consensi vasti e diffusi. Però la novità e differenza profonda rispetto al blocco comunista dei tempi della guerra fredda è che la civiltà cinese è complessivamente impermeabile alla penetrazione del cosiddetto American way of life. Infatti la Cina è un’ibridazione inedita tra un modello autocratico asiatico – una versione 2.0 del dispotismo orientale di cui parlava ancora Montesquieu a metà Settecento – e un modello produttivo capitalistico occidentale. Lo scenario del prossimo futuro sembrerebbe pertanto quello di una coesistenza di due superpotenze che, a loro volta, rimandano a due civiltà agli antipodi ma egualmente solide, fiere e orgogliose della propria identità. Bisogna quindi educare gli osservatori e analisti contemporanei alla complessità e, citando Max Weber, direi che dobbiamo resistere alla tentazione di essere profeti dalla cattedra. Limitarci, insomma, a fotografare la situazione e intravedere quali siano al momento le sottostanti tendenze in atto. La scienza storica ci dice che gli uomini fanno la storia ma non sanno la storia che fanno. L‘eterogenesi dei fini va sempre messa in conto. Oggi in modo particolare.

     

    E il ruolo dell’Italia?

    Di fronte ad un tale contesto occorre muoversi tenendo conto che nell’attuale sistema delle relazioni internazionali pesa come non mai la potenza, nella sua accezione più ampia ma anche più brutale. In sua assenza o carenza occorre, quindi, dotarsi di prudenza. Questo è il caso dell’Italia, priva o quasi di materie prime e risorse geo-politicamente ed economicamente strategiche. Da italiani dobbiamo ragionare cercando di contribuire a rinsaldare uno spazio politico europeo che sia realmente autonomo rispetto agli interessi geostrategici Usa, pur ragionando e operando nello stesso orizzonte ideale. Ad esempio, l’urgenza di un cessate il fuoco tra Russia e Ucraina è una priorità europea ancor più che statunitense. Tuttavia, l’invito a ragionare ed operare in termini di soggettività unica europea ancor più che all’Italia andrebbe rivolto a Francia e Germania, capaci di influenzare anche altri Paesi dell’Unione. Le responsabilità per l’Italia non mancano, ma non sono le maggiori, tanto meno le più influenti. Potrebbe però agire da pungolo e consigliere ragionevole.

     

    Nel nostro piccolo non ci siamo certo fatti mancare una rivoluzione copernicana, come la vittoria di Giorgia Meloni alle elezioni politiche, prima leader donna e di destra in grado di aspirare concretamente alla Presidenza del Consiglio. Il suo pensiero scientifico in merito?

    Trattasi di un esito per certi versi scontato. L’elettorato italiano, da almeno un quindicennio si reca alle urne alla ricerca della personalità con la p maiuscola in grado di risolvere tutti o quasi i problemi. Una specie di salvatore della patria. Si pensa, tuttavia, troppo al fantino e poco al cavallo e si rischia di ridurre l’appuntamento elettorale ad una fiera delle illusioni. Fuor di metafora, si dimenticano le condizioni storiche di effettivo malfunzionamento della macchina statale che ogni nuovo leader è chiamato a guidare. In questo contesto FdI (Fratelli d’Italia) era l’unica forza all’opposizione e, di conseguenza, la sola capace di suscitare un tal genere di aspettative salvifiche. Aspettative decrescenti, come ha dimostrato l’astensionismo record registrato alle ultime elezioni. Una diminuzione di partecipazione in atto da tempo in Italia, al pari delle altre democrazie occidentali. Dal punto di vista del costume e della mentalità diffusa non possiamo non considerare un passo avanti il consenso tributato ad una donna. Quanto alla sua appartenenza alla destra politica, possiamo sperare che questo traguardo sia in grado di sanare quel clima da guerra civile che dal primo dopoguerra vige in Italia e che ha portato alla lacerazione della comunità nazionale.

     

    La leader di Fratelli d’Italia è per lo meno in cammino verso il mondo conservatore, che per la verità già guida in Europa. Le sembra plausibile l’accompagnamento, in questo percorso, di un certo mondo liberale e-o popolare?

