I protagonisti delle due culture

    Maurizio De Giovanni

    Nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora, ha pubblicato quattro serie di genere giallo e noir di grande successo popolare (‘Il Commissario Ricciardi’, ‘I bastardi di Pizzofalcone’, ‘Sara Morozzi’ e ‘Mina Settembre’), con seguitissime riduzioni televisive, ma anche numerose opere di narrativa, oltre ad alcuni adattamenti teatrali. Nel settembre 2021 l'’Università degli Studi di Napoli Federico II’ gli ha conferito la Laurea honoris causa in Filologia moderna. Nello stesso mese è stato premiato con il Nastro d'Argento speciale per la scrittura. Con il film di Alessandro Gassmann ‘Il silenzio grande’, tratto da un suo scritto, ha vinto il Premio Furio Scarpelli per la miglior sceneggiatura al Bif&st Bari International Film Festival 2022.

     

    Maestro, la sua Napoli sta vivendo un momento d’oro in molti campi. Si tratta di un ‘giallo’ o ha una spiegazione razionale del fenomeno?

    Credo che la risonanza culturale di Napoli sia un fatto ciclico, ma eterno. Oggi si viene a Napoli per vedere la città e non come semplice scalo per Capri, Sorrento, Pompei. Era strano prima, dal momento che Napoli ha 2.500 anni di storia e per lunghi periodi è stata una capitale, oltre ad essere urbanisticamente e paesaggisticamente una città bellissima.

    Quali, invece, i problemi immutati?

    Quelli tipici di tutte le grandi città nel sud del mondo: reddito medio basso; povertà diffusa; degrado, soprattutto nelle periferie; storico disinteresse delle istituzioni. Essendo la città metropolitana più grande del Mezzogiorno, questi problemi, in un’ottica italiana, si percepiscono più acutamente, ma non sono tanto diversi da quelli di Bari, Reggio Calabria o Messina, per fare solo alcuni esempi.

    Condivide il parere diffuso secondo il quale la città sarebbe destinata a guidare il Mediterraneo, insieme a poche altre metropoli dell’area?

    Napoli ha una posizione strategica e può contare su un grande porto. Quando, magari anche a seguito dell’attuale situazione geopolitica, l’area mediterranea diventerà più centrale in Europa, sarà naturale, per la nostra città, assurgere a un ruolo da protagonista.

    E la politica attuale le sembra all’altezza della sfida?

    La classe politica nazionale mi sembra la peggiore degli ultimi 30 anni e provvedimenti antieuropei e antimeridionali, come l’annunciata ‘autonomia differenziata’, mi rendono ancora meno fiducioso.

     

    Culturalmente, cosa distingue la sua città da altri centri italiani ed europei ad essa omogenei?

    Ho difficoltà a trovare realtà omogenee e, quindi, ad avere un termine di paragone, considerando che Napoli, con la sua area metropolitana, è un ribollire di tre milioni di persone in un territorio ad altissima densità abitativa. Anche le numerose e varie stratificazioni culturali prodottesi nel corso di 2.500 anni sono rare a rinvenirsi altrove.

    Napoli e la Campania sono indubbiamente le capitali storiche italiane della filosofia. Non dello stesso livello, pensando al passato, è la tradizione letteraria. L’estro partenopeo è tutto riversato sul teatro e sulla musica?

    Direi proprio di no. Abbiamo avuto tanti grandi romanzieri e poeti, anche dialettali, soprattutto negli ultimi due secoli. Certo, di Dante ne è esistito solo uno!

     

    Secondo un esperto della materia come Renzo Arbore, la canzone napoletana può vantare un repertorio quali-quantitativo superiore a qualsiasi altra espressione musicale popolare ‘urbana’ nel mondo, incluse le varie Chicago, New Orleans, Città del Messico, Buenos Aires, Lisbona, Siviglia. Condivide?

    Senz’altro. Largamente. Generi come il tango e il fado, solo per limitarmi a due esempi di altissima qualità musicale, non hanno potuto giovarsi di una scrittura poetica del livello di quella napoletana.

     

    Da cultore appassionato della materia, ci confida i suoi brani preferiti?

    Difficile, sarebbero troppi. Da scrittore, citerei diversi testi di poeti sublimi quali Vincenzo Russo, Libero Bovio e Salvatore Di Giacomo.

    Cantati da Roberto Murolo o da Sergio Bruni?

    Da entrambi. Si tratta, infatti, di due straordinari interpreti, che possono dirsi ‘complementari’ e che si completano a vicenda.

     

    Enrico Caruso ha diffuso la canzone napoletana nel mondo. Eppure, qualche purista storce il naso. Il suo pensiero in merito?
    Molte canzoni napoletane vanno ‘sussurrate’, ma Caruso, da grande tenore, ha cantato sempre e solo brani adatti alla sua straordinaria voce, diventando un impareggiabile testimonial di Napoli nel mondo intero.

     

    E il presente melodico partenopeo?

    Solo per una questione di gusto personale, senza assolutamente nulla togliere ai bravi professionisti contemporanei, mi fermo alla canzone ‘classica’.

     

    Quale ‘canzonetta’ ‘marottianamente’ risuonava a casa De Giovanni nei giorni precedenti alla sua nascita?

    Vorrei avere l’occasione di poterlo chiedere a mia madre, che purtroppo non c’è più. Forse, qualche motivo dei ‘Platters’, ma sono cresciuto con le canzoni napoletane.

    Venendo alla letteratura, quali sono stati i suoi ‘classici’, non solo partenopei?

    Sono innamorato della letteratura latino-americana, da Jorge Louis Borges a Gabriel Garcia Marquez, ma anche dei grandi europei, come Franz Kafka e Thomas Mann. Quanto agli italiani, sono un ammiratore, tra i tanti altri, di Guareschi, De Crescenzo e Camilleri. Quest’ultimo, in particolare, è stato, a mio parere, il più grande narratore italiano degli ultimi 50 anni.

    Per inciso, quando e come ha scoperto di ‘essere scrittore’?

    Molto tardi. Avevo quasi 50 anni e fui iscritto, per burla, da alcuni amici, ad un concorso letterario. Raccolsi la sfida e non mi sono più fermato.

    ‘Alma mater’ del terzo millennio rimane la letteratura?

    Per me, sì. Le storie sono alla base di tutto, anche del teatro e del cinema.

     

    Uno degli ultimi film di Mario Martone ripercorre la vita di Scarpetta e ha come co-protagonista proprio la canzone napoletana. La vera anima teatrale di Napoli è scarpettiana o eduardiana?

    Entrambe. L’anima di Napoli è estremamente complessa e racchiude anche molto altro, da Viviani a Ruccello a Moscato.

    Quale segno specifico ha invece lasciato il grande Totò?

    La mimica, la maschera, la nostra straordinaria capacità di esprimerci anche senza le parole.

     

    Lei è tra i pochissimi intellettuali a non aver ceduto al 'fuitevenne' eduardiano. Ci spiega le ragioni di questa tenace e benemerita ‘resistenza'?

    Se andassi via da Napoli non scriverei neanche una parola. Le mie storie risentono dell’aria che respiro e degli ‘umori’ che colgo in questa straordinaria città.

