I protagonisti delle 2 culture

    Salvatore Auricchio

    Salvatore Auricchio

    Decano e caposcuola della clinica pediatrica campana, Salvatore Auricchio è tra i massimi esperti mondiali di gastroenterologia, e, in particolare, un pioniere negli studi sulla malattia celiaca. Professore emerito dell’Università di Napoli Federico II, ha a lungo studiato e lavorato a Zurigo, ed è autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche. Medaglia d’oro ai ‘Benemeriti della Scienza e della Cultura’, è stato Presidente della European Society for Pediatric Gastroenterology and Nutrition, che ha contribuito a fondare. Membro di numerose riviste scientifiche internazionali, ha ricevuto attestati prestigiosi in tutto il mondo per la sua lunghissima attività di ricercatore e di clinico.
    Presente in varie edizioni delle ‘Due Culture’, onora di un’antica consuetudine il mondo di Biogem.

        Professore, lei è stato tra i primi medici napoletani a credere in un rapporto di forte interconnessione tra ricerca e clinica, ed è stato anche tra i primi a puntare su un’ampia formazione all’estero. Cosa o chi l’ha spinta in queste direzioni?
    Da studente ho frequentato l’Istituto di Biochimica dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, retto allora dal professore Gaetano Quagliariello, una delle figure storiche della biochimica napoletana ed italiana, e poi dal professore Francesco Cedrangolo. Ritengo fondamentale, per un medico, avere una formazione di ricerca, e la ricerca di base allora era in gran parte una ricerca biochimica. Poi, laureatomi e completati gli studi all’Istituto di Biochimica, andai in Svizzera, dove ho trascorso gli anni cruciali della mia vita e della mia formazione professionale. All’epoca, la scuola di pediatria svizzera era una delle migliori d’Europa, e il suo capo era una figura che aveva grande rilievo nella pediatria internazionale, il professore Guido Fanconi, presso il quale ebbi la fortuna di studiare. Successivamente, sono stato coinvolto in una storia appassionante e perciò sono rimasto al ‘Kinderspital’ (Ospedale dell’infanzia) di Zurigo per svariati anni.

    Perché proprio a Zurigo?
    All’epoca, in alcuni centri europei, come Zurigo, Parigi o Londra, si faceva la vera ricerca clinica, che allora era tutto per la pediatria. Il ricercatore clinico era, in particolare, colui che, partendo dall’osservazione del malato, studiava le novità emergenti in ambito biologico, indirizzando la ricerca di base.
    Ho avuto la fortuna di lavorare in quel periodo con il professore Andrea Prader, che allora era l’aiuto del reparto del ‘Kinderspital’ di Zurigo, nell’ambito di una scuola organizzata dal punto vista strutturale in funzione del malato, nella quale la figura del ricercatore clinico era tutto.

    E poi, gli studi sulla gastroenterologia pediatrica?
    Ho avuto esperienze davvero particolari nel reparto dove lavoravo, come vedere i primi casi clinici di malattie nuove, che poi hanno preso il loro nome dei pediatri che le hanno scoperte. In un secondo momento, durante la mia permanenza in quel reparto, c’è stata la svolta della mia vita. Curavo, infatti, come giovane assistente, un bambino che aveva una forma di diarrea di cui non si riusciva a capire la causa. Fino a quando non comparve su ‘Lancet’ un lavoro del gruppo olandese di Wejers, che descrisse la diarrea da deficit di saccarasi. Il bambino che seguivo aveva, invece, diarrea non solo quando ingeriva lo zucchero (saccarosio), ma anche quando mangiava amido. Furono gli studi su questo paziente che portarono a identificare l’intolleranza all’amido per deficit dell’enzima che degrada i punti di ramificazione dell’amido, la isomaltasi. Da allora, ho iniziato ad occuparmi delle diarree da deficit di disaccaridasi intestinali, che costituirono il mio campo di ricerca per molti anni, e così ho contribuito alla nascita e allo sviluppo della gastroenterologia pediatrica. Il mio interesse per la gastroenterologia nacque, quindi, dall’osservazione clinica.


    Tutti le riconoscono il ruolo indiscusso di caposcuola, a Napoli, di una squadra di grandi pediatri. Quali virtù ha dovuto mettere in campo per ottenere un risultato così straordinario?

    Alla mia venuta a Napoli, da Zurigo, quasi tutti i miei collaboratori, grazie alla loro attività di ricerca e all’interesse suscitato dagli studi nella città svizzera, furono accettati in una serie di scuole prestigiose all’estero: Armido Rubino, Generoso Andria e Annamaria Staiano in America; Luigi Greco, Riccardo Troncone ed Enzo Poggi in Inghilterra; Pietro Vajro in Francia etc……

    In seguito, ebbi la grande fortuna di operare in un momento nel quale l’Università di Napoli doveva arruolare medici per la nascita di una nuova struttura sanitaria, il ‘Secondo Policlinico’. Quando i miei collaboratori tornarono dai loro studi all’estero, nell’ambito delle varie super specialità allora nascenti, furono nelle condizioni di lavorare nell’Università ‘Federico II’. Sono così nate, a Napoli, le super specialità pediatriche, e anche la scuola di specializzazione in pediatria, ancora oggi di ottimo livello. Posso dire che la cosa migliore che sono riuscito a realizzare nella mia vita è stata la formazione di un gruppo di giovani che hanno ben volentieri colto la possibilità di specializzarsi all’estero, nei vari campi delle super specialità pediatriche. E questo all’epoca era una cosa abbastanza inusuale.

