I protagonisti delle due culture

    Maurizio De Giovanni

    Maurizio De Giovanni

    Nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora, ha pubblicato quattro serie di genere giallo e noir di grande successo popolare (‘Il Commissario Ricciardi’, ‘I bastardi di Pizzofalcone’, ‘Sara Morozzi’ e ‘Mina Settembre’), con seguitissime riduzioni televisive, ma anche numerose opere di narrativa, oltre ad alcuni adattamenti teatrali. Nel settembre 2021 l'’Università degli Studi di Napoli Federico II’ gli ha conferito la Laurea honoris causa in Filologia moderna. Nello stesso mese è stato premiato con il Nastro d'Argento speciale per la scrittura. Con il film di Alessandro Gassmann ‘Il silenzio grande’, tratto da un suo scritto, ha vinto il Premio Furio Scarpelli per la miglior sceneggiatura al Bif&st Bari International Film Festival 2022.

     

    Maestro, la sua Napoli sta vivendo un momento d’oro in molti campi. Si tratta di un ‘giallo’ o ha una spiegazione razionale del fenomeno?

    Credo che la risonanza culturale di Napoli sia un fatto ciclico, ma eterno. Oggi si viene a Napoli per vedere la città e non come semplice scalo per Capri, Sorrento, Pompei. Era strano prima, dal momento che Napoli ha 2.500 anni di storia e per lunghi periodi è stata una capitale, oltre ad essere urbanisticamente e paesaggisticamente una città bellissima.

    Quali, invece, i problemi immutati?

    Quelli tipici di tutte le grandi città nel sud del mondo: reddito medio basso; povertà diffusa; degrado, soprattutto nelle periferie; storico disinteresse delle istituzioni. Essendo la città metropolitana più grande del Mezzogiorno, questi problemi, in un’ottica italiana, si percepiscono più acutamente, ma non sono tanto diversi da quelli di Bari, Reggio Calabria o Messina, per fare solo alcuni esempi.

    Condivide il parere diffuso secondo il quale la città sarebbe destinata a guidare il Mediterraneo, insieme a poche altre metropoli dell’area?

    Napoli ha una posizione strategica e può contare su un grande porto. Quando, magari anche a seguito dell’attuale situazione geopolitica, l’area mediterranea diventerà più centrale in Europa, sarà naturale, per la nostra città, assurgere a un ruolo da protagonista.

    E la politica attuale le sembra all’altezza della sfida?

    La classe politica nazionale mi sembra la peggiore degli ultimi 30 anni e provvedimenti antieuropei e antimeridionali, come l’annunciata ‘autonomia differenziata’, mi rendono ancora meno fiducioso.

     

    Culturalmente, cosa distingue la sua città da altri centri italiani ed europei ad essa omogenei?

    Ho difficoltà a trovare realtà omogenee e, quindi, ad avere un termine di paragone, considerando che Napoli, con la sua area metropolitana, è un ribollire di tre milioni di persone in un territorio ad altissima densità abitativa. Anche le numerose e varie stratificazioni culturali prodottesi nel corso di 2.500 anni sono rare a rinvenirsi altrove.

    Napoli e la Campania sono indubbiamente le capitali storiche italiane della filosofia. Non dello stesso livello, pensando al passato, è la tradizione letteraria. L’estro partenopeo è tutto riversato sul teatro e sulla musica?

    Direi proprio di no. Abbiamo avuto tanti grandi romanzieri e poeti, anche dialettali, soprattutto negli ultimi due secoli. Certo, di Dante ne è esistito solo uno!

     

    Secondo un esperto della materia come Renzo Arbore, la canzone napoletana può vantare un repertorio quali-quantitativo superiore a qualsiasi altra espressione musicale popolare ‘urbana’ nel mondo, incluse le varie Chicago, New Orleans, Città del Messico, Buenos Aires, Lisbona, Siviglia. Condivide?