    Andando molto indietro negli anni, ‘Carosello Napoletano’, di Ettore Giannini, è stato uno dei pochissimi musical non americani a poter rivaleggiare con i grandi classici di Hollywood. Ci risiamo?

    Carosello Napoletano è un’opera d’arte, che può godere di testi che trasmettono una forte emotività. Non a caso, nella sua versione teatrale, è ancora riproposta con costante successo. Effettivamente, si tratta di un capolavoro.

     

    Finora i suoi gialli sono diventati protagonisti assoluti del piccolo schermo. Come mai il cinema si muove con maggiore circospezione?

    Perché scrivo racconti seriali, più adatti alla riduzione televisiva. Mi fa piacere, comunque, citare ‘Il silenzio grande’, tratto da un mio scritto, diretto da Alessandro Gassman e in grado di riscuotere un buon successo.

    Intende tentare una sortita diretta nel mondo della settima arte, come alcuni suoi illustri predecessori novecenteschi?

    Assolutamente no. La mia vocazione si limita alla scrittura.

    Anche in questa Napoli ‘in buona forma’ si percepisce l’angoscia sociale dell’oggi. Teme un ritorno della guerra in Europa Occidentale?

    Credo sia una paura universale ed è di tutta evidenza che il rischio ci sia. I due focolai bellici sono molto vicini e il proliferare di sovranismi e protezionismi non aiuta.

     

    ‘O sole mio’ sarebbe nata a Odessa, che, nel complesso, è una città architettonicamente italiana, come San Pietroburgo. Del resto, la canzone napoletana è sempre stata molto amata in Russia. Queste ed altre più ‘tragiche’ suggestioni potrebbero ispirarla in qualche modo?

    Credo che la leggenda di Odessa come ispiratrice sia molto da ridimensionare. In ogni caso, mi sento un narratore ‘locale’ e non sono attratto da ‘suggestioni estere’.

     

    Il ruolo dell’Unione Europea le sembra adeguato alla circostanza?

    Penso che ci sia bisogno di un’Europa ‘politica’ e vedo qualche sussulto in questa direzione, ma temo sia legato alla drammaticità dell’attuale contesto internazionale, piuttosto che ad una ferma volontà degli Stati. In ogni caso, mi sembra indispensabile lavorare per la creazione di una Difesa comune e per incrementare le politiche di crescita economica collettiva.

     

    Quanto alla guerra in Medio Oriente, la nostra capacità di incidere appare ancora meno rilevante. Eppure, il baricentro UE, secondo alcuni analisti, potrebbe spostarsi verso l’area mediterranea. Dalla crisi in corso può prendere corpo una sterzata del genere?

    Lo dicevo all’inizio dell’intervista, ma, attualmente, siamo ancora nelle mani degli Usa e recitiamo la parte di testimoni abbastanza silenziosi.

    Più realisticamente, il ruolo del Mezzogiorno può accrescersi in questa prospettiva, nonostante i pericoli da molti collegati alla possibile realizzazione della cosiddetta ‘autonomia differenziata’?

    Se, con l’autonomia differenziata, alziamo, metaforicamente parlando, un muro all’altezza di Roma, non vedo come si possa pensare ad un Paese europeo. Tra l’altro, l’Italia a due velocità sarebbe un’occasione persa anche per il Nord.

    Il centro di Napoli pullula di visitatori. Eppure, la casa natale di Giambattista Vico è malinconicamente diventata una friggitoria. Non si sta forse un poco esagerando con un certo schema di accoglienza turistica?

    Si sta esagerando con il lassismo istituzionale. Altrove si appronterebbe un museo. Non è quindi colpa della friggitoria.

    Accanto al mordi e fuggi turistico sta comunque prendendo piede una riscoperta della più varia tradizione gastronomica napoletana. Ci indica i suoi piatti del cuore?

    La genovese, il ragù, il casatiello, la pastiera. La nostra è una tra le cucine migliori del mondo, proprio perché popolare e interclassista. La pizza, poi, è un passaporto per la felicità.

    Pulcinella, dato più volte per morto, è la maschera simbolo della città anche ai nostri giorni. Come spiega il ‘fenomeno’?

    Tutti i simboli della città sono attuali e sono parte della nostra identità. Pensi al più ‘antico’ San Gennaro.

    Chi vorrebbe come allenatore della squadra di calcio cittadina l’anno prossimo?

    Maurizio Sarri, perché ha creato il Napoli più ‘bello’ degli ultimi anni.

     

    Ettore Zecchino







     

     

     
    Elda Morlicchio


    Rettrice dell’Università di Napoli ‘L’Orientale’ dal 2014 al 2020, già prorettrice dello stesso ateneo dal 2008 al 2014, la professoressa Elda Morlicchio è docente di Lingua e Linguistica Tedesca ed è tra i nomi più autorevoli della germanistica in Italia. Insignita del Cavalierato dell’Ordine al Merito tedesco, membro di autorevoli istituzioni culturali italo-tedesche, in passato (2013-2016) è stata presidente dell’Associazione Italiana di Germanistica. È autrice di una ottantina di saggi e curatrice della sezione dedicata ai germanismi del LEI (Lessico Etimologico Italiano). Tra le sue monografie di maggior successo: ‘La filologia germanica e le lingue moderne’; ‘Antroponimia longobarda a Salerno nel IX secolo’; ‘Introduzione allo studio della lingua tedesca’.

     

    Nata a Pompei, tra rovine ed inscrizioni romane, cresciuta a Torre Annunziata e a Scafati, ma proiettata verso studi di linguistica germanica. Ci spiega questa interessante parabola professionale ed umana?

    In effetti, la vicinanza agli scavi di Pompei e di Oplonti mi stava orientando verso l’archeologia, ma l’attività imprenditoriale di mio padre, proprietario di un’azienda conserviera, ha determinato una sterzata. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ‘70, la Germania era il primo Paese importatore di pomodori pelati e così ebbi l’occasione di conoscere e frequentare diversi partner commerciali tedeschi di mio padre. Di qui la mia curiosità per la loro lingua, acuita da suggestive puntate turistiche familiari proprio in Germania. L’amore, secondo una celebre espressione tedesca, ‘passa attraverso lo stomaco’ e il mio caso lo conferma in senso ‘letterale’, perché mi sono avvicinata al tedesco attraverso un prodotto alimentare.
    Scherzi a parte, dopo il pomodoro è subentrata la decisiva influenza esercitata su di me, ormai universitaria, dal grande maestro Luciano Zagari, un germanista tra i più brillanti della sua generazione. L’amore per il passato è però riemerso presto. I miei studi e i miei insegnamenti sono infatti da sempre incentrati sul tedesco medioevale e sulle popolazioni germaniche antiche.

    Prima rettrice universitaria italiana a succedere ad un’altra donna, sente di essere ‘entrata nella storia’, almeno della statistica?

    Si tratta, in fondo, di un piccolo e casuale dato di fatto. Registro, piuttosto, con soddisfazione una crescita lenta ma costante del numero delle rettrici. Nel 2014 eravamo solo in sei, ma, evidentemente, questo piccolo manipolo ha ‘’aperto una breccia’’. Oggi una donna dirige il più grande ateneo italiano (‘La Sapienza’ di Roma)!

