AriaLA COLONIZZAZIONE DELL’ARIASe escludiamo batteri, funghi microscopici, alghe ed eventualmente anche altri piccoli organismi che possono essere stati trasportati occasionalmente in atmosfera dalle correnti d’aria, anche all’interno di gocciole d’acqua, dobbiamo ammettere di non avere prove paleontologiche di organismi viventi che hanno adottato l’ambiente aereo quale habitat di vita prima del Devoniano (416-359 milioni di anni fa). In realtà si tratta di un ambiente avverso, avendo richiesto agli esseri viventi adattamenti veramente straordinari, sensazionali. Inoltre a noi oggi potrebbe sembrare esser stato meno popolato di quanto non lo fosse realmente perché gli abitanti dell’aria lasciano difficilmente tracce fossili: l’ambiente atmosferico non è sedimentario, ma anzi erosivo e non conservativo. Cosicché gli organismi a vita aerea non sono solo rari, ma anzi si conservano allo stato fossile solo in casi davvero eccezionali. I primi veri colonizzatori dell’aria furono certamente gli insetti alati. Forse alcune forme del genere esistevano già a partire dal Devoniano, ammettendo che un insetto chiamato Rhyniognatha hirsti, i cui resti sono stati recentissimamente trovati a Rhynie (Scozia), avesse già sviluppato delle ali primitive. Fu però nelle sterminate foreste del Carbonifero (359-299 milioni di anni fa) che si assistette ad una vera e propria esplosione evolutiva di moltissime forme di insetti alati. Furono essi i pionieri dell’aria, alla conquista di un ambiente di vita assolutamente nuovo e completamente libero da qualsiasi altra forma di vita. Proprio grazie all’assenza di competitori, alcune forme raggiunsero dimensioni gigantesche: una sorta di libellula primordiale (Meganeura) raggiunse nel Carbonifero l’apertura alare di oltre 75 centimetri! Anche i vertebrati avviarono la colonizzazione dell’atmosfera: lo fecero i rettili già nel Triassico (250-210 milioni di anni fa), quando alcune forme di Arcosauri svilupparono particolarmente in lunghezza le singole ossa degli arti superiori: omero, radio, ulna, ossa del carpo, metacarpi e – soprattutto – falangi. Proprio fra le falangi, allungatissime, affusolate e cave all’interno (cioè molto leggere) la cute estendeva prolungamenti sottili ed ampi, vere e proprie membrane alari. Questi rettili ad arti anteriori palmati non volavano propriamente, ma piuttosto planavano. Essi costituiscono la grande ed articolata famiglia degli Pterosauri nella quale alcune specie raggiunsero dimensioni ragguardevoli, fino a 10 metri e più di apertura alare. Essi si sono conservati allo stato fossile solo quando i loro corpi occasionalmente cadevano in acqua e, in tal modo, seguivano i processi di fossilizzazione tipici degli ambienti sedimentari. Lo sviluppo del volo fu tutto legato ad adattamenti dello scheletro e della cute. Nello scheletro (alleggerito mediante la “pneumatizzazione” di tutte le ossa), fu l’arto anteriore a subire le modificazioni maggiori, trasformandosi in ala, mentre la cute sviluppò annessi che, partendo dalle primitive squame rettiliane, si sono evoluti verso un organo straordinario: la piuma. Già il celebre fossile chiamato Archaeopteryx trovato nei calcari litografici di Solnhofen (Germania) aveva dimostrato che gli uccelli esistevano nel Giurassico, avendo adottato il rivestimento di penne e piume. I recenti, numerosi, eccezionali rinvenimenti del Giurassico cinese dimostrano che in quel periodo anche molti rettili avevano sviluppato un rivestimento cutaneo, almeno in parte, di piume. Questi nuovi dati paleontologici rafforzano l’idea che gli uccelli siano derivati da alcuni tipi di rettili (Tecodonti) nei quali le squame erano in parte trasformate in piume (cosiddetti “dinosauri piumati”). Nell’Era cenozoica gli uccelli, scomparsi per estinzione tutti gli Pterosauri, hanno avuto una vera e propria “radiazione evolutiva”, sviluppando anche forme che hanno perso l’adattamento al volo. |