    Nel continente europeo, dopo la seconda guerra mondiale, si è fatta strada l’impropria equazione destra-fascismo. In Italia, soprattutto, è stato difficile far crescere una destra liberale o conservatrice di stampo costituzionale. Probabilmente, sul piano dei valori, la tradizione cattolica può essere uno spazio di conservazione, considerando che nel nostro Paese il mondo liberale sembra fare a gara con il mondo socialista o post-socialista ‘a chi è più progressista’. Non così in Gran Bretagna, dove i Tories mantengono posizioni autenticamente conservatrici, né in Francia, dove il gollismo, pur ridimensionato, ha ancora grande peso, o nella Germania dei Cristiano Democratici. Per non parlare della gran parte dei Paesi dell’Europa orientale.

     

    In Italia, quindi, in quale modo si può essere conservatori?

    Probabilmente ripristinando un equilibrio tra diritti e doveri. Una posizione liberal-conservatrice riconosce il pluralismo, ma non dovrebbe mai cadere in una logica da ‘cancel culture’. Per un autentico conservatore il riconoscimento delle minoranze non deve passare attraverso il disconoscimento  dell’esistenza di una maggioranza ancorata a valori ‘tradizionali’. Occorre un lavoro di riequilibrio naturale della percezione valoriale diffusa.

     

    Quali differenze nota, se le nota, tra il postfascismo italiano e i consimili post-franchismo, post-salarazismo, post-vichysmo?

    Non farei di tutta un’erba un fascio. Sono storie diverse. Spagna e Portogallo, a tacer d’altro, sono usciti molto tempo dopo dal periodo dittatoriale. Sarebbe piuttosto l’ora di liberarsi di una categoria come il fascismo per spiegare qualsiasi fenomeno politico contemporaneo non progressista.


    E, specularmente, riguardo al post-comunismo?

    Comunismo e fascismo sono categorie storiche ben definite. Il fascismo è figlio della prima guerra mondiale, pur avendo alcune caratteristiche sempiterne (l’uomo forte, l’ordine). Con la seconda guerra mondiale è terminato. Quello che prosegue è un fenomeno nostalgico. Il comunismo nasce con Lenin e muore con Gorbaciov. In Italia, da molto tempo non c’è marxismo in senso stretto. Da decenni c’è solo la questione morale, cioè la sostituzione del comunismo con un’ideologia di matrice sessantottina, diventata una posizione liberal, un’ideologia dei diritti estendibili all’infinito. Nel comunismo italiano il lavoro aveva una sua centralità, che oggi si è in gran parte persa e a sinistra è andata da tempo a collocarsi quel tipo di borghesia intellettuale, di funzionari pubblici e di rentier che Gramsci disprezzava oltremodo.

     

    Per Dostoevskij la bellezza salverà il mondo, ma la si può ritrovare anche in un sodalizio profondo tra arte e scienza?

    Nella fase di ricerca dello scienziato non si può mai escludere una componente immaginativa. Il miglior scienziato parte da uno stupore rispetto alla bellezza della natura, di ciò che i sensi per primi suggeriscono, ponendosi così delle domande molto simili a quelle di un artista e di un filosofo, anche se al “perché” preferisce anteporre il “come”. Basti pensare agli abissi ancora inesplorati della fisica quantistica. Ritengo comunque che i maggiori artisti come i maggiori scienziati siano accomunati dalla meraviglia di fronte al mondo. E se è davvero la bellezza a far scoccare la scintilla della ricerca scientifica, occorre che di essa ci si ricordi quando gli esiti di questa ricerca possono consentire usi applicativi deturpanti o persino annichilenti quella stessa natura da cui si è preso le mosse. La bellezza non può non suscitare amore e rispetto, cosicché ribadirei che, messi in moto dalla bellezza, non ci si può esimere dal procedere con prudenza anche quando si tratti di sperimentazione e innovazione tecnologica.

     

    E Dio?

    Gli ultimi sviluppi della scienza non chiudono il discorso sul divino. Semmai lo riaprono. Soprattutto penso alle implicazioni della svolta epocale rappresentata dalle scoperte della fisica quantistica. Mi riferisco, ad esempio, al cosiddetto paradosso del gatto di Schrödinger, alla simultanea compresenza di vita e morte, alla più generale prospettiva di essere da sempre immersi in qualcosa che ci trascende, o meglio ci comprende, ci circonda e avvolge. Noi siamo osservatori costantemente osservati. Si avverte come la presenza di una sorta di struttura originaria, uno sfondo permanente e interminabile da cui i fenomeni emergono, cosicché essere e divenire convivono, coincidono. E quella locuzione avverbiale che ho usato – “da sempre” – mi suggerisce che, ancora più e meglio che il “divino”, è il tema dell’eterno ad essere richiamato fortemente  in causa da certi sviluppi della ricerca scientifica contemporanea.   