     

    Rettore o rettrice?

    Prima del 2014 vigeva il maschile, ma noi decidemmo di sottolineare, anche attraverso la lingua, la normalità di una nomina del genere. All’epoca, la scelta fece scalpore, ma avemmo il conforto dell’Accademia della Crusca. A distanza di dieci anni, tutte le donne al timone di un’università vengono chiamate rettrici.

    Parità di genere a parte, quali i ricordi più vividi di un’esperienza così intensa?
    Come rettrice de ‘L’Orientale’ ho avuto la fortuna di intercettare tematiche complesse e, spesso, per me nuove, sorte da un dialogo costante con tutte le aree del mondo. I miei orizzonti si sono così notevolmente ‘allargati’.

     

    Cosa si intende per lingue germaniche?

    In italiano, l’aggettivo germanico ha un significato ambiguo, poiché viene riferito tanto alla cultura tedesca quanto alle antiche popolazioni stanziate a nord delle Alpi, che i Romani, pensiamo ad esempio a Tacito, chiamavano appunto Germani. In linguistica l’aggettivo designa una lingua ricostruita, dalla quale derivano tutte le lingue documentate, da quelle ormai estinte, come gotico e longobardo, a quelle tuttora parlate: il tedesco, le lingue nordiche, il nederlandese, e l’inglese, quest’ultimo con una notevole presenza di elementi romanzi entrati in passato tramite il francese.

    Il tedesco è percepito da molti come una lingua particolarmente ‘dura’, o, comunque, poco musicale. Eppure, è la lingua dei grandi Lieder di Schubert e delle sublimi aree wagneriane!

    Lo ricordo sempre anche io. Forse il pregiudizio deriva, almeno in parte, dall’accostamento, tuttora frequente, del tedesco alle vicende belliche, soprattutto del periodo nazista. Bisogna, tuttavia, considerare anche che la frequenza con cui in tedesco ricorrono le vocali è inferiore rispetto all’italiano e questo potrebbe contribuire a dare l’idea di una lingua con troppe consonanti e quindi meno ‘musicale’.

     

    Ci rivela la sua opera letteraria preferita in lingua tedesca?

    Il ‘Faust’ di Goethe, per la sua straordinaria complessità sotto il profilo letterario e filosofico, ma anche perché è la prima che ho affrontato all’università, da giovane studentessa. Aggiungerei alcuni romanzi di Thomas Mann, per le descrizioni di atmosfere e personaggi.

     

    E leggerli in italiano fa lo stesso effetto?
    Grazie alla grande scuola dei traduttori dal tedesco che può vantare il nostro Paese, i testi in traduzione consentono di apprezzare gli originali. Dal punto di vista strettamente lessicale, tuttavia, la versione italiana non consente di cogliere la bellezza della capacità di ‘formare parole’ che è propria della lingua tedesca.

    Dal 700 in poi il tedesco ha ‘dominato’ in ambiti umanistici, come la filosofia, ma ha imperversato anche nelle scienze naturali. Oggi, questo ‘primato’ resiste in qualche ambito?
    Il tedesco è ancora la lingua della filosofia e, in misura minore, degli studi classici e del diritto, ma in tutti gli altri campi la lingua della comunicazione in contesto accademico è inesorabilmente l’inglese.

    Il francese è considerato la lingua dell’eleganza, soprattutto salottiera. In quale contesto il tedesco può risultare attrattivo oggi?

    Direi proprio in quel mondo della musica, di cui parlavamo. Penso, soprattutto, alla grande tradizione lirica.

     

    In percentuale, quanto c’è di comune tra lingue romanze e lingue germaniche?

    Sono lingue indoeuropee e quindi hanno una base comune, ma hanno iniziato molto presto a divergere, per la fonetica, la morfologia e la sintassi. In generale possiamo dire che le lingue germaniche tendono ad essere sintetiche, mentre quelle romanze sono piuttosto analitiche.

     

    Parlare perfettamente un’altra lingua non limita mai il percorso di conoscenza della propria?

    Piuttosto la arricchisce. L’apprendimento di un’altra lingua costringe, infatti, ad un continuo approfondimento della propria. Capita spesso che studenti di lingue straniere prendano coscienza di alcune strutture e caratteristiche della loro lingua madre proprio dal confronto con un’altra lingua.

     

    Oggi è più facile integrare in patria la conoscenza di una lingua precedentemente appresa all’estero. In ambito universitario si rischia di ridimensionare la presenza dei mediatori linguistici in carne ed ossa?
    Quando ho cominciato a studiare il tedesco, agli inizi degli anni ‘70, la figura del docente madrelingua era fondamentale, ma rimane tuttora importante e infatti ‘L’Orientale’ investe molto sui collaboratori ed esperti linguistici. Una lingua è fatta anche di gestualità, di mimica e di mille variazioni dipendenti dal contesto, elementi che non si ritrovano in un supporto informatico o multimediale.

     

    L’Università ‘L’Orientale’ di Napoli deve la sua fama ai pioneristici studi di sinologia. Attualmente, il prestigio in questo campo è intatto?

    Senza dubbio. Ancora oggi frequentano studenti provenienti da altre regioni perché attratti da questa nostra specifica eccellenza.

     

    La globalizzazione e i vari processi della contemporaneità stanno uccidendo, anno dopo anno, moltissimi idiomi regionali. Secondo alcuni, il fenomeno costituisce la maggiore perdita culturale nell’era dell’Intelligenza Artificiale. La pensa allo stesso modo?
    Credo che per ogni lingua che muore scompaia un pezzo significativo del patrimonio culturale dell’umanità. Certamente l’uso dell’inglese, anche laddove non sarebbe necessario, rischia di portare all’impoverimento progressivo delle altre lingue.

     

    Eppure, quello della Torre di Babele nasce come mito ‘negativo’, come atto di punizione divina!

    Effettivamente si tratta di una punizione che condanna i popoli alla reciproca incomprensione. Miti a parte, una lingua unica sarebbe inevitabilmente molto povera. Basti pensare al naufragio dell’esperanto, consegnato quasi subito al mondo delle utopie. Non dimentichiamo che dietro una lingua c’è una comunità di parlanti, con la sua storia e cultura. È interessante ricordare che i britannici temono che il cosiddetto ‘inglese globale’ possa danneggiare la loro lingua madre. Nelle condizioni attuali, utilizzare una lingua universale comporterebbe, a tacer d’altro, la difficoltà di esprimere l’ironia e molte altre sottigliezze della comunicazione.

     

    La struttura di una lingua rispecchia le caratteristiche ‘antropologiche’ del popolo che la utilizza?

    No. Si tratta di un mito privo di fondamento.

    Il palese senso di colpa per l’enormità dell’Olocausto indirizza ancora oggi il percorso di formazione culturale standard del tedesco medio o le ultime generazioni si sentono affrancate da questo fardello?
    Ancora oggi, in Germania, si riflette molto sugli errori commessi negli anni bui e la rimozione del passato, per fortuna, è un fenomeno che non esiste. Le nuove generazioni hanno tuttavia il vantaggio di essere nate in un mondo in cui le colpe risalgono nel tempo oltre i loro nonni. In questo senso, quindi, soffrono meno.

