Libro del mese

    Arte e neuroscienze

    Libro di alti concetti, ma facile lettura, ‘Arte e neuroscienze. Le due culture a confronto’, del Premio Nobel per la Medicina 2000, Eric R. Kandel, si propone come un frutto maturo del celebre lavoro di Charles Percy Snow. Di quel saggio, concentrato prevalentemente sull’umanesimo letterario, è infatti un ‘naturale sviluppo’, declinato nell’ambito specifico dell’arte. E, più precisamente, dell’arte astratta, della quale lo scienziato Kandel riesce a delineare un ‘affresco’ storico coinvolgente, reso ancora più efficace dai continui rimandi alle neuroscienze. Collante tra i due mondi è il riduzionismo, inteso come prospettiva e insieme come metodo, in grado di rischiarare e ordinare un percorso storico altrimenti ‘travisabile’.
    Come la scienza cerca di comprendere fenomeni complessi, scomponendoli ed esaminandoli nelle loro versioni elementari, così l’arte astratta (in particolare la pittura) prova a dire la sua al mondo, concentrandosi sull’essenziale, espresso attraverso l’enfasi su linee, luce, colore. Tale processo storico, notoriamente accelerato dalla ‘concorrenza sleale’ della nascente fotografia, è catturato da Kandel sin dai suoi albori. A partire cioè, dall’evoluzione artistica del pittore inglese Joseph Mallord William Turner, del quale vengono prese in esame due interpretazioni diverse, di inizio e fine carriera, relative a un mare in tempesta. Magistrale esecuzione figurativista la prima, mirabile capolavoro di astrattismo la seconda. Che, detto in termini neurologici, significa trionfo della visione bottom-up e successiva accentuazione della funzione top-down. Espressioni e concetti non familiari al profano, ma resi subito ‘comprensibili’ da pagine di notevole valenza divulgativa, collegate ad avvincenti esperimenti scientifici. Come quelli sull’Aplysia, la lumaca di mare divenuta, nel tempo, un marchio di fabbrica degli studi di Kandel. Dai capolavori artistici si passa, quindi, ad ammirare i sofisticati e non del tutto compresi meccanismi del nostro cervello, fondamentali per accompagnarci in questo suggestivo viaggio nell’arte.
    Alla stazione successiva ci si offre un excursus sull’Impressionismo, attraverso uno dei suoi padri, Claude Monet, proteso a dare un’impronta compiutamente astrattista a una rilevante parte della sua produzione.
    Poco si parla del teorico dell’Astrattismo, Vasilij Vasilevic Kandiskij, pur citato ed esaminato, insieme al suo contemporaneo e ispiratore Arnold Shonberg. Proprio alla musica, e alla rivoluzione dodecafonica in particolare, infatti, molti di questi pittori guardavano per legittimare un’arte svincolata dall’imitazione della natura, sempre praticata, con sfumature diverse, nei secoli precedenti.
    Solo con l’olandese Piet Mondrian Kandel si sbilancia a parlare di una riduzione radicale dell’immagine figurativa, resa emblematica dalla scelta della foto di copertina del libro.

    L’opera sembra giunta alla sua fase cruciale, ma ecco stagliarsi, all’orizzonte, il mondo della scuola pittorica newyorkese, da Kendall interiorizzato biograficamente. I legami tra neuroscienze e arte si fanno nel libro sempre più osmotici, ampliandosi in narrazioni sui più avanzati studi nel settore dell’apparato visivo umano, collegato a quello tattile, e nel campo della memoria visiva (ritorna l’Aplysia, ma anche innovative tecniche di studio riduzioniste). E così la parabola artistica dei vari de Kooning, Pollock, Rothko, lungi dall’essere ridimensionata, viene rischiarata da puntuali riferimenti ai successi della ricerca neurologica in tema di sensazione e percezione, consapevolmente o meno veicolati attraverso forme d’arte diverse tra loro, come la action painting di Pollock e la pittura a campi di colore di Rothko. E via, quindi, a nuove immersioni scientifiche sulla percezione cerebrale dei colori, o sull’inconscio dinamicamente operativo nei pennelli e bastoncini pollockiani.