      
    Ettore Zecchino

    Luigi Moio

    Da quasi un anno al vertice dell’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino), a tutti gli effetti l’ONU del settore, Luigi Moio, mondragonese di nascita, italo-francese di studi, è docente ordinario di Enologia presso l’Università di Napoli ‘Federico II’. Autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche, accademico dei Georgofili, è anche un divulgatore di talento e, con il suo ‘Il respiro del vino’, ha raggiunto il grande pubblico, in Italia come in Francia.
    Ideatore e realizzatore, come consulente, di alcune tra le più importanti etichette del Meridione, dal 2001 ha un’azienda tutta sua, a Mirabella Eclano, dove dosa attentamente arte e scienza. Un approccio da ‘Due Culture’ per antonomasia. Al meeting di Biogem il professore Moio ha partecipato nell’edizione del 2017.

    Professore, lei è il terzo italiano alla guida dell’OIV, e porterà questa prestigiosa istituzione a tagliare il traguardo dei suoi primi 100 anni. Ce la può far conoscere meglio?
    L’OIV è il frutto di una lunga storia scientifica e diplomatica. Tutto è cominciato nel 1874, quando, nel corso di un convegno di viticoltori, tenutosi a Montpellier, fu creata una commissione di esperti italiani, francesi, svizzeri, austriaci e tedeschi, chiamati ad individuare soluzioni all’epidemia di fillossera, che stava devastando i vigneti di mezzo mondo. Dopo oltre 30 anni, l’aumento incontrollato della produzione e del commercio del vino rese più facile la sua contraffazione (a inizio secolo non c’era nemmeno una definizione precisa della bevanda).  Nel 1908 a Ginevra, in Svizzera, nasce quindi una prima, embrionale versione dell’OIV, caratterizzata come un baluardo contro le false indicazioni di provenienza dei vini. 
    Nel 1924, a Parigi, evolve in un’organizzazione intergovernativa, l’Office International du Vin, costituto da sette Paesi, tra cui l’Italia.
    Nel 1958, allargatasi, nel frattempo, fino a 29 membri, l’OIV diventa l’Office Internazionale de la Vigna et du Vin.
    Nel 2001, infine, con una modifica dello statuto, i Paesi membri approvano il cambio del nome in: ‘Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino’.
    Oggi l’OIV comprende 48 stati membri, rappresentativi di tutti i continenti, e copre l’88% della produzione di vino mondiale e l’86% del consumo.  Si tratta di un organismo a carattere scientifico, che custodisce i principi di integrità del vino, indicando a priori le misure necessarie all’armonizzazione internazionale delle pratiche produttive e del commercio, in un dialogo costante con altre organizzazioni internazionali.

    Quali obiettivi si prefigge per la sua presidenza e cosa ha già cominciato a realizzare?
    Sono profondamente onorato di essere stato candidato dal Governo italiano per la presidenza del centenario. In questo momento, fra l’altro, l’OIV è riuscita a dotarsi di una sede definitiva, un palazzo settecentesco, a Digione, che sicuramente qualifica ancora di più l’organizzazione. In questa bella città della Borgogna ho completato il mio dottorato di ricerca, nel 1993, e qui è nata anche una mia figlia. Coincidenze biografiche che mi motivano fortemente.
    Come presidente, insieme al direttore generale, lo spagnolo Pau Roca, sto lavorando per allargare il numero degli Stati membri, cercando di far rientrare gli Usa, usciti più di 20 anni fa dall’OIV. Un altro aspetto molto importante è quello di intensificare sempre di più le collaborazioni con le altre organizzazioni intergovernative (FAO e OMS su tutte). Le problematiche odierne necessitano, infatti, di un confronto sui grandi temi, e l’OIV, pur disponendo di una rete propria di circa mille scienziati, non può chiudersi in un recinto. Temi come il cambiamento climatico, lo sviluppo sostenibile, l’enologia a basso impatto e la digitalizzazione dell’intera filiera vitivinicola si gioverebbero molto di un approccio multidisciplinare e della collaborazione delle altre organizzazioni intergovernative.
    Venendo agli ambiti più tradizionali, come le problematiche relative all’etichettatura, alle denominazioni, allo sviluppo di nuovi metodi di analisi, all’armonizzazione delle normative allo scopo di favorire il commercio internazionale, è fondamentale continuare ad animare il dibattito ed il confronto tra gli esperti scientifici dei vari Stati membri, allo scopo di accelerare la definizione e l’approvazione delle risoluzioni. È chiaro che da docente universitario mi sta molto a cuore il rafforzamento dell’Organizzazione come riferimento scientifico mondiale della filiera vitivinicola e la difesa della sua indipendenza scientifica. Non secondaria è infine l’attività in corso per organizzare le celebrazioni del centenario. Un primo atto importante è quello di proclamare l’anno 2024 come anno internazionale della vigna e del vino.