     

    La Germania è ingiustamente ‘snobbata’ da un punto di vista turistico. Ci rivela i suoi itinerari del cuore?

    Il nord del Paese, con i suoi paesaggi ventosi e la città di Amburgo. E poi Berlino, paragonabile oggi, per vivacità e dinamismo, alla Londra degli anni ‘60. Infine, la Valle del Reno e la Baviera, in primo luogo Monaco.

     

    Chiudendo in leggerezza, cosa ci può dire della cucina tedesca?
    Posso dire che, come la nostra, presenta una grande varietà regionale. Certamente le patate rappresentano un cibo base nella loro cucina, ma vengono preparate in tanti modi diversi, come del resto i salumi, che gli italiani impropriamente identificano con un solo tipo, il würstel. Nel nord c’è un’apprezzabile cucina di mare, con pesci diversi, ma non meno gustosi, di quelli del nostro Mediterraneo. Mi sento infine di dire che il pane, in tutte le sue numerosissime versioni, è un’autentica eccellenza.

     

    Ettore Zecchino

    Alessia Fornoni

    Nata e cresciuta ad Ardesio, nella bergamasca Val Seriana, Alessia Fornoni si è formata all’Università di Pavia, da dove, dopo la laurea in medicina e un dottorato in fisiopatologia, ha preso il volo per il National Institute of Health di Bethesda (USA). Ha poi seguito il gruppo di ricerca di Gary Striker a Miami (USA). Nella città della Florida vive da 25 anni e attualmente insegna Medicina, Farmacologia Molecolare e Cellulare e Biochimica presso la Miller School of Medicine della locale università. Ottenuta la cattedra di Nefrologia, è stata anche primario nefrologo dal 2016 al 2023. Attualmente dirige il Peggy and Harold Katz Drug Discovery Center, un centro scientifico che ha generato farmaci testati, proprio in questo momento, in diversi trial clinici.
    Membro dell'American Society of Clinical Investigation (ASCI, 2017), dell'Association of American Physicians (AAP, 2021) e della Florida Academy of Science, Engineering and Medicine (ASEMFL, 2023), Alessia Fornoni è vicedirettore entrante del Journal of the American Society of Nephrology e sarà presidente scientifico del Congresso mondiale di nefrologia 2024, in programma a Buenos Aires il prossimo aprile.

    Vincitrice di numerosi premi di mentorship, tra cui Cavaliere della stella d’Italia nel 2018, grazie al suo lavoro pionieristico sulla segnalazione dell'insulina, sul metabolismo del colesterolo e sui percorsi correlati agli sfingolipidi, ha scoperto nuovi meccanismi patogenetici e approcci terapeutici per i disturbi glomerulari, tradotti con successo in studi clinici in corso.

     

    Professoressa, in Italia si sa forse ancora poco della sua lunga avventura scientifica a Miami. Ce ne può parlare, partendo da un rapido ‘riassunto delle puntate precedenti’?

    La mia esperienza scientifica all’estero è stata la prova che la meritocrazia può esistere. Ho lasciato Ardesio per recarmi a Pavia a studiare medicina con l’intenzione di diventare medico di base in paese (il sogno di mio padre), e mai avrei pensato di diventare un medico e uno scienziato di fama internazionale. Guidata da una forte etica del lavoro e dall’ambizione di ‘scoprire e trasformare’, mi trovo oggi a fare un lavoro che è quasi il mio hobby preferito.

     

    Quali differenze principali individua tra il sistema della ricerca a stelle e strisce e quello italiano?

    Nel mondo accademico italiano, che ho lasciato alle spalle, il mio duro lavoro andava a beneficio di altri. In quanto donna cresciuta in una famiglia di un ceto sociale basso, non avrei avuto nessuna opportunità.  In America ho invece conosciuto la meritocrazia. In Italia, ad esempio, non avrei mai potuto ottenere, a 43 anni, un primariato e una cattedra in un ateneo di valore. Ed è un vero peccato, perché il nostro è un Paese bellissimo e gli italiani sono tutti degli inventori nati.

     

    All’interno del sistema statunitense riscontra una certa omogeneità o i ‘dislivelli’ sono molti?

    I dislivelli in America vengono abbattuti dalla qualità del lavoro ed è la persona che fa il titolo, quasi mai il contrario.

     

    Il primato della ricerca USA nel mondo è più o meno solido di quello politico?

    Il primato politico deriva in parte dagli ingenti investimenti realizzati nella ricerca, ma il denaro non è sufficiente a comprare nuove idee e a sviluppare nuove tecnologie. Una buona educazione e la coltivazione della curiosità intellettuale rimangono alla base del successo scientifico. Non a caso, nel mondo asiatico ed europeo, l’alta competitività della ricerca non è sempre collegata ad un primato politico.

     

     Il virtuoso sistema statunitense mostra comunque delle crepe. Tra queste potrebbe annoverarsi anche la dittatura del ‘politicamente corretto’?
    Quello americano è sicuramente un mondo più ‘finto’, dove ci si mette in gioco e si continua a giocare seguendo regole prefissate e dove rompere tali regole e innovare il sistema diventa quasi un reato. Da questo punto di vista vivere in Italia è un vantaggio.

     

    La grande rimonta della Florida sui tradizionali poli scientifici statunitensi deriva, almeno in parte, da questi aspetti?
    La crescita della Florida come polo scientifico e di business è soprattutto dettata dal sistema favorevole di tassazione. Non a caso, gli stessi italiani residenti in Florida sono raddoppiati negli ultimi tre anni.

     

    A livello puramente didattico, la preparazione universitaria italiana è da promuovere? Come si differenziano i suoi studenti e collaboratori formati in Italia rispetto a quelli che hanno studiato negli USA o in Cina?

    La formazione italiana è eccezionale per le basi teoriche molto forti che sa offrire. Le difficoltà cominciano nel passaggio dalla teoria alla pratica. Negli USA e in Cina, al contrario, si apprende spesso la pratica senza conoscere la teoria, e questo può diventare un problema, soprattutto quando le cose non vanno come ci si aspetta. Io sono molto contenta di aver fatto gli studi universitari in Italia, che, per la loro solidità teorica, sono stati fondamentali per la mia formazione di scienziato.

     

    Mantenendo questo approccio comparativo, ma cambiando settore, cosa può dirci del sistema sanitario statunitense, in Italia da alcuni considerato 'classista’?

    Davvero classista! Anche se paghiamo molte tasse non abbiamo un servizio sanitario uguale per tutti.

     

    E l’idea di un servizio sanitario universale e gratuito?

    Sarebbe ora di implementarlo, permettendo a tutti l’accesso ai nuovi trattamenti.

     

    Le sue riconosciute e pluripremiate capacità di mentorship le consentono un’integrazione piena nel sistema statunitense. Per la ricerca italiana sarebbero, tuttavia, utili ‘come il pane’. Non sente il ‘richiamo della foresta’?

    Lo sento notte e giorno. E spero che l’Italia mi dia la possibilità di aiutare i giovani a sognare. Mi farebbe anche sentire meno in colpa per essere scappata dal Paese più bello e simpatico del mondo!