    Il professor Kandel non rinuncia a portare con mano il lettore anche nelle più recenti declinazioni della pop art di Andy Warhol, o attraverso le installazioni di luce di Flavin e Turrell, fino alla rinascita di un certo figurativismo, a suo modo astratto, nella ritrattistica di ispirazione grafico-pubblicitaria di Alex Katz. E lo fa sempre dando conto delle nuove acquisizioni scientifiche in materia, come quando evidenzia i meccanismi neuronali a fondamento della cosiddetta cecità dei volti e la fama artistica raggiunta, nonostante questa, da  Chuck Close. Artista capace di inventare un nuovo ritrattismo che a un approccio riduzionista collega un’inedita, successiva operazione di sintesi.
    Il libro si conclude con il tentativo di rispondere a un interrogativo che aleggia da molte pagine, in merito alle ragioni del successo del riduzionismo nell’arte, dando conto delle ultime conquiste della ricerca nell’ambito dell’elaborazione visiva, esaminata sia dal lato neurologico, sia da quello psicologico.
    Insomma, un’opera, come sottolineato nelle stesse conclusioni dell’autore, di insostituibile impianto bi-culturale, che, se mostra scetticismo rispetto a una prossima fusione dei due grandi rami del sapere, ne prefigura certamente una sempre maggiore interdipendenza, favorita da un ininterrotto sforzo comunicativo della scienza, chiamata a rendere comprensibile, a un pubblico colto, l’essenza dei propri itinerari e dei nuovi approdi. Quello che gli artisti hanno sempre intuito a livello inconscio, sembra auspicare Kandel, può essere via via chiarito su basi scientifiche, in un fecondo percorso di scambi culturali.

    Non si rischia così di isterilire l’arte, privandola di quel misterioso lato creativo che da sempre la regge e la vivifica? L’arte astratta, così inquadrata, non è destinata a sprofondare in un cerebralismo a tratti arido? E la scienza neurologica non teme di ridurre, progressivamente, il proprio raggio di azione, vedendosi sottrarre ‘vivi’ oggetti di studio?
    Interrogativi di un nostalgico figurativista o opportuni moniti contro un abbraccio che, se troppo stretto, può danneggiare entrambi i partner?

    Ai posteri l’ardua sentenza. Intanto, buona lettura a tutti.

    Ettore Zecchino

     
    I sandali di Einstein

    Originale volume, dal titolo accattivante ed enigmatico, ‘I sandali di Einstein. Introduzione all’estetica dello spaziotempo’, di Claudio Catalano, è uno degli ultimi contributi italiani alla comprensione dei costanti legami tra arte e scienze. Il periodo preso in considerazione, come si può intuire dal sottotitolo, è quello degli ultimi tre secoli, con un prologo newtoniano e alcuni intermezzi di epoche precedenti, fino all’apoteosi einsteiniana, rispetto alla quale, un po’ in ‘controluce’, è affrontata la meccanica quantistica. Oggetto principale di analisi è il concetto di spaziotempo, punto di arrivo di un’appassionata storia del percorso umano, sia artistico sia scientifico, verso la ‘quarta dimensione’, oltre e al di là della geometria euclidea. Osservati speciali in questo cammino sono la fisica e le arti figurative, ma l’autore, architetto culturalmente eclettico, non disdegna efficaci ‘sortite’ storico-letterarie.
    Il collegamento tra arte e scienze nel libro appare biunivoco, e, in un certo senso, radicale, poggiato sulla convinzione della compresenza, in entrambi i campi, dell’atto della scoperta e di quello della creazione. E poi c’è la forza del pensiero, quella che, ad esempio, collega al genio di Newton quello di Etienne Louis Boullee, ‘’l’architetto della nuova era dell’universo svelato’’. E il libro spesso scava nei ‘ragionamenti’ dei protagonisti di una stagione che si annuncia scientificamente pre-rivoluzionaria. Tra Newton ed Einstein prendono quindi forma le inquietudini di Carl Friedrich Gauss e del suo allievo Bernhard Riemann, fino alle intuizioni pre-einsteiniane di Henri Poincarè, ben anticipate sulla tela da uno scardinatore dell’equilibrio figurativo come William Turner. Nuovi mondi che, per la loro natura controintuitiva, sgomentano il Dostoevskij dei ‘Fratelli Karamazov’, mentre esaltano l’inaspettato talento matematico di un Edgar Allan Poe, a tratti profetico nel suo profilo gotico. Proprio in questa fase, nel lungo periodo di gestazione dello spaziotempo, Catalano non ha paura di portare in evidenza fenomeni e ‘derive’ spiritiste di grana grossa, ma mai del tutto superabili ai fini di una comprensione vera della popolarità del concetto di ‘quarta dimensione’ in quegli anni. Un periodo elegantemente sublimato dal pennello di Vincent Van Gogh, che, con la sua ‘Notte stellata’ apre idealmente una nuova era, capace di ‘’rivelare l’illusorietà delle differenze operate dalla fisica classica tra il nostro mondo interiore e il mondo esterno’’.

