Invito alla lettura

Aldo Schiavone, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna 2025

Aldo Schiavone, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna 2025

 

 

Può uno storico, solitamente impegnato a interpretare e connettere gli elementi del passato, fare lo stesso con il proprio tempo e costruire una narrazione della realtà attuale? Più in generale: il pensiero ha davvero la possibilità di guardare alla realtà e coglierne l’essenza, così come essa si manifesta nel presente? Oppure, come sentenziava Hegel, il destino del pensiero è analogo a quello della nottola, ossia giungere sui fatti e sulla realtà solo al tramonto, alla fine degli avvenimenti, mai nel loro dispiegarsi? 

Sono interrogativi che si impongono fin da subito a confrontarsi chi si confronta con biogemla recente opera di Aldo Schiavone, Occidente senza pensiero. Il fatto, poi, che sia uno dei maggiori storici italiani a proporre un titolo tanto provocatorio - ma al tempo stesso profondamente radicato nel proprio tempo - non può che alimentare ulteriormente i quesiti appena evocati. 

Tuttavia, si potrebbe dire - ed è quanto traspare dal tono che accompagna l’intero testo - che, al di là della questione se esistano o meno i presupposti affinché uno storico, o più in generale il pensiero, possa offrire una lettura esaustiva del presente, rimane un dovere, che si potrebbe definire persino morale, per qualsiasi intellettuale tentare comunque l’impresa. 

Questo sembra essere l’auspicio e l’invito che muovono la penna di Schiavone fin dalle prime pagine. Una sottile nuance malinconica attraversa il testo, infatti, data dalla delusione con cui l’autore constata, quasi con attonito stupore, l’incapacità della classe intellettuale e politica di leggere e orientare i mutamenti che la stessa umanità ha prodotto negli ultimi decenni. 

Il tempo - pane quotidiano di uno storico che tenta di ricucirne gli strappi - diventa uno dei veri protagonisti del testo, assumendo le sembianze del vorticoso progresso tecnologico che ci trascina senza sosta, e senza apparenti argini, in avanti.

Avanti, certo, ma verso dove? È questa la domanda pressante che attraversa l’opera e che ispira la riflessione dell’autore. Un tempo, inoltre, segnato da un progresso incontrollato, che avanza come un treno privo di una guida filosofica, di un pensiero strutturato o di una prospettiva politica solida, lasciando, in ultimo, alla sola innovazione tecnologica - governata dalla logica del consumo - il ruolo di motore della storia. 

Schiavone tratteggia così con lucidità il volto di un nemico che lo è per la potenza inarrestabile che esprime: il “tecnocapitalismo totale”. Eppure, lungi dall’accusare la tecnologia come causa unica e sufficiente di questa iperpotenza concessa a un capitalismo senza limiti, l’autore individua l’origine del pericolo imminente nell’assenza di quello che storicamente ha rappresentato il naturale ostacolo all’avanzamento scientifico e tecnologico: un pensiero organizzato, una filosofia capace di interpretare, orientare e dirigere gli inevitabili mutamenti del progresso. 

Questa carenza di pensiero, che a tratti appare come una vera e propria latitanza, fa sì che la tecnologia e i suoi recenti balzi in avanti finiscano per deludere e tradire il loro autentico potenziale: quello di creare le condizioni per un miglioramento complessivo della società umana, nel solco di principi morali che avevano accompagnato le precedenti rivoluzioni industriali. Il vero antagonista resta, dunque, il capitalismo e la sua logica consumistica, divenuta - secondo Schiavone - ormai inarrestabile proprio perché non più arginata da alcuna classe politica o intellettuale. Le ragioni di questa mancanza affondano, per l’autore, nel progressivo depotenziamento del ruolo storicamente svolto dalle scienze cosiddette umanistiche, un tempo controcanto critico rispetto a quella che egli definisce, non senza una punta polemica, la “scienza dura”, fondata sulle certezze matematiche e sul metodo scientifico. 

Se la storia ci consegna un comunismo - inteso come grande lettore ideologico delle precedenti rivoluzioni industriali e come tentativo, almeno in origine, di organizzare un pensiero capace di orientarle politicamente - ciò che oggi emerge è l’eredità di una tradizione intellettuale che, pur conservando in potenza una capacità critica ancora feconda, appare ormai priva del coraggio necessario a tradursi in un progetto coerente e in un movimento politico realmente all’altezza delle trasformazioni in atto. Secondo Schiavone, non è tanto venuta meno la possibilità che quel pensiero possa ancora riservare sorprese, quanto la volontà di assumerne fino in fondo le conseguenze, organizzandolo in una visione strutturata del presente.

In questo vuoto lasciato dalla politica e dall’intellettualità laica, la storia sembra tuttavia concedere, a detta di Schiavone, un ultimo e inatteso baluardo. Colpisce il paradosso per cui proprio chi si colloca all’interno di una profonda eredità laica individui nel papato e nella Chiesa forse la più autorevole realtà istituzionale ancora capace di evocare principi che lo stesso comunismo - così come l’impianto teorico del libro - ha storicamente condiviso: dignità dell’umano, responsabilità collettiva, giustizia sociale. È in questa comune matrice valoriale, più che in un’adesione confessionale, che l’autore rintraccia la forza di una voce capace di opporsi all’avanzata disumanizzante del tecnocapitalismo globale.

Il riferimento a questi “principi morali” che, come ricorda a più riprese Schiavone, hanno accompagnato le rivoluzioni industriali del passato non va inteso come un generico richiamo etico, ma come l’esistenza di un sistema valoriale nel quale il pensiero umanistico svolgeva una funzione essenziale e complementare rispetto allo sviluppo scientifico e tecnologico. La filosofia, la storia o, più in generale, le scienze umane non si ponevano come ostacolo al progresso, ma come suo necessario contrappeso critico.

Oggi, al contrario, questa intelligentia risulta di fatto esautorata: privata di incisività politica e culturale, lascia campo libero a un capitalismo divenuto padrone assoluto, insieme alla logica consumistica che ne è diretta conseguenza. Da ciò il richiamo dell’autore a una vera e propria rivoluzione intellettuale e morale.

Come ogni opera che ambisca a porsi in dialogo con il proprio secolo e a incidere su di esso, a ragione o a torto, risulta evidente la necessità di mantenere una vocazione polemica e interrogante: pungolare il lettore, instaurare un confronto, farsi pietra di paragone capace di generare riflessione. Questo è forse il maggiore pregio di Occidente senza pensiero, che nel suo profluvio di stimoli e considerazioni si offre come testo diretto, privo di orpelli stilistici, ma portatore di un pensiero netto e chiaramente delineato, con tutte le criticità che ciò comporta. Un libro nudo e crudo, che si lascia attraversare in una lettura fluida e continuamente sollecitante: coerente nel suo essere provocatorio ed effervescente dall’inizio alla fine.

Cristiano Colangelo