     

    Può almeno investire su un’estensione del suo ruolo anche nella sua terra d’origine?

    Faccio spesso incontri con i giovani a livello locale, ma mi piacerebbe avere una presenza nazionale.

     

    In questo ambito può inserirsi anche la collaborazione immaginata con Biogem?

    Biogem ha una bella energia ed è un centro di ricerca nato con l’intenzione di innovare. Potrebbe quindi essere un punto di partenza eccezionale, anche perché è scientificamente diretto dal professore Giovambattista Capasso, per il quale nutro una profonda stima.

     

    Ce ne può parlare più nel dettaglio?

    A Biogem ho incontrato scienziati qualificati e competenti. Li vorrei aiutare a connettersi maggiormente con il mondo.

     

     Oggi rifarebbe per intero il suo percorso di ricerca e di vita?

    Penso proprio di sì, anche se l’arte e la letteratura italiane mi mancano molto.

     

    Quali progetti la coinvolgono maggiormente in questo momento?

    Quelli concernenti lo sviluppo di farmaci per la cura della malattia renale cronica.

     

    Cosa dobbiamo aspettarci dal congresso mondiale di nefrologia, quest’anno da lei presieduto?

    Posso dire che è sempre stato un congresso molto ‘clinico’, ma che quest’anno lo abbiamo ‘modificato’ per portare un po’ più di innovazione.

     

    Le sue ricerche utilizzano molto la biologia computazionale. Quale sarà il ruolo dell’Intelligenza Artificiale e quali gli eventuali rischi derivanti?

    Vorrei poter avere una seconda vita per occuparmene. Questa è infatti una vera rivoluzione e rappresenta il futuro della medicina.

     

    Il tema è un classico argomento da ‘due culture’. Un approccio di questo tipo alla ricerca è più forte in Usa o in Italia?

    Gli Usa arrivano sono sempre primi, anche se non sempre capisco il perché.

     

    Conosceva già l’iniziativa a delle ‘Due Culture’ di Biogem?

    No, ma è stato bello discuterne con il professore Zecchino.

     

    Ha nostalgia dell’Italia?

    Molta.

     

    E della sua Val Seriana?

    Un po’ meno…troppo cupa e buia….ma casa è sempre casa e la mia mamma vive ancora lì.

     

    Da medico e da ardesiana, quali emozioni ha provato durante il flagello COVID-19?

    Per tutti noi nel settore sanitario è stata una vera battaglia e, in certi momenti, ho dovuto fare appello a tutta la mia tenacia da montanara e valligiana. Il COVID ci ha almeno insegnato a rallentare e ad apprezzare le cose, come la bella tartaruga della canzone di Bruno Lauzi. Le consiglio di ascoltarla, se non la conosce già.

     

    Ha delle spiegazioni per la particolare forza del virus nella bergamasca?

    Penso che ci sia di mezzo una questione genetica. Questa è stata infatti la stessa zona colpita pesantemente dalla peste.

     

    Remuzzi, Locatelli, Garattini, Fornoni. Per altri versi, non è forse un po' magica l’area bergamasca?

    Davvero una bella coincidenza…o forse no. Veniamo tutti da una formazione diversa, ed è bello vedere come i Bergamaschi nel mondo abbiano contribuito a far avanzare le conoscenze in nefrologia.

     

    Biogem è situata nel profondo meridione interno. Con le enormi differenze del caso, da dove partire per una rimonta nei confronti dei grandi poli della ricerca centro-settentrionali italiani, come è riuscita a fare Miami negli USA?
    Presenza sui social media, attrazione di capitali per favorire collaborazioni, sviluppo di nuove tecnologie e start ups.

     

    Ettore Zecchino

    Giulio Guidorizzi

    Professore associato di Civiltà greca presso l’Università Statale di Milano (1981-2000) e, successivamente, professore straordinario e quindi ordinario di Letteratura Greca e di Teatro e Drammaturgia dell’Antichità presso l’Università degli Studi di Torino (2001-2017). Attualmente, Giulio Guidorizzi è Direttore della rivista scientifica ‘Studi italiani di filologia classica’, insieme ad Alessandro Barchiesi. Autore di circa 40 libri e monografie e di un centinaio di articoli scientifici, è considerato un punto di riferimento internazionale negli studi e nella letteratura della e sulla Grecia antica. Eccelso traduttore di ‘classici’, in anni recenti si è dedicato maggiormente alla narrativa e alla divulgazione.

    Professore, un nome romanissimo, tutt’al più di origine troiana, non è bastato a frenare la sua passione per la Grecia antica? ‘Graecia capta ferum victorem cepit’?

    La cultura antica ha due facce, una greca e una romana. Lo stesso Giulio Cesare parlava e scriveva anche in greco, considerata una prestigiosa seconda lingua. Anche per me è un po' così.

    Cosa rappresenta la cultura greca per noi occidentali del ventunesimo secolo?

    Certamente le nostre antiche radici. La risposta potrebbe sembrare ovvia, perché corrisponde in pieno alla storia della nostra civiltà. Oggi, invece, viene messa in dubbio dalla sciagurata ‘cancel culture’ e da altri orientamenti culturali, genericamente di matrice statunitense, che tentano di annientare questo dato storico, almeno per noi Europei. Vorrebbero un albero senza radici.

    Attualmente come viene insegnata, mediamente, nei licei italiani?

    La lingua greca, come si sa, è insegnata soltanto nei licei classici, con un programma sostanzialmente tradizionale, affinatosi in alcuni decenni. Non sempre il livello degli allievi è elevato, ma la conoscenza della lingua con cui escono è sufficiente per metterli almeno a contatto con testi immortali, come quelli di Platone, Eschilo, Omero. E se li ricordano per tutta la vita.

    La decadenza dell’Europa coincide con lo smarrimento delle nostre radici greche?

    Direi senz’altro di sì. Non so se l’Europa sia in decadenza, ma lo è senza dubbio la civiltà conosciuta negli ultimi secoli.

    Si può dire, come suggestivamente scriveva ‘Le Monde’ oltre 30 anni fa, che, per certi versi, noi europei altro non siamo che dei greci, ma di lontana decadenza?

    Senz’altro siamo greci nell’anima perché i valori fondamentali della nostra democrazia derivano da lì. Credo che la decadenza continuerà fino a quando non avremo recuperato e valorizzato le nostre radici umanistiche, che comprendono anche il Rinascimento.

    Il mondo greco, con le sue tragedie, i suoi poemi e le sue vette storico-filosofiche può fornirci una bussola per meglio orientarci nella conflittualità mondiale odierna?

    Lo credo fermamente. Questo patrimonio lo possediamo solo noi nel mondo, è il nostro tesoro e dovremmo esserne ben orgogliosi. Questi valori non sono forse superiori a quelli di altre antiche civiltà, come, ad esempio, quelle orientali, ma sono solo nostri e metterli in cantina significherebbe impoverire l’intera civiltà umana. Erodoto diceva: “se a ogni popolo si chiedesse qual è la civiltà migliore, ognuno, dopo avere ben riflettuto, risponderebbe: la mia”.