    La ‘Notte stellata’ di Van Gogh è una delle vette del volume e il più riuscito dei due intermezzi del libro, che concede comunque un bis con l’attribuzione al ‘Paradiso’ dantesco di intuizioni geometriche non euclidee ed iperspaziali, da parte del ‘riscoperto’ pensatore russo Pavel A Florenskij.
    Siamo vicini alla fase cruciale del percorso, e, dalla coincidenza vera e propria tra arte e scienze, evidente in opere come ‘Il cavallo di Muybridge’, dove la nascente scienza fotografica è già arte, passiamo, attraverso il concettualismo di Marcel Duchamp (dall’autore insistentemente citato), ad esperimenti artistici contemporanei, come le ‘Sculture sonore’ di Martin Klimas. Solo un momentaneo salto in avanti, dal momento che Catalano deve ancora farci entrare nell’affascinante mondo della relatività einsteiniana e poi in quello della fisica quantistica. E lo fa, parlandoci di Cubismo e Futurismo, ma collocandoli all’interno di coordinate finalmente plausibili, smascherando pregiudizi consolidati in merito alla presunta consapevolezza ‘scientifica’ di questi movimenti. Catalano non è disposto a concedere a questi geniali innovatori dell’arte la contemporanea patente di potenti divulgatori del nuovo corso scientifico. E lo fa dire a illustri critici, ma anche allo stesso Pablo Picasso che, infastidito da tante elucubrazioni sulla sua arte, chiarisce inequivocabilmente che ‘’il Cubismo è solo un problema di pittura’’ e di ‘’un significato autonomo dato alla forma e al colore’’. Ciò non impedisce all’autore di far notare, all’opposto, come un concetto chiave della fisica quantistica quale quello del dualismo onda-particella sia stato inverato e animato nella mente di Niels Bohr anche dalla visione di quadri cubisti.

    Quasi tutti gli artisti del Novecento, sembra suggerire l’autore, hanno dovuto fare i conti con le nuove visioni del mondo proposte dalla fisica dello spaziotempo, ma anche dalla meccanica quantistica. Non è un caso che il padre nobile di quest’ultima, Max Planck, consideri la scienza ‘’uno sforzo incessante verso uno scopo che l’intuizione poetica può comprendere, ma che l’intelletto non afferra mai completamente’’. E non ci sorprende che un ruolo di primo piano sia assegnato, dall’architetto Catalano, ad alcuni suoi illustri predecessori del recente passato. A partire da Frank Lloyd Wright, rappresentato, tra l’altro, come il ‘’trait d’union tra la moderna concezione dello spazio e il pensiero orientale’’. Un pensiero che, in altri passi del libro, nella sua dimensione religiosa buddista, induista, taoista, è considerato dall’autore stesso ‘compatibile’, per certi aspetti, con la nuova era della meccanica quantistica (tesi, bisogna dire, ancora controversa).

    Tornando all’architettura, ci accostiamo a due tra i vertici indubbi del volume di Catalano, rappresentati da altrettanti ‘incontri’ tra Albert Einstein da un lato, e gli architetti Erich Mendelsohn e Le Corbusier dall’altro, entrambi ‘frementi’ per un giudizio del sommo fisico su due loro opere di ispirazione relativistica. Passi del libro tutti da leggere, soprattutto il secondo, per assaporare una quieta genialità e immaginarla poggiata semplicemente su un paio di iconici sandali.

     