    Senz’altro. Largamente. Generi come il tango e il fado, solo per limitarmi a due esempi di altissima qualità musicale, non hanno potuto giovarsi di una scrittura poetica del livello di quella napoletana.

     

    Da cultore appassionato della materia, ci confida i suoi brani preferiti?

    Difficile, sarebbero troppi. Da scrittore, citerei diversi testi di poeti sublimi quali Vincenzo Russo, Libero Bovio e Salvatore Di Giacomo.

    Cantati da Roberto Murolo o da Sergio Bruni?

    Da entrambi. Si tratta, infatti, di due straordinari interpreti, che possono dirsi ‘complementari’ e che si completano a vicenda.

     

    Enrico Caruso ha diffuso la canzone napoletana nel mondo. Eppure, qualche purista storce il naso. Il suo pensiero in merito?
    Molte canzoni napoletane vanno ‘sussurrate’, ma Caruso, da grande tenore, ha cantato sempre e solo brani adatti alla sua straordinaria voce, diventando un impareggiabile testimonial di Napoli nel mondo intero.

     

    E il presente melodico partenopeo?

    Solo per una questione di gusto personale, senza assolutamente nulla togliere ai bravi professionisti contemporanei, mi fermo alla canzone ‘classica’.

     

    Quale ‘canzonetta’ ‘marottianamente’ risuonava a casa De Giovanni nei giorni precedenti alla sua nascita?

    Vorrei avere l’occasione di poterlo chiedere a mia madre, che purtroppo non c’è più. Forse, qualche motivo dei ‘Platters’, ma sono cresciuto con le canzoni napoletane.

    Venendo alla letteratura, quali sono stati i suoi ‘classici’, non solo partenopei?

    Sono innamorato della letteratura latino-americana, da Jorge Louis Borges a Gabriel Garcia Marquez, ma anche dei grandi europei, come Franz Kafka e Thomas Mann. Quanto agli italiani, sono un ammiratore, tra i tanti altri, di Guareschi, De Crescenzo e Camilleri. Quest’ultimo, in particolare, è stato, a mio parere, il più grande narratore italiano degli ultimi 50 anni.

    Per inciso, quando e come ha scoperto di ‘essere scrittore’?

    Molto tardi. Avevo quasi 50 anni e fui iscritto, per burla, da alcuni amici, ad un concorso letterario. Raccolsi la sfida e non mi sono più fermato.

    ‘Alma mater’ del terzo millennio rimane la letteratura?

    Per me, sì. Le storie sono alla base di tutto, anche del teatro e del cinema.

     

    Uno degli ultimi film di Mario Martone ripercorre la vita di Scarpetta e ha come co-protagonista proprio la canzone napoletana. La vera anima teatrale di Napoli è scarpettiana o eduardiana?

    Entrambe. L’anima di Napoli è estremamente complessa e racchiude anche molto altro, da Viviani a Ruccello a Moscato.

    Quale segno specifico ha invece lasciato il grande Totò?

    La mimica, la maschera, la nostra straordinaria capacità di esprimerci anche senza le parole.

     

    Lei è tra i pochissimi intellettuali a non aver ceduto al 'fuitevenne' eduardiano. Ci spiega le ragioni di questa tenace e benemerita ‘resistenza'?

    Se andassi via da Napoli non scriverei neanche una parola. Le mie storie risentono dell’aria che respiro e degli ‘umori’ che colgo in questa straordinaria città.

    Andando molto indietro negli anni, ‘Carosello Napoletano’, di Ettore Giannini, è stato uno dei pochissimi musical non americani a poter rivaleggiare con i grandi classici di Hollywood. Ci risiamo?

    Carosello Napoletano è un’opera d’arte, che può godere di testi che trasmettono una forte emotività. Non a caso, nella sua versione teatrale, è ancora riproposta con costante successo. Effettivamente, si tratta di un capolavoro.

     

    Finora i suoi gialli sono diventati protagonisti assoluti del piccolo schermo. Come mai il cinema si muove con maggiore circospezione?