    Democrazia a parte, Russia-Ucraina come Atene-Melo?

    Per Putin forse sì, ma credo che gli Ucraini non siano d’accordo. Comunque, stanno resistendo in nome della loro libertà e questo li collega effettivamente agli abitanti di Melo. Tutti ricordiamo la risposta che un gruppo di soldati ucraini diede alle navi russe che circondavano l’Isola dei Serpenti, nelle prime fasi del conflitto. Nella sua ruvidezza è sovrapponibile a quella data dai soccombenti abitanti della piccola isola di Melo alla superpotenza ateniese.

    La cultura greca classica ha fertilizzato il nostro mondo fino ai nostri giorni. Al contrario, da oltre duemila anni, salvo rare eccezioni, il mondo greco non annovera protagonisti di spessore paragonabile ai loro avi. Ci spiega il motivo?

    Ogni civiltà ha i suoi cicli e quello della Grecia classica si è chiuso con la cristianizzazione. I greci dimenticarono i loro dei e fondarono una nuova civiltà, incentrata sul cristianesimo ortodosso. Questa produsse non poche eccellenze, ma, successivamente, con la sottomissione ai turchi, il mondo greco non ha potuto intercettare il Rinascimento e l’Illuminismo, due momenti chiave nello sviluppo della cultura occidentale.

    E, all’opposto, come spiega l’enormità quali-quantitativa del breve, ma densissimo Rinascimento Ateniese?

    Il cosiddetto miracolo ateniese è consistito nella maturazione contemporanea, nell’arco di pochi anni, di molti semi piantati nei secoli precedenti. Mi riferisco, in particolare, alla cultura filosofica e a quella poetica, ma anche ad una rivoluzionaria coscienza della storia, ben espressa nelle opere di Tucidide. E aggiungerei, forse, su un piano ancora più alto, la forma politica della polis, che è la conquista fondamentale della storia greca, intrisa, insieme, di individualismo e di senso civico.

    Perché la Grecia classica non ha saputo produrre una rivoluzione scientifica? C’entra qualcosa la filosofia e la sua enfasi sulla metafisica?

    La grande stagione della scienza greca fu quella dell’Ellenismo e della cultura alessandrina, con i grandi progressi nella medicina, nell’astronomia, nella meccanica, nella geometria. Parte della meccanica moderna risale, ad esempio, ad Archimede, mentre i medici greci arrivarono ad intuire la circolazione del sangue e a conoscere sempre meglio l’anatomia umana. Per non parlare della geometria euclidea, che ancora studiamo.

    Galileo Galilei riteneva che Aristotele avrebbe probabilmente approvato la sua rivoluzione scientifica. Lo crede anche Lei?

    Certamente. Aristotele si fondava, infatti, sul metodo sperimentale, ma i suoi strumenti non erano quelli di Galileo. I progressi scientifici dello Stagirita meravigliano ancora oggi se si tiene conto del punto di partenza da cui muoveva.

    La storia della filosofia deve tantissimo alla Grecia classica. Si può dire che lo sviluppo del pensiero occidentale sia tutto un’evoluzione dei grandi sistemi platonico e aristotelico?

    Un filosofo moderno diceva che tutta la filosofia occidentale è un commento a margine delle opere di Platone. Esagerazioni a parte, nessun filosofo può fare a meno di partire da Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, dallo stoicismo. D’altra parte, tutti i filosofi sono idealmente eredi e discepoli di Socrate.

    Conosciamo tutti la grandiosità della scultura e dell’architettura greca, un po' meno, la pittura. Apelle a parte, ci illumina?

    La pittura greca per noi è una grande ombra perché è andata in gran parte perduta, a causa della sua deperibilità. Da quanto sappiamo, però, le virtù dei pittori inducevano meraviglia in chiunque si ponesse davanti ai loro dipinti. Conoscevano la prospettiva e facevano un uso sapiente dei colori, esprimendo uno stile raffinatamente realistico.

    Le grandi tragedie e commedie sono nate in Grecia con i vari Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane. La musica, come la matematica, era alla base del pitagorismo. Oggi il teatro è considerato un ‘’magnifico anacronismo’’ (Orson Welles). Ci risiamo?

    Posso dire che quando si mette in scena una tragedia greca, malgrado gli orrori di alcuni registi contemporanei troppo attualizzanti, il pubblico prova emozioni profonde. La tragedia greca, infatti, tocca grandi temi dell’essere, mentre il teatro contemporaneo (dopo Pirandello) mi pare molto più schiacciato su piccoli temi.

    Novità sulla questione omerica?

    Le ultime risalgono alla fine del secolo scorso, quando fu compreso dagli studiosi che la poesia omerica va considerata come una forma di oralità. Quest’ultima ha qualcosa in comune con i meccanismi dell’oralità contemporanea, a noi familiare attraverso la radio e la televisione o i concerti.

    Il primo a intuirlo fu Giovambattista Vico?

    Sì, anche se all’estero sono tutti convinti che sia stata un’intuizione originale dell’idealismo tedesco ottocentesco.

    L’Occidente è nato sotto le mura di Micene e di Troia, nei grandi palazzi cretesi o direttamente nelle città stato greche?

    L’Occidente attuale nelle città stato greche, che hanno, però, dietro di loro, circa un millennio di storia. Achille e Ulisse erano eroi micenei.

    E si è definitivamente ‘salvato’ dopo Platea, Azio o Lepanto?

    Dopo Lepanto, secondo me.

    E cosa dire in merito al cosmo dei greci, oggetto della sua ultima fatica letteraria?

    I greci pensavano che il cosmo non fosse stato creato, ma che fosse un’evoluzione dal caos primordiale. Il nome cosmo, nel suo significato letterale di ordine, dà tuttavia l’idea di un desiderio di comprendere e organizzare la materia, come fecero gli astronomi antichi. Non dimentichiamo che il sistema tolemaico ha retto fino a Galileo. Sfortunatamente, Tolomeo non possedeva il cannocchiale!

    Il loro rapporto con la divinità è lontanissimo dal nostro. Eppure, il Cristianesimo è riuscito a cooptare Platone, e, soprattutto Aristotele. Prova di uno sfondo ‘religioso’ della loro filosofia o del grande fiuto storico dei Padri della Chiesa, santamente ‘opportunisti’?

    Non avrebbero potuto fare diversamente, volendo dare un’impalcatura teologica alla fede cristiana. Quella greca era l’unica filosofia disponibile in grado di indagare diversi campi dell’esperienza umana, inglobati nella nuova religione. Basti pensare allo strettissimo legame tra Sant’Agostino e la filosofia neoplatonica, soprattutto con riferimento all’elaborazione del concetto di anima. San Tommaso, invece, prese molto da Aristotele.

    Il ruolo della donna è stato sempre mortificato nel mondo greco, anche un po' oltre il costume generale dei tempi, e, nonostante archetipi straordinari, come la ‘sua’ Penelope o illustri intelligenze storiche, come quella della poetessa Saffo, ‘l’altra parte del cielo’ è stata relegata in casa. Come la mettiamo?