    Ettore Zecchino
     

    Un breve viaggio chiamato Terra

    Prosegue la carriera di divulgatore ad alto livello del professore Antonio Ereditato, che, con ‘Un breve viaggio chiamato Terra’. Come è iniziata la nostra vita e in quali modi potrà finire conferma la poliedricità già mostrata nei precedenti scritti, realizzati spesso in collaborazione con Edoardo Boncinelli. Anche in questo caso, l’obiettivo è centrato in pieno, grazie a una scrittura piana e comprensibile e a un ritmo alto in ogni capitolo, a tratti addirittura incalzante. Ereditato, scienziato a tutto tondo, riesce a comunicare  senza il ricorso a formule o a linguaggi iniziatici, ma, alla maniera di Galileo, ci fa leggere il libro della natura grazie ai numeri. Per il fisico napoletano questi ultimi sono infatti alla base di ogni ragionamento, e diventano appoggio sicuro di teorie e speculazioni,  esposte nel libro a distanza di sicurezza da astrattismi o autoreferenzialità. I numeri, si dice, sono testardi, e, forse anche per questo, l’autore indugia spesso sulle verità, a volte scomode, che essi disvelano riguardo all’emergenza climatica, consegnandoci un’opera oggettivamente pessimista, nonostante una percepibile volontà di segno opposto. Non sembra, quindi, casuale, l’introduzione fantacatastrofista,  né il continuo indugiare sulla ‘fatale inadeguatezza’ delle classi dirigenti contemporanee. Per il professore Ereditato l’emergenza climatica è un problema da prendere estremamente sul serio e da considerare scientificamente acclarato. Una tesi prevalente, ma non unanime nella comunità dei suoi colleghi di varie branche del sapere.
    Proprio nella ‘contaminazione’ tra diverse discipline si evidenzia, comunque, uno dei punti di forza più evidenti dell’opera. Non stupisce, quindi, l’acume sociologico mostrato dall’autore nell’analisi  di un nuovo, caricaturale umanesimo, abbracciato dalle masse, né la puntigliosa precisione del racconto storico-antropologico relativo alle lunghe fasi della vita sulla Terra. Tanto meno sorprende la padronanza tecnica nel ‘maneggiare’ la geologia, con i suoi cataclismi, e la biologia  evoluzionistica (della quale scopriamo in Ereditato un appassionato cultore), con tutte le sue propaggini, fino alla ricerca medica contemporanea. Discipline e tematiche ‘possedute’ dall’autore per il continuo ricorso al dubbio metodologico, alla base di qualsiasi percorso autenticamente scientifico. La casa madre rimane, tuttavia, l’astrofisica, raccontata da Ereditato con doti da incantatore, grazie a fascinosi viaggi nel tempo e nello spazio, o, meglio, ai confini dello spazio-tempo, suffragati da ferree impalcature matematiche (ancora numeri), in grado di legittimare i salti in avanti di una fantasia da grande cineasta, ma sempre controllata, e accompagnata da ‘puntuali proiezioni statistiche’, garanzia di un piacere ‘adulto’ anche per il lettore meno incline al genere. Una narrazione che coinvolge ancora di più quando si collega direttamente alla storia dell’uomo, come nel vivido racconto relativo agli astronomi cinesi medievali, ignari scopritori dell’esplosione di una supernova e della nascente nebulosa del Granchio.
    A fine lettura, saturi di meravigliosa angoscia, ci si sente molto più consapevoli di un problema di cui tutti parlano, ma che pochi spiegano. Antonio Ereditato, anche in questa fase della sua carriera, rimane, per fortuna, un eccellente professore, capace di salire in cattedra e confrontarsi  autorevolmente con la platea più ampia ed eterogenea della sua vita. Fidiamoci, quindi, dei suoi moniti sull’ineluttabilità di un’inversione di marcia retoricamente annunziata e mai avviata da quasi tutti i governanti del mondo. Fidiamoci del suo appello ad ogni ‘sapiens’ per un’azione congiunta e coordinata in difesa della nostra casa comune. Fidiamoci, infine, dell’urgenza di questa svolta. Il tempo a disposizione, ci spiega con chiarezza l’autore, è decisamente a portata di uomo.
    Per i cataclismi geologici e climatici ‘strutturali’ o per gli innumerevoli disastri cosmici annunziati, sia pure su archi temporali più ‘rassicuranti’, o per la fine stessa della Terra, inevitabile tra qualche miliardo di anni, non ci resta, invece, che seguire ancora il laico Ereditato, con i suoi consigli e le sue speranze, ma al tempo stesso, ‘tradirlo’, guardando il cosmo alla ricerca d’altro.
    Come dire: ‘‘aiutati, che Dio ti aiuta’’. In fondo, numeri alla mano, almeno una possibilità statistica può essere concessa anche alla sfera del trascendente.