    Da figlio d’arte ci confida i meriti particolari che sente di attribuire a suo padre Michele nella formazione enologica di Luigi Moio?
    Innanzitutto, mi ha spinto agli studi enologici, che hanno gradualmente avuto la meglio sulle mie passioni giovanili per la matematica e per la fisica. Grazie a lui, sono arrivato ad Avellino nel 1973, appena adolescente, per entrare nella prestigiosa scuola enologica intitolata a Francesco De Sanctis (e questo spiega il mio legame fortissimo con l’Irpinia). Più ancora, mio padre, come i migliori genitori di un tempo, mi ha educato con l’esempio diretto delle sue straordinarie virtù, come la determinazione, la passione, la perseveranza e l’abnegazione, soprattutto nel lavoro.

    Cos’era davvero il mitico Falerno della Roma imperiale?
    Il vino ha la grande fortuna di essere una bevanda mono-ingrediente. Quando si è scoperta l’uva come frutto perfetto per ottenere in modo spontaneo una fermentazione alcolica, è iniziata l’epopea del vino. Il problema storico principale è stato sempre quello della sua conservazione. Il Falerno deve la sua fortuna alla provenienza da uve quasi appassite, nei terreni caldi e sabbiosi dell’’Ager Falernus’. Era quindi un vino ad alta gradazione alcolica, maggiormente protetto da deviazioni microbiologiche, e, di conseguenza, con una migliore attitudine alla conservazione (un po’ come i vini delle isole greche, Chio e Lesbo). Oggi ci ricorderebbe un porto, un marsala, uno sherry, pur non essendo fortificato. Trimalcione, nel mitico banchetto, poté quindi brindare, tra storia e leggenda, con un Falerno di 100 anni prima.

    Il vino di oggi è lontanissimo da questi primi ‘esemplari’, e, se di qualità, è ormai una bevanda prodotta con criteri rigorosamente scientifici. Ce li illustra?
    La grande differenza è che prima si vinificava senza conoscere i meccanismi biochimici e chimico-fisici della fermentazione alcolica. L’alcol stesso non si conosceva. Si parlava, genericamente, di spirito, in evidente connessione con gli dei. Da Lavoisier in poi si è sviluppata una conoscenza compiutamente scientifica. Lo stesso processo riusciamo, quindi, a governarlo meglio, e le conoscenze acquisite ci consentono di prevenire e di poter seguire con grande precisione l’intero ciclo produttivo.

    A proposito di scienza, per lei galeotta fu la Borgogna?
    Non proprio. Sono un federiciano di ferro. La mia vita è la ‘Federico II’, che, per inciso, nello stesso 2024, festeggerà i suoi 800 anni. Mi sono formato alla prestigiosa Facoltà di Agraria di Portici. In Francia sono andato, in un secondo momento, per specializzarmi. Lì si è consolidato il mio interesse per gli odori e i profumi del vino. Ho quindi conosciuto l’incanto della Côte-d’Or, in Borgogna. Ho identificato le quattro molecole chiave del profumo del pinot noir (1995, su American Journal of Viticulture and Enology, uno dei miei lavori più citati). Ma anche sullo chardonnay ho realizzato tante ricerche. La Borgogna mi ha inoltre fatto capire in pieno il concetto fondamentale di filiera agricola, come presupposto indispensabile per la produzione di vini di grande qualità.

    Produrre il vino, come abbiamo detto, è una questione a tutti gli effetti scientifica. E la dimensione artistica del vignaiolo?
    Anch’essa è molto presente, come, del resto, in tutta la scienza. Un ricercatore è infatti un visionario, un eterno fanciullo, un individuo che vive nel dubbio e che, comunque, è in una condizione creativa permanente.