    Questo è vero, ma con non poche eccezioni. Le donne spartane, ad esempio, godevano di molta libertà, anche sessuale, e venivano sollevate dell’educazione dei figli, assegnata allo Stato. Ad Atene, personaggi letterari come Medea, Clitemnestra o Antigone dimostrano che la donna, marginale politicamente, era comunque indagata dai poeti nelle sue emozioni più profonde. Vi furono, tra l’altro, donne che ebbero una grande importanza politica, come Olimpiade, che consegnò il regno al figlio Alessandro, facendo uccidere suo marito Filippo. O perfino Cleopatra, che, non dimentichiamolo, era di famiglia macedone. C’erano anche donne che partecipavano ai giochi olimpici con gare a loro riservate.

    Si direbbe invece ‘moderno’ l’erotismo greco, sempre tollerante verso le attrazioni di natura omosessuale. L’eros efebico, così diffuso nella cultura ellenica si può tuttavia ridurre solo a questo?

    Spesso i rapporti omosessuali fra un adulto e un ragazzo erano da collegare a percorsi iniziatici in cui, prima di diventare uomo adulto, un ragazzo veniva introdotto ai segreti della virilità. L’omosessualità adulta, invece, pur tollerata, era generalmente stigmatizzata.

    I suoi archetipi greci per eccellenza, oltre Ulisse, Agamennone e il ‘barbaro’ Ettore?

    Platone, per la sua permanente sfida verso la conoscenza di realtà superiori, Leonida, per il coraggio mostrato nel difendere la propria libertà e Pericle, per la capacità straordinaria di unire cultura e politica.

    La lingua greca moderna in cosa si differenzia da quella classica?

    Si tratta, in pratica, della stessa lingua, di origine popolare, evolutasi nei secoli. Un rapporto molto più stretto di quello dell’italiano con il progenitore latino.

    Si intravede un Rinascimento ellenico nell’attuale Atene?

    Temo di no.

    E qual è l’Atene dei nostri giorni?

    Siamo molto lontani da una qualsiasi Atene, purtroppo. Tempo fa avrei detto New York, ma ora temo che non lascerà nella storia umana una traccia così rivoluzionaria. Ora, è assediata dai “woke”, che non lasciano sperare molto di buono.

     

    Ettore Zecchino

    Luisella Battaglia

    Già professore ordinario di Filosofia Morale e Bioetica, insegna nelle Università degli Studi di Genova e Suor Orsola Benincasa di Napoli. Nel capoluogo ligure ha fondato l'Istituto Italiano di Bioetica, di cui è direttore scientifico. È membro, dal 1999, del Comitato Nazionale per la Bioetica. Tra le sue pubblicazioni: Etica e diritti degli animali, (Ed. Laterza, 1997); Alle origini dell'etica ambientale. Uomo, natura, animali in Voltaire, Michelet, Thoreau, Gandhi (Dedalo, 2002); Bioetica senza dogmi, (Ed. Rubbettino, 2009 - Premio Le Due Culture 2010); Un'etica per il mondo vivente. Questioni di bioetica medica, ambientale, animale, (Ed. Carocci 2011); Uomo, Natura, Animali. Per una bioetica della complessità, Ed. Altravista 2016; Bioetica, Editrice Bibliografica 2022; con Franco Manti, Bioetica e biopolitica nell’orizzonte della complessità, University Press di Genova 2023.

     

    Professoressa, il 2023 è stato un ‘mondo verde’?

    Il bilancio non mi sembra particolarmente lusinghiero. Direi che, come genere umano, pur avvertendo una crescente preoccupazione per le tante e tanto evidenti criticità ambientali, sfociante anche in forme di autentica eco-ansia, non siamo stati capaci di sentirci, come siamo, una ‘comunità di destino’ e di seguire un’etica della responsabilità, adottando politiche conseguenti.

     

    Quali approcci, non solo normativi, attualmente in essere, individua e promuove, su scala mondiale, come funzionali all’avvio di un percorso risolutivo del problema?

    Per quanto riguarda l’Italia, sono soddisfatta per l’approvazione dell’art. 9 della Costituzione, che recepisce, al più alto livello normativo, l’esigenza di una non più rinviabile salvaguardia dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi. Un indirizzo, purtroppo, recentemente contraddetto da alcune scelte territoriali in materia di parchi naturali e aree verdi.

    Sul piano mondiale, la prospettiva più volte auspicata da eminenti giuristi di un Tribunale Internazionale dell’Ambiente, mi sembra acclarare la raggiunta consapevolezza della necessità di una non rinviabile planetarizzazione del problema. Basti pensare a una questione come quella, ormai antica, del disboscamento in Amazzonia, non certo riducibile, per la sua ‘enormità’, a responsabilità e competenze del solo Brasile o dei pochi Paesi confinanti. Renzo Piano invoca, molto suggestivamente, la necessità di un ‘’grande rammendo’’, facendo appello alla capacità umana di ‘ricucire’ il territorio con interventi a bassa invasività. Apprezzo molto questa concettualizzazione, intrisa di pazienza e umiltà.

     

    E cosa le suggerisce la più recente speculazione bioetica?

    Registro una crescente assunzione di responsabilità verso il mondo vivente, grazie anche al recupero di una visione originaria della disciplina, risalente al filosofo tedesco Fritz Jahr, che coniò il termine bioetica nel 1927 per indicare quel particolare aspetto dell’etica che concerne i rapporti che dovrebbero instaurarsi tra l’uomo, gli animali e le piante, ossia con l’intero mondo dei viventi. Si tratta, quindi, di superare l’idea, ormai scientificamente insostenibile, di un grande salto tra mondo umano e mondo non umano e di adeguare coerentemente il nostro comportamento nella vita quotidiana ai dati che le scienze ci offrono. Come dire, ‘Le 2ue Culture’ compresenti sin dalle origini. Un approccio dimenticato o attenuato negli anni successivi. Dobbiamo, quindi, semplicemente, superare l’oblio delle origini.

     

    L’aspirazione a un mondo verde tendenzialmente unisce tutti, eppure, in politica, proclami formali a parte, si stenta a porre in cima all’agenda dei partiti un tema del genere. Come spiega questa contraddizione?

    Il quadro è piuttosto composito. In Germania, ad esempio, a partire dagli anni Settanta, il partito dei Gruenen (verdi) è diventato una forza politica importante, grazie a un atteggiamento pragmatico, non paragonabile a certi fondamentalismi e purismi dei verdi di casa nostra. I Gruenen, in questo modo, sono riusciti ad imporre la tematica ambientale, come ineludibile. Nel nostro Paese, invece, si continua a considerare tale tematica come marginale anziché, come dovrebbe, trasversale ai diversi schieramenti e legata a fenomeni complessi, dall’economia al diritto. Complessivamente, su scala mondiale, la situazione non appare rassicurante.

     

    Come giudica, al contrario, la notevole sensibilità mostrata sul tema dall’attuale Papa, e, più in generale, da molti intellettuali cattolici?