     

    Ettore Zecchino

    Odi et Amo

    La ragionata proposta di una nuova interpretazione ‘culturale’ della meccanica quantistica e, al tempo stesso, un suggestivo ‘ingresso’ alternativo in un mondo fantastico, ma spesso inaccessibile, offerto al lettore non specialistico, attraverso un’ampia rilettura del concetto di ambiguità. Si muove su un doppio registro, rivolgendosi ora allo scienziato, ora all’umanista, ‘Odi et Amo. Dalle ambiguità percettive al pensiero quantistico’, del fisico Giuseppe Caglioti.  Il volume, frutto della indispensabile collaborazione ‘grafica’ dell’architetto Luigi Cocchiarella, e dell’acume filosofico di Tatiana Tchouvileva, si avvale di una prefazione di Giorgio Benedek, collega a amico ultra-cinquantennale dell’autore, e di una postfazione del neuro-psichiatra Vittorino Andreoli. Tanti cervelli in connessione, è il caso di dire, per un’opera che, innegabilmente legata a un registro almeno parzialmente divulgativo, ha comunque fondatissime pretese di valenza sistemica. Dalla rivalutazione dell’ambiguità che, sottratta alla sua tradizionale interpretazione negativa, diventa la pietra angolare di un nuovo edificio in costruzione, l’intero mondo del sapere riceve un sussulto, come sempre più chiaramente appare, pagina dopo pagina. Secondo il professore Caglioti, la meccanica quantistica ha definitivamente cancellato l’antico dogma aristotelico-scolastico del ‘tertium non datur’, e si è servita, in quest’operazione, dell’ambiguità, elevata a concetto base del nuovo corso fisico, ma concepita, al tempo stesso, come una ‘virtù’ intrinseca dell’umano. D’altra parte, ci ricorda Caglioti, citando Richard Feynman, la natura non è 'classica', e una sua corretta, sia pur difficilissima interpretazione, non può che essere quantistica.
    All’ambiguità si guarda nel testo come a uno stato di natura imprescindibile per la realizzazione del bello, caratterizzato dall’incontro-scontro tra simmetria e ordine. L’autore sposa, anzi, in pieno, un antico proverbio zen, secondo il quale ‘’la vera bellezza è una deliberata, parziale rottura della simmetria’’. Una certa riduzione della simmetria diventa, in particolare, la vera essenza dell’arte, che ‘scientificamente’ crea bellezza. ‘’Scientia reddit opus pulchrum’’, scriveva Bonaventura da Bagnoregio, non a caso citato da Giorgio Benedek nella prefazione all’opera, per avvalorare la sua tesi di una intrinseca connessione tra conoscenza ed emozione estetica. Come dire, tra arte e scienza. E, infatti, la ritroviamo nella grande letteratura (a partire dal celeberrimo verso catulliano che regala il titolo al libro), ma anche nella musica, forse l’arte più quantica (in ogni caso la preferita di molti grandi fisici, Einstein in testa), fino alla politica, che praticamente vive di ambiguità. Senza dimenticare l’umorismo, fondato su di essa. Un discorso a parte riguarda le arti figurative, qui esemplificate in tanti capolavori pittorici, scultorei e architettonici, ma anche fotografici. In particolare, è da alcuni lavori di optical art del maestro Franco Grignani che è partita questa complessa riflessione sull’ambiguità, in grado di portare Caglioti, dopo una sofferta folgorazione stendhaliana nel lontano 1975, a elaborare, nei decenni, un vero e proprio sistema mental-quantistico, oggi offerto a tutti noi.
    Un libro, quindi, a tratti letterario e filosofico, sicuramente profondamente ‘grafico’, letteralmente invaso da innumerevoli immagini astratte e ‘cinetiche’ (quelle dell’ammiratissimo Franco Grignani, ma anche grandi classici come il cubo di Necker e i vaso-profili di Edgar Rubin, fino alla geometria dei frattali nel broccolo romano) utilizzate come supporto di una stringente visione quantistica, che fa smarrire il lettore meno consapevole, tra illusioni ottiche e salti logici, entanglement e tunneling, indeterminatezze e sovrapposizioni, varianti ed equazioni, onde e particelle, e tutti i paradossi di questa nuova fisica (incluso quello del famoso gatto di Schrodinger). La novità, tra le tante proposte, è tuttavia, l’estensione di queste ‘regole’ al nostro cervello, o, se si vuole, più spiritualmente, alla nostra mente, incapace di sfuggire al dominio dell’ambiguità. Una prospettiva, questa, interpretata come un grande passo in avanti da Andreoli, che, pur mettendo in guardia sull’attuale impermeabilità del ‘mistero’ coscienza, ammette di ‘’intravvedere una via per rendere un poco meno sconosciuta la mente’’.

    Dio, quindi, potrebbe anche giocare a dadi, ma con l’universo della menta umana.

    Ettore Zecchino

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