    Siamo sempre stati convinti che la ricerca ha un ruolo molto importante nella formazione e nell’attività clinica. Dalla ricerca il clinico impara infatti a ragionare in modo corretto. Ho provato a seguire il modello rappresentato dai miei maestri e questo mi è stato sempre di grande aiuto. Ho quindi cercato di scegliere i collaboratori in base a criteri di merito: solo così si dà fiducia ai giovani e forza alle istituzioni. E ho lavorato con loro, apprezzandoli e valorizzandoli, convinto che tutti hanno sempre degli aspetti positivi, anche se nessuno è ovviamente perfetto. Compito del capo è quello di valorizzare tali virtù, facendo in modo che lo stare insieme rappresenti un continuo scambio culturale, nell’interesse del malato.
    Quando si è molto giovani, si vuole il successo, man mano che ci si invecchia si capisce che la vita vale per quanto si riesce a dare agli altri. E poi è indispensabile che il pediatra impari a farsi carico globale del bambino e della sua famiglia, per quanto possibile.

    Ci dettaglia la sua posizione sui vaccini anti COVID-19 in età pediatrica, in particolare per i più piccoli?
    Va consigliato di praticare le vaccinazioni secondo le raccomandazioni via via formulate dagli organismi ufficiali preposti alla cura e alla ricerca.

    Un celiaco va incontro a rischi supplementari a contatto con questo virus?
    Non credo, ma sul punto si sa ancora molto poco.

    I suoi ultimi studi sono concentrati sull’alimentazione dei bambini in fase di svezzamento e sull’influenza positiva di un approccio precoce alla dieta mediterranea nella loro vita adulta. Ci concede qualche dettaglio?
    Abbiamo completato uno studio, realizzato con i pediatri di famiglia della Campania, nel quale è stato dimostrato che lo svezzamento con alimenti naturali per adulti, tipici della dieta mediterranea, aumenta, nei primi anni di vita, l’aderenza del bambino a questa stessa dieta, influenzando beneficamente la flora batterica intestinale, rispetto allo svezzamento tradizionale con ‘baby foods’. Si potrebbe tentare in tal modo di prevenire o ritardare alcune malattie infiammatorie croniche del bambino e dell’adulto, migliorandone le abitudini alimentari.

    Anche i pediatri, in questi tempi, scontano un certo ‘distacco’ dal paziente, causato non solo dalla pandemia, spesso rimproverato ai medici di base. Ritiene ci sia una differenza sostanziale tra le varie aree del Paese?
    Per avere un quadro attuale del problema delle differenze nel campo dell’assistenza pediatrica tra le varie aree del Paese, suggerisco di rivolgersi ad un pediatra napoletano, il professore Paolo Siani, che, proprio per affrontare questi problemi e tentare di correggerli, è fortemente impegnato nel Governo attuale del Paese. Vorrei solo dire che in Campania c’è una buona pediatria di famiglia. Più in generale, la pediatria di famiglia in Italia segue i bambini dalla nascita e rappresenta quindi una garanzia importante per la corretta assistenza di questi particolari pazienti.

    Ci parla del suo sogno di unire sempre di più clinica e ricerca?

    Credo che la ricerca sia necessaria non solo per la formazione, ma anche per l’attività clinica del medico. Si potrebbe perciò immaginare che in un prossimo futuro si possa potenziare la ricerca pediatrica in Campania, fra l’altro dando la possibilità anche ai pediatri di famiglia, formati in tal senso dalle scuole di specializzazione, di svolgere ricerca clinica nella loro attività. La ricerca clinica è infatti il migliore collante che si possa immaginare per integrare l’attività assistenziale dei centri di riferimento universitari e ospedalieri con la pediatria sul territorio.

    Il suo maggiore successo clinico e il suo studio più brillante?
    Vorrei solo ricordare i nostri studi riguardanti l’identificazione della ipolattasia di tipo adulto e quelli sui meccanismi dell’azione lesiva del glutine nella celiachia.

    Quali sono gli svaghi intellettuali e i momenti di relax del professore Auricchio?
    Seguire, sulle più importanti riviste di ricerca clinica e di ricerca di base, le ultime acquisizioni di interesse per la salute del bambino. Fuori dalla medicina, mi rilasso molto con la musica sinfonica, sia a casa sia a teatro. Ho sempre amato le nuotate a mare, soprattutto ad Anacapri, e le passeggiate in montagna. Sono, inoltre, un appassionato della cucina tipica napoletana, e, più in generale, un convinto sostenitore delle tradizioni enogastronomiche, generalmente un buon compromesso tra gusto e salute.

    L’edizione di quest’anno delle ‘Due Culture’ avrà come tema principale ‘Arte e Scienze’. Quale rapporto lega lo scienziato Auricchio all’arte?

    L’arte e le scienze, sia pure con linguaggi molto diversi, nascono dalla necessità di comunicare con gli altri e, nelle loro esperienze più significative, hanno suscitato il mio più vivo interesse, aiutandomi a capire che il senso profondo della vita sta proprio in questi rapporti con la comunità umana.

    E il suo rapporto con Napoli?

    Ho investito tutte le mie capacità e le mie forze per migliorare lo studio e la cura del bambino a Napoli, scegliendo di vivere e lavorare in questa città, anche quando si sono aperte le porte di una promettente carriera accademica in Svizzera.

    Per concludere, vorrei dire che il ‘sistema’ messo su nella Pediatria della ‘Federico II’ produce cultura, della quale ciascuno si avvantaggia. Sono profondamente riconoscente al Signore Dio per avermi dato la possibilità di incontrare tanti ottimi collaboratori nella mia vita. Il sentimento prevalente che ho verso di loro è la riconoscenza per quello che abbiamo imparato insieme. Il sistema messo su in clinica pediatrica è eccellente, ma per farlo funzionare bisogna essere umili e disciplinati, avendo cura del metodo, nella consapevolezza che lavorare insieme è utile per tutti.

     

    Ettore Zecchino


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