    La considero una straordinaria presa di coscienza, anche se un po' tardiva. Un’eco-teologia francescana, non casualmente abbracciata da un Papa che ha scelto il nome del grande santo di Assisi. Una visione autenticamente teocentrica, in cui l’uomo è un amministratore, un custode del creato divino. Una vera rivoluzione, considerando che nella visione antropocentrica, storicamente dominante anche in ambito cristiano, l’uomo assume il ruolo del padrone. Papa Francesco, con la sua ‘Laudato sì’, ha quindi avuto il grande merito di ritrovare la strada di un’etica della cura del creato.

     

    Relativamente a questo settore, ci fa il punto sul dibattito e le iniziative in corso in seno alle altre grandi religioni mondiali?

    Per le grandi religioni monoteiste dovrebbe valere la stessa visione teocentrica di cui abbiamo già parlato, rinvenibile, comunque, sia nella Bibbia sia nel Corano. L’Induismo, con il suo concetto di comunità e fraternità tra i viventi, ci spinge, forse, ancora oltre. Non molto diversamente, nel Buddismo (che sia o meno considerabile una religione), l’etica della compassione avvolge l’intero ciclo della vita. Aspetti, quelli della fraternità e della compassione, per nulla estranei alla tradizione culturale occidentale, anche laica, come insegna l’Illuminismo e come conferma il celebre invito rivoluzionario alla libertà, alla fraternità e all’uguaglianza. Dovremmo, a mio avviso, parlare di fraternità terrestre, da sentire sul piano etologico, nel riconoscimento di una comune appartenenza al mondo animale, almeno in quanto esseri vulnerabili. Una fraternità acclarata scientificamente, pur nelle diversità, e che, d’altra parte, risente sempre meno dei presunti divari in ambito cognitivo, come la neurobiologia animale e vegetale inizia a mostrarci.

     

    E che fine hanno fatto le tante fedi ‘ambientaliste’ post-sessantottine?

    Non ho avuto mai particolari simpatie per questi movimenti simil new age, con il loro portato confusamente misticheggiante. Ammetto, tuttavia, che hanno comunque contribuito alla diffusione di una certa coscienza ecologica nelle grandi masse. Un discorso estensibile, al giorno d’oggi, a movimenti quali Fridays for Future e a figure come la giovane svedese Greta Thunberg. Un contributo ben più importante è stato dato, in ambito bioetico, dal pensiero della complessità, capace di teorizzare e mostrare le interazioni e correlazioni tra i viventi, nel quadro di un’ecologia delle azioni.

     

    Attualmente le politiche ambientalistiche sembrano allargare il solco tra l’Occidente, sviluppatosi anche grazie ad approcci del passato piuttosto indifferenti o aggressivi, e il Sud e l’Est del mondo, affamati di crescita e, quindi, insofferenti alle autolimitazioni giudicate necessarie per il benessere globale. Come se ne esce?

    Ho partecipato nel 1992 all’’Earth Summit’ di Rio de Janeiro e posso testimoniare che già allora il problema era molto avvertito. Negli anni si è sviluppata, opportunamente, la consapevolezza della possibilità di modelli di sviluppo diversi da quello occidentale, fondati sul concetto di qualità piuttosto che su quello, ancora oggi dominante, della quantità. Pensi, per fare solo un esempio molto noto in Occidente, all’approccio delle capacità di Amartya Sen, fondato sulla distribuzione dei beni e sull’effettiva tutela di aspetti centrali dei diritti umani, quali la salute, la nutrizione, la longevità e l’istruzione. Diverse risposte e diversi approcci, legati anche al recupero delle tradizioni.

     

    Professoressa, nei suoi scritti in materia, la sua attenzione, pur nell’ambito di una bioetica della complessità, ha privilegiato il mondo animale. Dobbiamo aspettarci un suo volume sull’etica delle piante?

    Direi proprio di sì. Ritengo, infatti, che la neurobiologia vegetale sia un tema di straordinaria attualità. Espressioni come diritti delle piante, ormai in uso, meritano di essere chiarite e messe a fuoco, mettendole al riparo da rischi antropomorfici. Ad esempio, non mi sento di poter dare per acquisito che possa parlarsi di diritti delle piante. Non dobbiamo avere fretta di assegnare nuovi diritti, pur nell’auspicabile crescita, sul punto, di un’etica della responsabilità da parte dell’uomo.

     

    Tra i grandi pensatori del passato che hanno posto il tema del mondo verde al centro dei propri studi, chi ha intravisto le problematiche e i rischi che oggi corriamo?

    Con una certa audacia, direi che l’invio di Voltaire a ‘’coltivare il proprio giardino’’ possa considerarsi una visione precocemente ecologista. Trovo straordinario, più avanti nel tempo, il pensiero di Élisée Reclus. Ancora in pieno Ottocento il grande geografo francese ha infatti scritto che ‘’l’uomo è la natura che ha preso coscienza di sè stessa’’, preconizzando in tal modo un nuovo umanesimo ecologico capace di integrare i principi dell’etica umana con i nuovi doveri verso la natura.

    Mi lasci ricordare, tornando a casa nostra, la Legge sulla tutela del paesaggio del 1922, nella quale Benedetto Croce, dopo una lunga battaglia politica, trasfonde la sua filosofia del paesaggio, legando quest’ultimo al concetto di patria, con tutta l’eredità monumentale, artistica e, in fin dei conti, culturale, che incarna.

     

    Si può applicare, come alcuni sembrano volere, la categoria ‘ecologica’ anche a tematiche più strettamente bioetiche, quali, ad esempio, la maternità surrogata o l’ideologia gender?

    Non mi sentirei di associarle. Nei miei scritti mi riferisco a tre diverse dimensioni della bioetica: bioetica medica-umana; bioetica ambientale; bioetica animale. Un nucleo unitario in questa tripartizione va ricercato, ma senza forzature. Come ci invita a fare il pensiero della complessità, il riconoscimento delle interrelazioni tra forme e aspetti del vivente non può significare confusione di diversi ambiti di ricerca, ciascuno dei quali dev’essere considerato nella sua specificità.

     

    Nella grande diatriba in corso tra la maggioranza della comunità scientifica internazionale, che individua specifiche responsabilità umane per il dramma del surriscaldamento globale e chi, invece, considera il fenomeno non determinato dall’uomo, un approccio bioetico corretto quale metodo deve seguire?

    Penso che la via mediana sia quella che una bioetica seria debba intraprendere. L'impronta ecologica dell’uomo non può essere negata e si dovrebbe suggerire un per-corso di etica della responsabilità, capace di dare all’uomo il sentimento e la consapevolezza del peso del proprio ruolo. Hans Jonas dimostra chiaramente che quanto più potere tecnologico si ha, tanto più questo deve essere governato in termini di responsabilità. La tecnologia, ad esempio, risolve molti problemi, ma ne crea anche di nuovi. Una tematica che, tra l’altro, si pone in maniera del tutto inedita in questi anni. Per la prima volta, infatti, quando si parla di impatto delle nostre politiche sulle generazioni future ci si riferisce a persone lontane da noi anche molte centinaia di anni nel futuro, chiaramente assenti dal tavolo delle trattative.

     

    E dove si può individuare un minimo comun denominatore?

    Ancora una volta in un’etica della responsabilità, segnata dalla prudenza, nel significato aristotelico del termine, e aperta sempre a una ragionevole speranza.

     

    Ettore Zecchino

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