    Il suo settore ha ovviamente risentito della pandemia in corso. Ci dice, in concreto, cosa è strutturalmente cambiato?
    È cambiata, in generale, la visione del mondo, forse siamo cambiati tutti.  Mi accontento di sperare che si sia un po’ ridotta la deriva verso un certo delirio di onnipotenza umana, che tanti danni ha prodotto e produce soprattutto nei confronti della natura. Personalmente, durante la fase più dura della pandemia, ho avuto più tempo per immergermi in quella natura agricola che è alla base della mia formazione e del mio essere. In un certo senso, un privilegio.

    Anche il vino è spesso vittima di epidemie di varia portata. Ci descrive le pandemie storiche e le strategie utilizzate dall’uomo per superarle?
    L’infestazione maggiore che si ricordi è stata quella della fillossera, di fine Ottocento, determinata dall’invasione di un insetto, che ha distrutto il vigneto europeo.  Si è risolta mediante la tecnica dell’innesto della vite europea (Vitis vinifera) su un portinnesto ottenuto dalla vite americana, precedentemente colpita dall’insetto e diventata ad esso resistente. Ovviamente, una soluzione offerta dalla scienza.

    Il mutamento climatico rischia di cambiare la geografia del vino. In parte lo ha già fatto, proprio in Europa. Quali contromisure è possibile adottare?
    Probabilmente si pianterà la vite ad altitudini maggiori, o a latitudini un tempo impensabili. Bisogna, tuttavia, preservare a tutti i costi gli areali storici, impedendo la delocalizzazione dei vigneti. Gli areali storici devono continuare ad essere i luoghi di produzione in cui si ottengono i vini di massima qualità. È infatti attraverso questi luoghi che il vino ha esercitato il suo fascino verso i consumatori del mondo intero, imponendosi a livello planetario e dimostrando la sua vocazione universale.
    Contromisure possono sicuramente essercene. Si può, ad esempio, lavorare sui portinnesti, o sulla selezione di cloni capaci di un minore accumulo zuccherino ed un mantenimento di una maggiore acidità, quindi, in grado di sfidare temperature più elevate. Insomma, sarà necessario finanziare programmi di ricerca che puntino a tutelare un patrimonio identitario irrinunciabile per il vino.

    Per creare un grande vino bisogna averlo in qualche modo già nella propria testa, cercando poi il terroir adatto per realizzarlo.  Ci parla un po’ del suo sogno realizzato di ‘Quintodecimo’?
    Effettivamente, sono riuscito a realizzare, grazie all’indispensabile collaborazione di mia moglie Laura, ciò che ho sempre studiato e che ho sempre insegnato nelle aule universitarie. Volevo farlo in Irpinia, sia perché sono legato a questa terra meravigliosa, sia per la sua elevata vocazione nella produzione di vini di qualità. Mirabella Eclano, sede della mia azienda e abitazione, dista pochi chilometri da Taurasi, area d’elezione per l’aglianico. Per questo vitigno, ma anche per la falanghina, volevo tenermi sui 400 metri, realizzando una viticoltura collinare, che rispondesse in pieno alle caratteristiche dei terreni della mia tenuta di Quintodecimo. Per i due bianchi, gli areali di Lapio e Tufo raggiungono altitudini maggiori, più adatte, a certe condizioni, al fiano e al greco. In tutti questi casi, il vino è figlio naturale dell’areale in cui è prodotto. Tutto questo, d’altra parte, è l’esito logico della mia intera parabola professionale. E, in fondo, ho semplicemente fatto quello che dovevo fare. Un autentico sogno di libertà.

    Il vino, bevanda contadina per eccellenza, è comunque un prodotto di lusso. Non rischia di essere considerato un po’ ‘snob’?
    Storicamente è stata una bevanda contadina perché per millenni ha periodicamente rappresentato un’alternativa sicura all’acqua, spesso contaminata dal punto di vista microbiologico. Una bevanda, quindi, utilizzata anche per non disidratarsi. Di qui la celebre frase di Louis Pasteur: “Il vino è la più sana ed igienica delle bevande”, garantita dalla sua componente alcolica e dalla sua acidità. Oggi è invece affiorata un’estetica dell’olfatto e dei profumi e il vino è diventato un ambasciatore del territorio che lo esprime, creando un legame culturale con la comunità, che in qualche modo rappresenta.  L’intensità di questo rapporto rende il vino una bevanda unica al mondo.

