I protagonisti delle 2 culture

    Paolo Isotta

    Paolo Isotta

    Paolo Isotta era una colonna delle ‘Due Culture’, ma, più ancora, era un appassionato e autoproclamato ambasciatore di Biogem nel mondo alato dell’alta cultura umanistica e del giornalismo da terza pagina. Tutto principia, come direbbe lui, da un incontro straordinario con il presidente Ortensio Zecchino, contattato per condividere la comune passione per lo ‘Stupor mundi’, Federico II, e divenuto in breve tempo, secondo una definizione paradigmatica del suo modo di intendere i rapporti, un ‘’amico del cuore’’. Un rapporto presto rafforzatosi, sull’onda di Virgilio e di altre comuni passioni, e inverata in questo attaccamento straordinario per Biogem. Nel centro di ricerca arianese, e, nell’intera realtà circostante, Isotta sembrava infatti aver trovato un rifugio dell’anima, una piccola Svizzera (sensazione comune a tanti napoletani viscerali). Nei convegni delle ‘Due Culture’, la sua critica più severa riguardava la brevità eccessiva degli interventi, a significare lo stato di profondo appagamento che evidentemente procuravano al suo animo: motivo di vanto tra i maggiori per una rassegna molto positivamente condizionata dai suoi consigli in fase di programmazione, e dai suoi contributi in fase di realizzazione. Alle sue brillanti lezioni, spesso sfociate in apprezzate pubblicazioni, seguivano, infatti, i memorabili intrattenimenti musicali da lui ideati, con nomi del calibro di Francesco Libetta, Francesco Nicolosi, Vittorio Bresciani, Sandro De Palma, Nazzareno Carusi (quest’ultimo amicissimo di Biogem), tutti arruolati alla causa della ricerca dal comune maestro. Un termine, questo, sempre fieramente respinto da Isotta, ma che innegabilmente ben si attaglia a chi non faceva mistero di preferire le lezioni ai dibattiti, e a chi affrontava con spirito didattico e puntiglio didascalico qualunque uscita pubblica. Accuratezza necessaria per un approccio sempre e comunque ‘critico’ alla vita. Dal pranzo appena consumato all’ultimo libro letto, tutto per Isotta era ‘criticabile’, e, quindi, tutto doveva essere approfondito, conosciuto a fondo, classificato. E se si esclude certamente l’enogastronomia, in nessuna delle ‘contese’ umanistiche, si poteva prescindere dal suo giudizio, spesso severo, ancor più spesso tranciante, ma sempre autorevolissimo. E non poteva essere altrimenti, vista la sua sterminata cultura, sorretta da una memoria elefantiaca (tema alla base del suo libro probabilmente più riuscito) e dall’altrettanto grande sensibilità, pur camuffata, e, in qualche caso occultata, da un temperamento luciferino. Di qui le straordinarie amicizie e le risentite inimicizie, spesso in alternanza circolare tra loro.