    Perché scrivo racconti seriali, più adatti alla riduzione televisiva. Mi fa piacere, comunque, citare ‘Il silenzio grande’, tratto da un mio scritto, diretto da Alessandro Gassman e in grado di riscuotere un buon successo.

    Intende tentare una sortita diretta nel mondo della settima arte, come alcuni suoi illustri predecessori novecenteschi?

    Assolutamente no. La mia vocazione si limita alla scrittura.

    Anche in questa Napoli ‘in buona forma’ si percepisce l’angoscia sociale dell’oggi. Teme un ritorno della guerra in Europa Occidentale?

    Credo sia una paura universale ed è di tutta evidenza che il rischio ci sia. I due focolai bellici sono molto vicini e il proliferare di sovranismi e protezionismi non aiuta.

     

    ‘O sole mio’ sarebbe nata a Odessa, che, nel complesso, è una città architettonicamente italiana, come San Pietroburgo. Del resto, la canzone napoletana è sempre stata molto amata in Russia. Queste ed altre più ‘tragiche’ suggestioni potrebbero ispirarla in qualche modo?

    Credo che la leggenda di Odessa come ispiratrice sia molto da ridimensionare. In ogni caso, mi sento un narratore ‘locale’ e non sono attratto da ‘suggestioni estere’.

     

    Il ruolo dell’Unione Europea le sembra adeguato alla circostanza?

    Penso che ci sia bisogno di un’Europa ‘politica’ e vedo qualche sussulto in questa direzione, ma temo sia legato alla drammaticità dell’attuale contesto internazionale, piuttosto che ad una ferma volontà degli Stati. In ogni caso, mi sembra indispensabile lavorare per la creazione di una Difesa comune e per incrementare le politiche di crescita economica collettiva.

     

    Quanto alla guerra in Medio Oriente, la nostra capacità di incidere appare ancora meno rilevante. Eppure, il baricentro UE, secondo alcuni analisti, potrebbe spostarsi verso l’area mediterranea. Dalla crisi in corso può prendere corpo una sterzata del genere?

    Lo dicevo all’inizio dell’intervista, ma, attualmente, siamo ancora nelle mani degli Usa e recitiamo la parte di testimoni abbastanza silenziosi.

    Più realisticamente, il ruolo del Mezzogiorno può accrescersi in questa prospettiva, nonostante i pericoli da molti collegati alla possibile realizzazione della cosiddetta ‘autonomia differenziata’?

    Se, con l’autonomia differenziata, alziamo, metaforicamente parlando, un muro all’altezza di Roma, non vedo come si possa pensare ad un Paese europeo. Tra l’altro, l’Italia a due velocità sarebbe un’occasione persa anche per il Nord.

    Il centro di Napoli pullula di visitatori. Eppure, la casa natale di Giambattista Vico è malinconicamente diventata una friggitoria. Non si sta forse un poco esagerando con un certo schema di accoglienza turistica?

    Si sta esagerando con il lassismo istituzionale. Altrove si appronterebbe un museo. Non è quindi colpa della friggitoria.

    Accanto al mordi e fuggi turistico sta comunque prendendo piede una riscoperta della più varia tradizione gastronomica napoletana. Ci indica i suoi piatti del cuore?

    La genovese, il ragù, il casatiello, la pastiera. La nostra è una tra le cucine migliori del mondo, proprio perché popolare e interclassista. La pizza, poi, è un passaporto per la felicità.

    Pulcinella, dato più volte per morto, è la maschera simbolo della città anche ai nostri giorni. Come spiega il ‘fenomeno’?

    Tutti i simboli della città sono attuali e sono parte della nostra identità. Pensi al più ‘antico’ San Gennaro.

    Chi vorrebbe come allenatore della squadra di calcio cittadina l’anno prossimo?

    Maurizio Sarri, perché ha creato il Napoli più ‘bello’ degli ultimi anni.

     

    Ettore Zecchino







     

     


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