    Quali competenze scientifiche specifiche occorrono per produrre un buon vino?
    Tutte quelle agronomiche, alla base di un corso di laurea in viticoltura ed enologia. La conoscenza profonda delle scienze agrarie che, ovviamente, presuppone approfondite conoscenze delle materie di base, come la matematica, la fisica, la chimica generale, la chimica organica e la biochimica, solo per citare le principali.

    Dalla scienza all’arte, gli incroci con il vino possono essere innumerevoli. Siamo curiosi di conoscere i suoi accostamenti con letteratura, cinema, arti figurative, musica, filosofia, o altro ancora.
    Una bottiglia di vino per me è un po’ come un libro. Ho una grande passione per le arti figurative. Per questo, ho omaggiato Vincent Van Gogh, il mio pittore preferito, chiamando ‘Giallo d’Arles’ il mio Greco di Tufo, capace di sviluppare, grazie alla ricchezza dei suoi composti coloranti, quell’intensità di giallo, virante al rosso, che è tra i marchi più noti del geniale olandese. In cantina, inoltre, mi circondo di quadri. Suono la chitarra, e la falanghina ‘Via del Campo’ è un omaggio a Fabrizio De André. A proposito, ho sempre pensato che i tempi fossero maturi per un pieno riscatto della falanghina, un vitigno spesso bistrattato, ma, a mio parere, straordinario, anche in Irpinia.
    Nel mio libro, ‘Il respiro del vino’, mi sono divertito a citare film a tema, come il suggestivo ‘French Kiss’, di Lawrence Kasdan, e l’appassionato ‘Il profumo del mosto selvatico’, di Alfonso Arau.

    Il primo miracolo di Gesù citato dai Vangeli, fu quello alle nozze di Cana. Il simbolismo del vino è fortissimo nell’eucaristia. La classicità greco-romana lo collegava a una divinità maggiore dell’Olimpo. Siamo al cospetto di una bevanda spirituale?
    Certamente una bevanda simbolo di vita e di relazione con la divinità. ‘’Io sono la vite e voi i tralci’’, diceva Gesù, confermando che il vino è vita. Non è un caso che l’etimologia dei due termini sia la stessa. E non è un caso che Adamo, nudo, in molte raffigurazioni è coperto con una foglia di vite.

    Il vino, è proprio la Bibbia a decretarlo, ma la scienza a confermarlo, può essere un autentico veleno, pure a dosi non particolarmente elevate. Senza contare i gravissimi effetti collaterali ‘sociali’ di un eccesso anche occasionale. Non crede che i messaggi sulle sue virtù nutraceutiche siano un po’ troppo ottimistici?
    Certamente sì. Questa bevanda dovrebbe concorrere a uno stile di vita sano, di cui noi mediterranei potremmo essere la migliore espressione. Il vino non è certamente un medicinale. Non bisogna infatti dimenticare che agli antiossidanti, di cui è ricco, si accompagna sempre l’alcol.

    Da esperto di aromi del vino, non teme di scivolare, talvolta, nelle insidie sottili della suggestione?
    No, perché la degustazione, se professionale, deve essere pienamente analitica, tecnica.

    Le è mai capitato di sbagliare grossolanamente in una degustazione alla cieca?
    Molto, molto raramente.

    Quella del sommelier è un’attitudine estremamente affascinante, ma anche un po’ modaiola. Si può godere del vino, pur non cogliendo una buona parte dei sentori descritti su un’etichetta?
    Il ruolo del sommelier è stato straordinario, soprattutto in Italia, dove ha concorso in maniera decisiva al grande rilancio dell’intero comparto vinicolo. Il suo approccio al vino, legittimamente, prevede anche una componente emozionale, in grado di suscitare empatia e trasporto nel consumatore. Quanto a quest’ultimo, pur non cedendo mai alla frustrazione, dovrebbe sempre tentare di esercitare la propria memoria olfattiva. Magari, annusando una economica cassettina degli odori, come Kevin Kline riuscì a far fare, con notevoli risultati, a Meg Ryan, nel già citato ‘French Kiss’.

     

    Ettore Zecchino








     

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