    Proprio l’amicizia è una delle chiavi di lettura delle ultime fatiche interamente letterarie di Isotta, capace , sia nella Virtù dell’elefante, sia in Altri canti di Marte, di dar vita a intriganti libri di memorie, sublimate da eruditissime digressioni lungo tutto lo scibile musicale e umanistico. Celebri per l’unicità dello stile e per la bellezza di una prosa latineggiante ma personalissima , sono senza dubbio le opere ideali per accedere al magico mondo di Isotta. Un mondo fatto di classifiche, graduatorie, giudizi, palinodie (come ‘classicamente’ chiama i ripensamenti su questo o quell’autore) , ma, soprattutto, opere capaci di una interdisciplinarietà umanistica quasi miracolosa. Scritti nei quali, complice uno studiato disordine creativo, una prosa fra le più originali dei nostri giorni ci regala gustosissimi aneddoti personali e storici, venati da un raffinato gusto del pettegolezzo, mai disgiunto da un approccio finanche seriosamente didattico. Opere letterarie straordinarie, ma, in fondo, originali autobiografie, in una summa del suo pensiero e della sua visione della vita, spesso intrisi di contraddizioni. Cattolico paganeggiante, anti-luterano innamorato della Controriforma, devotissimo a San Gennaro, eletto a primo tra i santi del Paradiso, napoletanissimo wagneriano, animalista anti-caccia (sublime il suo Canto degli animali, pubblicato da Marsilio, e figlio legittimo di un suo mirabile intervento alle ‘Due Culture’) ma divoratore di carne e pesce. E ancora, aulico e osceno quasi contemporaneamente, fascista fuori dal tempo, ma convintamente iscritto al Partito Radicale, conservatore assoluto, ma libertario a tutto tondo. Una libertà, la sua, conquistata sul campo, con la profondità delle idee e il coraggio nel manifestarle. E, soprattutto, a rischio di gravi conseguenze professionali ed esistenziali, come attestano le ben note peripezie al Corriere della Sera, sua prestigiosa casa giornalistica per vari decenni. Libertà di elogiare e di stroncare, come si conviene a un critico, ma anche libertà di percorrere nuove strade, sparigliando e sovvertendo consolidate conoscenze, come si conviene a uno storico. Libertà, soprattutto, di registro stilistico, quello creato da una prosa tanto ortodossa, quanto insensibile alle catene del tempo, dello spazio, delle mode.
    Una libertà di approccio alla ricerca, figlia di immersioni nelle letture come autentico godimento intellettuale, già in gioventù divenuto definitivo stile di vita. Di qui il suo enorme lascito culturale, dagli studi su Antonio Caldara, al suo esordio, fino a quelli su Totò, sua ultima fatica. Estremi enormemente distanti, attraversati da una memorabile ricerca sul Rossini napoletano, e poi dal suo primo capolavoro, quel Ventriloquo di Dio, capace di mettere in evidenza la grande influenza della musica nella produzione letteraria di Thomas Mann. Da un omaggio a Renata Tebaldi, fino alla svolta letteraria autobiografica dei già citati La virtù dell’elefante e Altri canti di Marte. Per poi tornare alla grande musica, con, tra gli altri, Paisiello e Verdi, senza dimenticare la sua più che quarantennale attività al Giornale prima, e al Corriere della Sera poi. Centrale, e non poteva essere altrimenti, per la sua formazione di critico musicale, e’ stato l’approccio ai tanti grandi della sua amatissima scuola napoletana. Tra i quali mai ha annoverato il ‘panormita’ Alessandro Scarlatti, da lui sempre appellato enfaticamente ‘musices instaurator maximus’, citando la celebre iscrizione funebre dedicatagli dal cardinale Pietro Ottoboni, da Isotta stimatissimo. Ed eccoci al ‘gioco dei sommi’, come potremmo chiamare la tendenza di Isotta ad attribuire, in fondo generosamente, ma anche un po’ mutevolmente, questa qualifica ai più grandi in ogni campo. E così se Bach e Mozart sono dati per scontati, e se Beethoven è venerato, i sommi, nei loro campi o nei loro anni diventano Wagner, appunto Scarlatti, Caldara, Gesualdo, Leo, Pergolesi, Franco Alfano e via napoletaneggiando, con una voglia continua di sorprendere, mai disgiunta da una partigianeria partenopea incontrollabile. La città del Vesuvio, per Isotta senza dubbio la più bella del mondo (e qui non c’è gara), che ospita le ceneri del sommo Virgilio, anche se non ha dato i natali a quello che egli reputa il più grande scrittore di tutti i tempi, Alessandro Manzoni, i cui Promessi Sposi erano per lui lettura permanente, in alternanza con il Fermo e Lucia. E così classificando, in un gioco che dai direttori di orchestra si sposta sui cantanti, sulle singole tipologie di opere, per sconfinare nelle arti figurative (tra i suoi preferiti Raffaello, Tiziano, Bernini, ma anche Bronzino e Guido Reni), nelle dimore gentilizie (tante ne ha conosciute), nel teatro, nel cinema (con l’amore per Totò).E che si estende finanche alla morte (somme tragedie della storia della musica furono per Isotta le premature dipartite di Pergolesi, Bellini e Schubert, mentre il divino Mozart aveva già completato l’opera).

    Il tutto sempre sotto la sorveglianza attenta dei classici greci e latini, dai quali prende le mosse ogni suo sforzo letterario. Dall’inarrivabile Virgilio, una sorta di sommo dei sommi, a Tito Livio ‘’che mai erra’’, al genio militare di Cesare e Scipione, fino a quell’Ovidio, posto all’origine del teatro musicale nel suo La dotta lira, orgogliosamente da lui considerato il maggiore contributo agli studi sul poeta di Sulmona, nel bimillenario della morte.

    In una produzione così sterminata non può quindi non inorgoglire la presenza attiva di Biogem, teatro di quattro sue deliziose lezioni tenute proprio nel corso delle ‘Due Culture’: L’estetica della bellezza nei ‘Meistersinger singer von Nuerberg di Wagner; Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste. Il convito e la fame tra mito, musica, poesia e teatro napoletano; Cosmo, musica e uomo nel mondo classico e in Dante. Senza dimenticare il già citato Canto degli animali, da Isotta stesso definito ‘’un’opera di bellissima letteratura’’, alludendo ai tanti brani di grandi autori in essa raccolti, e fortemente ispirata dalla sua partecipazione all’edizione 2016 del meeting settembrino.

    Un genio, Paolo Isotta, a suo agio in ogni settore delle scienze umane, e, forse anche per questo, fascinosamente attratto dall’altra metà del cielo, che una rassegna come le ‘Due Culture’ gli proponeva di esplorare.
    E l’edizione 2021 sarà incentrata sulla libertà!

     

    Ettore Zecchino


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